11:54 am, 20 Settembre 26 calendario

Rizartrosi: sintomi, cause e terapie per l’artrosi del pollice

Di: Redazione Metrotoday
🌐 Rizartrosi, il dolore alla base del pollice che rende difficili gesti quotidiani come aprire un barattolo, girare una chiave o stringere una borsa: quali sono i sintomi, perché la radiografia non basta e quali sono oggi le terapie, dagli esercizi ai tutori fino alla chirurgia.

Aprire un vasetto, girare una chiave nella serratura, abbottonare una camicia, prendere una tazza o stringere il manico di una borsa. Sono gesti talmente automatici che ci accorgiamo della loro importanza soltanto quando il pollice comincia a fare male.

Il dolore può comparire alla base del dito, proprio nel punto in cui il pollice incontra il polso. All’inizio arriva magari soltanto dopo uno sforzo. Poi può diventare più frequente, fino a rendere fastidiose attività che prima non richiedevano alcuna attenzione.

Una delle cause più comuni è la rizartrosi, cioè l’artrosi dell’articolazione trapezio-metacarpale, quella che collega il primo metacarpo al trapezio e consente al pollice una parte essenziale dei suoi movimenti.

È un’articolazione piccola, ma svolge un lavoro enorme. La sua particolare conformazione permette al pollice di opporsi alle altre dita e rende possibile la presa di precisione e la presa di forza.

Quando la cartilagine e le strutture articolari si deteriorano, anche un gesto apparentemente banale può diventare doloroso.

Che cos’è esattamente la rizartrosi

La rizartrosi è una forma di osteoartrosi della base del pollice. L’articolazione interessata è la trapezio-metacarpale, spesso indicata anche come CMC-1.

Come nelle altre forme di artrosi, nel tempo si verificano cambiamenti della cartilagine e dell’osso subcondrale, accompagnati da modificazioni dei tessuti che circondano l’articolazione.

Ma la rizartrosi non è soltanto una questione di “usura”.

L’articolazione deve sopportare forze notevoli ogni volta che stringiamo, pizzichiamo o ruotiamo qualcosa. Quando la sua stabilità e la sua capacità di distribuire correttamente i carichi diminuiscono, alcuni movimenti possono diventare progressivamente più dolorosi.

L’età è un importante fattore di rischio, ma non determina da sola la comparsa dei sintomi.

La rizartrosi è particolarmente frequente nelle persone adulte e anziane e presenta una maggiore prevalenza nelle donne. Anche caratteristiche anatomiche, familiarità, precedenti traumi e altre condizioni della mano possono influire sul rischio e sull’evoluzione.

Il dolore arriva soprattutto quando usi il pollice

Il sintomo più caratteristico è il dolore alla base del pollice durante la presa o la pinza.

Può comparire quando si stringe un oggetto, si apre un barattolo, si gira una chiave, si usa una forbice o si tiene a lungo un utensile.

In alcuni casi il dolore è localizzato con precisione alla base del pollice. In altri può irradiarsi verso il primo metacarpo o la regione del polso.

Possono comparire anche:

  • rigidità, soprattutto dopo il riposo;
  • riduzione della forza di presa;
  • difficoltà nella presa a pinza tra pollice e indice;
  • dolore durante movimenti ripetitivi;
  • sensazione di instabilità;
  • riduzione progressiva della mobilità;
  • gonfiore o modificazioni del profilo della base del pollice.

Nelle forme più avanzate può comparire una deformità visibile.

Questo però non significa che tutte le persone seguano lo stesso percorso. Alcuni hanno alterazioni radiografiche importanti con disturbi relativamente modesti; altri sviluppano dolore e limitazioni significative anche senza un quadro radiografico apparentemente drammatico.

Perché una radiografia “brutta” non significa necessariamente più dolore

È uno degli aspetti più importanti da capire.

La radiografia può mostrare riduzione dello spazio articolare, osteofiti e altre modificazioni ossee, ma non racconta da sola quanto una persona soffra.

La diagnosi deve quindi partire dalla storia dei sintomi e dall’esame della mano. L’imaging può essere molto utile per confermare il sospetto, valutare l’articolazione e distinguere la rizartrosi da altre condizioni, ma l’immagine non dovrebbe essere utilizzata come unico criterio per decidere il trattamento.

Questo principio è particolarmente importante perché l’obiettivo della terapia non è migliorare una radiografia.

È migliorare dolore, forza, movimento e capacità di usare la mano nella vita quotidiana.

Non tutto il dolore alla base del pollice è rizartrosi

Un dolore in questa zona non deve essere automaticamente attribuito all’artrosi.

Esistono altre possibili cause, tra cui problemi dei tendini, patologie dei legamenti, conseguenze di traumi e forme di artrite infiammatoria.

Per questo, soprattutto quando i sintomi sono insoliti, molto intensi o accompagnati da altri segni, è importante una valutazione medica.

Anche la distribuzione del dolore può fornire informazioni utili.

La rizartrosi interessa principalmente l’articolazione alla base del pollice, mentre un dolore localizzato in altre zone della mano può avere un’origine differente.

Il primo trattamento non è la chirurgia

Quando la rizartrosi provoca sintomi, nella maggior parte dei casi si comincia con un approccio conservativo.

L’obiettivo è ridurre il dolore e permettere alla persona di continuare a utilizzare la mano, modificando quando possibile i movimenti che sovraccaricano l’articolazione.

Questo può significare imparare a distribuire diversamente la forza, utilizzare entrambe le mani per alcuni gesti, evitare prese eccessivamente forti e modificare gli strumenti che provocano dolore.

Non significa smettere di usare il pollice.

Anzi, mantenere un movimento adeguato è parte importante della gestione della condizione.

Gli esercizi possono davvero aiutare?

Sì, e le evidenze più recenti sostengono l’utilità della riabilitazione della mano, anche se gli esercizi devono essere scelti in funzione delle caratteristiche della persona.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2024 ha incluso 14 studi randomizzati per un totale di 1.280 partecipanti. Gli interventi basati sull’esercizio hanno mostrato benefici clinicamente rilevanti nel breve periodo, soprattutto per dolore e disabilità, rispetto all’assenza di trattamento.

Un’altra meta-analisi ha esaminato 19 studi e ha rilevato effetti favorevoli degli interventi fisioterapici, con particolare interesse per l’utilizzo delle ortesi nel miglioramento del dolore e della forza di presa, anche se la qualità delle prove non è sempre elevata.

Gli esercizi possono concentrarsi sul mantenimento della mobilità, sul rafforzamento dei muscoli che stabilizzano il pollice e sul controllo del movimento.

Non esiste però un esercizio universale valido per tutti.

Un programma dovrebbe essere impostato da un fisioterapista o terapista della mano, soprattutto quando il dolore è importante o l’articolazione presenta instabilità.

Il ruolo del tutore: quando può essere utile

Il tutore può essere un altro strumento della terapia conservativa.

Una ortesi per la base del pollice può limitare alcuni movimenti dolorosi e contribuire a ridurre il carico sull’articolazione durante le attività quotidiane.

Le evidenze non indicano un unico modello perfetto per tutti. Una revisione sistematica ha trovato benefici delle ortesi rispetto all’assenza di intervento per dolore e forza, senza però dimostrare una netta superiorità generale di un materiale o di una lunghezza rispetto agli altri.

Una più recente network meta-analysis ha invece individuato un risultato interessante: nel medio periodo, un tutore rigido che stabilizza sia l’articolazione CMC sia quella metacarpo-falangea è risultato superiore al controllo per dolore e funzione. Gli stessi autori sottolineano però la necessità di ulteriori studi per valutare gli effetti a lungo termine.

Il tutore, quindi, non dovrebbe essere scelto soltanto in base all’aspetto o alla pubblicità del prodotto.

Deve essere adatto alla mano, alla fase della malattia e alle attività che provocano dolore.

Farmaci e antidolorifici: quando entrano in gioco

Se il dolore persiste, il medico può valutare l’utilizzo di farmaci analgesici o antinfiammatori.

La scelta dipende dall’età, dalle altre malattie presenti, dai farmaci già assunti e dal rischio di effetti indesiderati. Per questo non è consigliabile utilizzare antinfiammatori per periodi prolungati senza un’indicazione medica.

In alcune persone possono essere valutati anche antinfiammatori topici, soprattutto quando si vuole limitare l’esposizione sistemica.

La terapia farmacologica, comunque, non modifica la causa strutturale dell’artrosi.

Serve soprattutto a controllare i sintomi e a consentire, quando possibile, di mantenere un buon livello di attività e riabilitazione.

E le infiltrazioni?

Quando il trattamento conservativo non è sufficiente, può essere presa in considerazione un’infiltrazione articolare.

Le più utilizzate sono quelle con corticosteroidi, mentre sono state studiate anche altre sostanze, tra cui acido ialuronico e plasma ricco di piastrine, o PRP.

Il quadro delle evidenze resta però tutt’altro che definitivo.

Una meta-analisi del 2024 su dieci studi randomizzati, per un totale di 673 pazienti, non ha trovato differenze significative tra corticosteroidi, acido ialuronico e PRP per diversi principali risultati di dolore e funzione nel breve e medio periodo.

Un’analisi più recente ha invece suggerito un possibile vantaggio del PRP rispetto ai corticosteroidi per alcuni risultati di dolore, ma gli studi sulle infiltrazioni rimangono eterogenei e non permettono di stabilire una soluzione universalmente migliore.

Anche per le infiltrazioni di cortisone il beneficio, quando presente, tende a essere soprattutto temporaneo.

Una revisione del 2026 sulla precisione delle infiltrazioni nella CMC ha inoltre evidenziato che l’iniezione basata sui soli reperi anatomici può avere una precisione limitata, mentre l’utilizzo dell’imaging può aumentare l’accuratezza; gli autori sottolineano però che mancano prove robuste per dimostrare che una maggiore precisione si traduca necessariamente in un miglioramento clinico duraturo.

Quando si prende in considerazione l’intervento

La chirurgia non viene decisa semplicemente perché una radiografia mostra un’artrosi avanzata.

Il punto decisivo è quanto la rizartrosi limita la persona e quanto dolore rimane nonostante il trattamento non chirurgico.

Se il dolore è persistente, la mano perde progressivamente funzione e le attività quotidiane diventano difficili nonostante un adeguato percorso conservativo, può essere indicata una valutazione chirurgica.

Tra gli interventi utilizzati esistono diverse tecniche.

Una delle più consolidate è la trapeziectomia, cioè la rimozione del trapezio, l’osso che partecipa all’articolazione degenerata. In alcuni casi viene associata a procedure sui legamenti o ai tendini.

Esistono poi interventi di artrodesi e protesi articolari, selezionati in base all’età, alle richieste funzionali, allo stato delle altre articolazioni e alle caratteristiche anatomiche.

Non esiste una sola operazione “migliore”

Anche qui la ricerca recente invita a evitare semplificazioni.

Una revisione sistematica del 2025 che ha confrontato diverse tecniche chirurgiche ha rilevato che nessuna procedura è risultata universalmente superiore alle altre per tutti gli esiti. La trapeziectomia rimane comunque una delle procedure più consolidate e con risultati a lungo termine considerati favorevoli.

Un’altra meta-analisi recente ha confrontato le principali strategie chirurgiche, tra cui trapeziectomia semplice, ricostruzione legamentosa con interposizione tendinea, artrodesi e sostituzione articolare. Anche in questo caso la scelta deve essere individualizzata, perché ogni tecnica presenta vantaggi, limiti e possibili complicanze.

Per questo arrivare alla chirurgia non significa semplicemente scegliere l’intervento “più moderno”.

Significa trovare la procedura più adatta a quella specifica mano.

Quanto tempo serve per recuperare?

La chirurgia può ridurre il dolore e migliorare la funzione, ma il recupero non è immediato.

Dopo l’intervento possono essere necessari tutori, fisioterapia e un periodo progressivo di recupero della mobilità e della forza.

La tempistica varia in base alla tecnica utilizzata e alle caratteristiche individuali.

È importante quindi non considerare l’intervento come una scorciatoia per tornare rapidamente a usare la mano senza dolore.

Il risultato dipende anche dalla riabilitazione e dal rispetto dei tempi biologici di guarigione.

Il vero obiettivo non è eliminare ogni segno sulla radiografia

La rizartrosi è una condizione cronica e non esiste una terapia capace di “ricreare” la cartilagine articolare e riportare la mano indietro nel tempo.

Ma questo non significa che il dolore sia destinato necessariamente a peggiorare senza possibilità di controllo.

Il percorso più razionale parte dalla valutazione dei sintomi e della funzione, prosegue con modifica delle attività, esercizi e tutore quando indicato, e può includere farmaci o infiltrazioni nei casi selezionati.

La chirurgia viene riservata alle situazioni in cui il dolore e la limitazione funzionale rimangono importanti nonostante il trattamento conservativo.

È un approccio molto diverso dal guardare soltanto una radiografia.

Una mano non è una lastra.

È uno strumento complesso che utilizziamo centinaia di volte al giorno. Per questo, quando si decide come trattare una rizartrosi, la domanda più importante non dovrebbe essere soltanto quanto è consumata l’articolazione, ma quanto quella condizione sta impedendo di vivere e usare normalmente la propria mano.

20 Settembre 2026 ( modificato il 15 Settembre 2026 | 0:59 )
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