8:06 am, 12 Agosto 26 calendario

Libano, Amal Khalil uccisa: Amnesty chiede un’indagine

Di: Thor Borewell

🌐 Amal Khalil, giornalista di Al Akhbar, è stata uccisa il 22 aprile nel sud del Libano. Amnesty International ritiene che l’attacco israeliano debba essere indagato come possibile crimine di guerra: la ricostruzione degli eventi riaccende il caso sulla protezione dei giornalisti e sull’accesso dei soccorritori.

La morte di Amal Khalil torna al centro dell’attenzione internazionale a distanza di mesi dall’attacco che l’ha uccisa nel sud del Libano. La giornalista libanese del quotidiano Al Akhbar è rimasta intrappolata sotto le macerie di un edificio colpito da un raid israeliano nel villaggio di al-Tiri, mentre stava documentando la situazione nella regione insieme alla collega e videomaker Zeinab Faraj, rimasta gravemente ferita.

Ora Amnesty International sostiene che gli elementi raccolti siano sufficienti per chiedere un’indagine indipendente e imparziale per possibile crimine di guerra. La valutazione dell’organizzazione, resa pubblica il 6 agosto, si basa su testimonianze, immagini, materiale audiovisivo, immagini satellitari e documentazione relativa alle comunicazioni tra soccorritori, autorità libanesi, Unifil e forze israeliane.

Il caso non riguarda soltanto la morte di una giornalista.

Riguarda che cosa accade quando una persona civile cerca riparo dopo un attacco e viene nuovamente colpita nel luogo in cui si è rifugiata, ma anche la possibilità per i soccorritori di raggiungere una persona ferita mentre è ancora in vita.

L’attacco ad al-Tiri e la sequenza di tre raid

Il 22 aprile 2026 Amal Khalil, 42 anni, e Zeinab Faraj, 21, si trovavano nel sud del Libano per seguire gli sviluppi del conflitto e verificare la situazione ad al-Tiri, nell’area di Nabatieh.

Le due giornaliste viaggiavano dietro un’altra automobile. A bordo c’erano Ali Nabil Bazzi, figura locale di Bint Jbeil, e Mohammed Hourani, residente sfollato. Secondo la ricostruzione fornita da Amnesty, intorno alle 14.25 il primo veicolo venne colpito da un attacco aereo.

I due uomini morirono.

Le giornaliste, che si trovavano nella vettura che seguiva, si fermarono e cercarono riparo nelle vicinanze. La loro automobile rimase parcheggiata a pochi metri dal mezzo colpito.

È da quel momento che, secondo la ricostruzione di Amnesty, la vicenda assume una dinamica particolarmente controversa.

Dopo il primo attacco arrivarono altri due raid.

Il secondo colpì l’automobile delle giornaliste. Il terzo colpì invece l’edificio nel quale le due donne si erano rifugiate.

Khalil morì sotto le macerie. Faraj sopravvisse, riportando ferite gravissime.

La sequenza temporale è uno degli elementi centrali dell’indagine dell’organizzazione per i diritti umani. Amnesty sostiene infatti che la presenza prolungata di droni israeliani nella zona avrebbe potuto fornire alle forze che conducevano l’operazione informazioni sulla presenza delle due donne e sulla loro posizione.

I droni, il rifugio e le ore di paura

La testimonianza di Zeinab Faraj rappresenta uno degli elementi più drammatici della ricostruzione.

Dopo il primo attacco, le due giornaliste scesero dalla macchina. I droni continuavano a sorvolare l’area e le donne decisero di ripararsi sotto una struttura danneggiata vicino a un edificio.

Faraj ha raccontato ad Amnesty che i droni si avvicinavano a distanza estremamente ravvicinata, tanto da poterli percepire attraverso il tetto danneggiato.

Le due giornaliste non si trovavano più nell’automobile e cercavano un luogo nel quale proteggersi.

Secondo Amnesty, questo elemento assume un’importanza decisiva perché, se la ricostruzione fosse confermata, potrebbe indicare che la presenza di persone civili nella zona era riconoscibile o comunque avrebbe dovuto essere considerata nella valutazione degli attacchi successivi.

Intorno alle 15.40 arrivò il secondo colpo.

L’automobile delle giornaliste venne centrata mentre si trovava nelle vicinanze del luogo in cui avevano cercato riparo. Entrambe rimasero ferite.

Khalil telefonò per chiedere aiuto. Aveva riportato ferite alla testa, al naso, alla gamba e al braccio. Faraj raccontò successivamente che la collega perdeva molto sangue e non riusciva più a muovere una gamba.

Le due donne riuscirono comunque a raggiungere l’interno dell’edificio.

Sarebbe dovuto essere il momento nel quale la storia poteva concludersi con un’evacuazione.

Invece, la parte più drammatica doveva ancora arrivare.

Il terzo attacco colpisce l’edificio dove erano nascoste

Circa un’ora dopo il secondo raid, intorno alle 16.25, un terzo attacco colpì l’edificio di tre piani nel quale le due giornaliste si erano rifugiate.

La struttura crollò.

Faraj rimase ferita e intrappolata, ma riuscì a sopravvivere. Khalil rimase invece sepolta sotto le macerie.

Un’analisi di immagini e filmati effettuata da Amnesty ha ritenuto compatibili i danni osservati con quelli provocati da un attacco aereo. Le immagini satellitari esaminate dall’organizzazione hanno inoltre mostrato una nuova area bruciata nel luogo in cui sorgeva l’edificio.

A quel punto la questione non era più soltanto individuare le responsabilità per il bombardamento.

C’era un’altra emergenza: raggiungere una persona ferita che poteva essere ancora viva.

I soccorritori aspettavano il via libera

È uno dei punti più delicati dell’intera vicenda.

Dopo il primo attacco, le autorità libanesi e i soccorritori avevano avviato le procedure per raggiungere l’area. Ma al-Tiri si trovava all’interno di quella che Israele aveva definito una zona di “difesa avanzata”, nella quale l’accesso civile era stato limitato.

L’operazione di soccorso doveva quindi essere coordinata attraverso il meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco, con il coinvolgimento di Unifil.

Secondo una ricostruzione del Washington Post, le informazioni sulla posizione delle giornaliste erano state comunicate alle autorità israeliane attraverso i canali utilizzati per facilitare il passaggio delle squadre di emergenza. I soccorritori, tuttavia, avrebbero dovuto attendere l’autorizzazione necessaria per procedere in sicurezza.

Il risultato fu una situazione drammatica.

Amal Khalil era ferita, intrappolata e in attesa di soccorso mentre le operazioni per raggiungerla rimanevano bloccate.

La ricostruzione del Washington Post ha sostenuto che le forze israeliane non avrebbero concesso il via libera in una fase cruciale, quando la giornalista era ancora viva.

Amnesty ha collegato questo elemento alla necessità di verificare non soltanto la legittimità dell’attacco, ma anche ciò che avvenne nelle ore successive.

L’ultima telefonata di Amal Khalil

La parte più dolorosa della ricostruzione riguarda le ultime ore della giornalista.

Dopo il secondo attacco, Khalil continuò a chiedere aiuto. Era ferita e perdeva sangue. La collega Zeinab Faraj, anch’essa gravemente ferita, rimase con lei nell’edificio.

Alle 16.22 Khalil effettuò quella che sarebbe stata l’ultima telefonata alla sorella.

Pochi minuti dopo arrivò il terzo attacco.

Faraj, che ha raccontato quei momenti anche all’Associated Press dal letto dell’ospedale, ha descritto ore di paura e attesa. Secondo la sua testimonianza, Khalil le aveva chiesto di non lasciarla sola.

Il corpo della giornalista venne recuperato solo più tardi.

La Croce rossa riuscì inizialmente a raggiungere l’area dopo aver ricevuto l’autorizzazione, estraendo Faraj dalle macerie e trasportandola in ospedale. Khalil, però, non era ancora stata raggiunta.

Le operazioni furono nuovamente interrotte e ripresero successivamente con mezzi più pesanti.

Amal Khalil venne trovata sotto una colonna e una parte del muro dell’edificio crollato.

La sua morte, secondo il certificato riportato nella documentazione di Amnesty, fu attribuita a un arresto cardiaco conseguente a un trauma cranico e a una grave emorragia.

Che cosa sostiene Israele sull’attacco

La ricostruzione delle organizzazioni per i diritti umani non coincide con quella fornita dalle autorità israeliane.

Le forze armate israeliane hanno sostenuto che l’operazione fosse diretta contro persone che, secondo la loro valutazione, avevano un collegamento con Hezbollah e rappresentavano una minaccia dopo essere entrate in una zona soggetta a restrizioni.

In una risposta ad Amnesty, l’esercito israeliano ha dichiarato che l’episodio era stato sottoposto a un esame preliminare e che erano stati tratti i relativi insegnamenti. Ha inoltre ribadito di non prendere intenzionalmente di mira i giornalisti e di valutare, prima degli attacchi, elementi quali l’obiettivo, le informazioni disponibili, i possibili danni ai civili e le precauzioni da adottare.

La posizione israeliana è quindi che Amal Khalil non fosse stata presa di mira in quanto giornalista.

È una distinzione fondamentale.

Per Amnesty, però, il punto da chiarire è se, nel momento in cui furono effettuati gli attacchi successivi, le forze israeliane fossero consapevoli della presenza di due civili e della loro condizione.

Ed è proprio questa domanda che, secondo l’organizzazione, deve essere affrontata attraverso un’indagine indipendente.

Perché il fatto di trovarsi in una zona vietata non basta

Uno degli argomenti centrali sollevati da Amnesty riguarda la natura della cosiddetta zona di “difesa avanzata”.

Israele aveva vietato alla popolazione civile di tornare in alcune aree del sud del Libano. Al-Tiri si trovava all’interno di questo perimetro.

Ma un’area interdetta non diventa automaticamente una zona nella quale ogni persona presente può essere considerata un obiettivo militare.

È questo il principio giuridico sul quale Amnesty concentra la propria contestazione.

Nel diritto internazionale umanitario, la distinzione tra civili e combattenti deve essere mantenuta anche durante le operazioni militari. I giornalisti, in quanto civili, godono della protezione prevista per le persone civili finché non partecipano direttamente alle ostilità.

Per questo motivo, la questione non può essere risolta semplicemente osservando che Khalil e Faraj si trovavano in un’area nella quale il ritorno era stato vietato.

La presenza in una zona pericolosa non cancella automaticamente lo status civile di una persona.

Ed è proprio questo il nodo che Amnesty chiede di sottoporre a un’indagine formale.

Un caso che riporta al centro la protezione dei giornalisti

La vicenda di Amal Khalil si inserisce in un quadro più ampio.

Dal 2023 organizzazioni internazionali per la libertà di stampa hanno documentato numerosi casi di giornalisti uccisi mentre svolgevano il proprio lavoro in Libano e a Gaza.

Già nell’aprile 2026 il Committee to Protect Journalists aveva chiesto un’indagine internazionale sulla morte di Khalil, sottolineando i dubbi sull’accesso dei soccorritori e sulla dinamica dell’attacco.

Anche Reporters Without Borders aveva ricostruito la vicenda, sostenendo che la giornalista fosse stata uccisa mentre si trovava al riparo e chiedendo che l’attacco fosse esaminato come possibile crimine di guerra.

Il fatto che oggi più organizzazioni per i diritti umani convergano sulla necessità di un’indagine rafforza la pressione internazionale.

Ma non equivale, da solo, a una sentenza.

Stabilire se sia stato commesso un crimine di guerra spetta a un’autorità competente attraverso un procedimento indipendente e imparziale.

Ed è proprio questo che Amnesty sta chiedendo.

Il problema dell’impunità

Per Amnesty, tuttavia, il caso Khalil non può essere considerato isolatamente.

L’organizzazione sostiene di avere documentato dal 2023 un più ampio schema di attacchi israeliani illegali in Libano, compresi episodi che avrebbero colpito civili, operatori sanitari e giornalisti. A febbraio aveva inoltre pubblicato un’indagine su due attacchi contro aree residenziali che avevano causato complessivamente 34 morti civili.

A luglio Amnesty aveva chiesto indagini per crimini di guerra anche su tre attacchi israeliani del marzo 2026 che avevano ucciso 24 civili, tra cui 12 bambini.

Il caso di Amal Khalil si inserisce quindi in una richiesta più ampia: superare una situazione nella quale accuse estremamente gravi non arrivano a un accertamento giudiziario efficace.

È questa, secondo Amnesty, la condizione che alimenta il rischio di nuove violazioni.

Una giornalista che raccontava il sud del Libano

Al di là della controversia giuridica e militare, resta la figura di una cronista che aveva costruito gran parte della propria carriera raccontando il sud del Libano.

Khalil lavorava per Al Akhbar da molti anni e seguiva direttamente gli eventi nelle aree di confine. Le immagini disponibili la mostrano sul terreno, con il microfono del quotidiano in mano, spesso davanti a paesaggi rurali e villaggi trasformati dal conflitto.

La sua morte ha avuto quindi anche un significato giornalistico.

Quando muore una reporter sul campo, non scompare soltanto una persona.

Si interrompe una voce che documentava ciò che accadeva in un luogo nel quale l’accesso alle informazioni era già estremamente difficile.

La stessa presenza di Khalil e Faraj ad al-Tiri nasceva dalla necessità di verificare direttamente ciò che stava accadendo sul terreno.

È una funzione essenziale del giornalismo di guerra: andare dove le dichiarazioni delle parti devono essere confrontate con la realtà.

Che cosa succede adesso

La richiesta di Amnesty è precisa: un’indagine tempestiva, indipendente e imparziale che stabilisca la dinamica dell’attacco, la natura degli obiettivi, le informazioni disponibili alle forze israeliane e le circostanze nelle quali è stato colpito l’edificio.

Parallelamente, l’organizzazione chiede al Libano di valutare strumenti giudiziari nazionali e di accettare la giurisdizione della Corte penale internazionale sui crimini commessi sul proprio territorio dal 2023.

Il caso potrebbe quindi diventare un ulteriore banco di prova per la capacità della comunità internazionale di trasformare le denunce sulle violazioni del diritto internazionale in accertamenti giudiziari concreti.

Perché la domanda che rimane, a mesi dall’attacco, è semplice e terribile: che cosa è successo nelle ore in cui Amal Khalil era ancora viva sotto le macerie?

La risposta non può essere affidata soltanto alle versioni contrapposte delle parti.

Servono prove, ricostruzioni indipendenti, accesso ai dati operativi e un’autorità in grado di stabilire responsabilità.

Nel frattempo, il nome di Amal Khalil resta legato a una delle vicende più controverse sulla sicurezza dei giornalisti nel conflitto israelo-libanese del 2026.

Amnesty non chiede di considerare già accertato un crimine di guerra: chiede che gli elementi raccolti siano sufficienti per aprire un’indagine che possa stabilirlo.

Ed è proprio questa distinzione a rendere ancora più importante il caso.

Perché, in una guerra in cui le informazioni vengono spesso contese quanto il territorio, proteggere chi racconta gli eventi significa anche proteggere la possibilità stessa di ricostruire la verità.

12 Agosto 2026 ( modificato il 11 Agosto 2026 | 23:17 )
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