La retrospettiva su Vasilij Kandinskij a Palazzo Bonaparte
Arthemisia sceglie di aprire la stagione museale romana con una monografica dirompente su Vasilij Kandinskij, padre dell’astrattismo e figura indiscussamente centrale dell’arte del Novecento, a distanza di 25 anni dall’ultima esposizione nella Capitale. La mostra a Palazzo Bonaparte fino al 14 febbraio 2027, un tempo che se permetterà di accogliere quanti più spettatori e turisti auspicabili, offrirà anche un alibi ai più pigri per procrastinare la visita, per poi, proprio nel giorno di San Valentino, cogliere dal cilindro un rimedio a dir poco dignitoso a una serata molto impegnativa da pianificare, a maggior ragione se coinvolto c’è un procrastinatore seriale.

La riflessione sul pittore russo naturalizzato francese ripercorre l’esistenza tutta del maestro, scomponendola, anche se in forma impercettibile poiché di estrema scorrevolezza, in cinque sezioni per oltre settanta capolavori, ottenuti da prestigiosi istituti d’arte internazionali oltre che dal Centre Pompidou, a riempire il vuoto lasciato dalla chiusura per ristrutturazione che ci priverà del sopracitato museo fino al 2030. L’avvicinamento alla pittura da parte di Kandinskij è lento e graduale, o meglio, la pittura e il fascino per il colore, come la passione per la musica, sono da sempre presenti nella sua vita, sin dal prematuro trasferimento, a soli quattro anni e in seguito al divorzio dei propri genitori, presso la propria zia a Odessa, da cui riceve le prime nozioni di disegno. Eppure, la traiettoria degli studi universitari in legge lo conduce a un bivio, alla scelta tra la carriera accademica di professore universitario, e la via meno convenzionale, addirittura imprudente, della pittura. Dopo aver respinto l’offerta dell’Università di Dorpat in Estonia, Kandinskij decide di invertire la rotta per dedicarsi all’approfondimento teorico e pratico dell’arte presso l’Accademia delle Belle Arti di Monaco di Baviera, dove sarà allievo di Franz von Stuck. La città di Monaco permetterà all’artista di ritagliarsi uno spazio non irrilevante in circoli e salotti intellettuali, e di istituire nel 1902 la sua accademia d’arte d’avanguardia, la Phalanx-Schule, in cui conoscerà la pittrice, nonché futura compagna per il decennio successivo, Gabriele Münter, che all’interno della grande retrospettiva viene omaggiata, per la prima volta esposta in Italia. Probabilmente senza quella scelta così avventata, quello stravolgimento, oggi l’evoluzione dell’arte si collocherebbe qualche stadio più indietro.

Evitando ulteriori sproloqui, il percorso espositivo concepito a Palazzo Bonaparte consente di immergersi appieno nell’universo creativo dell’artista, e di cogliere immediatamente l’esasperato bisogno di colore insito nelle sue opere, un’urgenza cromatica che diventerà tratto distintivo. Nelle prime sale le tele e la pennellata di Kandinskij si avvicinano in modo sensibile a correnti artistiche nate a fine ottocento, e più precisamente, alla variazione sul tema impressionistico del puntinismo, che vede Paul Signac e Georges Seurat tra i più noti esponenti. A questo stile il pittore impone tematiche e costumi appartenenti alla tradizione russa, e i paesaggi e l’atmosfera ne sono la dimostrazione. Nondimeno, la serie delle Scene russe, partorita tra il 1904 e il 1907 con la tecnica della pittura a tempera, evoca una riflessione profonda sulle influenze di Madre Russia ancora presenti nell’animo in una figura che rimane d’indole cosmopolita. In questo nucleo di dipinti si intravede da un lato il richiamo alle icone della tradizione ortodossa, dall’altro l’interesse per un mondo onirico e fiabesco. Il Canto del Volga del 1906 è tra le testimonianze più tangibili, perché, nella vivacità di colori fluorescenti legati però a un’atmosfera crepuscolare e un tratto deciso, mito e ricordo si intrecciano in un susseguirsi di episodi e istantanee. Lo spettatore può scegliere liberamente se soffermarsi sui simbolismi, sui mercanti, sul paesaggio fluviale o sull’architettura religiosa russa sullo sfondo, con le caratteristiche cupole a cipolla.

Proseguendo la visita, lo stile del pittore russo muterà, come fosse alla ricerca della propria identità più essenziale, giocando sempre di più sulle sottrazioni. Da menzionare, per gli avventori che come me vengono sedotti con facilità disarmante, quasi infantile, dalle correnti artistiche, preferibilmente dalla dicitura in lingua tedesca, a conferire un che di misterioso e insieme profondo, con una traccia di contestualizzazione storica a stimolare un certo grado di presunta immedesimazione, la parentesi di Der Blaue Reiter (tradotto, il Cavaliere Azzurro), organizzazione di artisti nata nel capoluogo della Baviera nel 1911 e attiva fino 1914, una delle colonne portanti dell’Espressionismo tedesco.
Antesignano di questo movimento, il quadro Improvvisazione III del 1909 rappresenta una tappa imprescindibile nel viaggio verso l’astrazione del pittore. Qui, il legame con la musica, che egli ritiene essere l’arte più pura e libera dai vincoli della realtà visibile, emerge in maniera travolgente. Il titolo allude a un’opera nata da un impulso interiore, tradotto poi in uno stato d’animo, al pari di una sinfonia jazz o di un assolo di pianoforte, mentre le pennellate sono in più ampie e dettate dai colori luminosi del fauvismo. Il cavaliere, nelle vesti di San Giorgio che vince il drago, figura dominante nelle icone russe ortodosse, e il cavallo, sono protagonisti e assumono un significato simbolico e d’intenti. In molte delle Improvvisazioni esiste una divisione tra mondo materiale e mondo spirituale, e in questo dipinto lo stesso Kandinskij ha affermato come muovendo verso destra si abbia l’impressione di un viaggio verso casa, quanto muovendo verso sinistra si raggiunga il mondo esterno.

L’impianto espositivo della sala di Improvvisazione III è determinante: tre tele per tre pareti, tutte di grandezze differenti, che segnano uno spartiacque nel percorso. Va riconosciuto che l’intera mostra ha una disposizione che consente di dedicare tempo e spazio a ogni dettaglio, ma l’organizzazione di questa sala si rivela di straordinaria efficacia. Da contraltare all’improvvisazione, oltre a una piccola raffigurazione dai connotati fauves di una strada, domina “Con l’arco nero”, risalente al 1912, dove gli elementi figurativi sono pressoché scomparsi. Restano macchie di colore rosso, blu e bordeaux, unite da un arco ogivale, e l’alternarsi di toni caldi e freddi, di sfumature più o meno chiare, che rapiscono l’occhio del visitatore. L’opera marca il passaggio di Kandinskij verso l’astrattismo lirico, e non a caso solo un anno prima viene pubblicato “Lo spirituale nell’arte”, il saggio ritenuto manifesto teorico dell’arte astratta, che sarà fonte d’ispirazione per generazioni d’artisti in tutto il Novecento. Dai primi acquarelli in cui gli oggetti sembrano galleggiare, le rappresentazioni si fanno via via più geometriche e concettuali, e il rapporto tra elementi primari e superficie diventa centrale.
La ricerca e la trasformazione si fanno ancora più intense nel periodo successivo alla Grande Guerra, quando, chiamato a insegnare nel 1921 presso la scuola tedesca del Bauhaus, prosegue nell’analisi degli elementi fondamentali della composizione, punto, linea e superficie. Il cerchio, come in Giallo-Rosso-Blu del 1925 e Sulle Punte del 1928, sarà una tematica ricorrente, allegoria di infinite possibilità e sintesi di tensioni opposte, attraverso cui avrà l’impressione di avvicinarsi ancor più allo spirituale. Alla chiusura forzata del Bauhaus del 1933 a causa del Nazismo, il suo trasferimento a Parigi coinciderà con un ultimo cambio di prospettiva, ritraendo forme somiglianti a microrganismi biologici su sfondi colorati, o cellule osservate al microscopio. La mostra è capace di cogliere la parabola di Kandinskij nel suo pieno dispiegarsi, senza sacrificarne la complessità, le contraddizioni, ma anche la coerenza. Coerenza nell’instancabile giustapposizione di arte e musica, e come recita l’epigrafe verso la fine del percorso espositivo: “Il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, mette opportunamente in vibrazione l’anima umana.”
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