Houthi, base Taif nel mirino: perché l’Italia resta in Arabia
La guerra che attraversa il Medio Oriente torna a bussare alle porte dell’Italia. Non perché il territorio nazionale sia direttamente coinvolto, ma perché militari italiani sono schierati in Arabia Saudita, in un’area che nelle ultime ore è diventata uno dei possibili bersagli della nuova escalation con gli Houthi.
Nel mirino c’è anche Taif, città dell’Arabia occidentale dove opera una parte del dispositivo italiano della Task Force Arabia. Le tensioni sono aumentate dopo gli attacchi sauditi contro le aree controllate dagli Houthi nello Yemen e la successiva risposta del movimento yemenita con missili balistici e droni diretti verso il territorio saudita.
La questione non è soltanto militare. È anche politica e strategica: che cosa deve fare l’Italia quando un Paese considerato partner viene attaccato e sul suo territorio sono presenti soldati italiani?
Per Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, la risposta è netta: non è il momento di ritirarsi.
Taif nel mirino degli Houthi: cresce la pressione sull’Arabia Saudita

La nuova fase del conflitto nasce dal progressivo rafforzamento degli Houthi nello Yemen e, soprattutto, dalla loro capacità di minacciare infrastrutture e territori molto lontani dalle proprie aree di controllo.
Secondo l’analisi di Batacchi, gli Houthi hanno conquistato una parte significativa della fascia costiera yemenita, aumentando la loro capacità di interdizione nell’area strategica dello stretto di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi fondamentali per i traffici marittimi internazionali.
La risposta saudita è stata militare. Riad ha intensificato gli attacchi contro le aree controllate dagli Houthi e questi ultimi hanno reagito colpendo il territorio saudita.
È in questo scenario che Taif assume un’importanza particolare.
La base aerea King Fahd, nell’area di Taif, è diventata uno dei punti sensibili del dispositivo di difesa saudita. Nelle scorse ore sono stati segnalati allarmi legati alla possibile minaccia di missili balistici, anche se non tutte le informazioni circolate sui social hanno trovato conferma ufficiale.
Il dato certo è che l’area è considerata esposta alla minaccia e che al suo interno opera anche personale militare italiano.
Perché ci sono militari italiani in Arabia Saudita
La presenza italiana non nasce con l’attuale crisi.
Dalla seconda metà di marzo 2026, l’Italia ha schierato nel Golfo un dispositivo militare destinato a contribuire alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo e alla protezione delle forze e degli interessi nazionali nell’area.
La Task Force Air-Arabia comprende circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, distribuiti tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Il dispositivo integra capacità di allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto, sorveglianza radar e contrasto ai droni.
Non si tratta dunque di una presenza simbolica.
Tra gli assetti impiegati ci sono quattro Eurofighter, un velivolo E-550A CAEW per la sorveglianza e l’allarme precoce, mezzi da trasporto e sistemi destinati alla sorveglianza e al contrasto dei droni. Secondo le ricostruzioni disponibili, nella penisola arabica opera inoltre una componente terrestre italiana con capacità di difesa antiaerea e antimissile.
È un dispositivo costruito per affrontare proprio il tipo di minaccia che oggi preoccupa i Paesi del Golfo: droni, missili da crociera e missili balistici.

«Le missioni a zero rischi non esistono più»
È questo il punto centrale dell’analisi di Batacchi.
L’esperto non considera la presenza italiana a Taif priva di rischi. Al contrario, riconosce esplicitamente che il contingente opera in un teatro caratterizzato da una minaccia concreta.
Ma proprio questo, secondo la sua lettura, non dovrebbe essere sufficiente per decidere un ritiro.
«Le missioni a zero rischi oggi non esistono più», è il ragionamento dell’analista. Se l’obiettivo di una missione militare fosse eliminare completamente ogni possibilità di pericolo, osserva, la conseguenza sarebbe non partire mai.
Il tema diventa allora quello della proporzione tra rischio e obiettivo strategico.
L’Italia non è in Arabia Saudita per condurre una guerra autonoma contro gli Houthi. Il compito dichiarato della Task Force è contribuire alla difesa dello spazio aereo dei Paesi partner e alla protezione degli interessi nazionali presenti nella regione.
La differenza è sostanziale.
Il rapporto con Riad e la questione delle partnership strategiche
Dietro la discussione sulla permanenza dei militari italiani c’è infatti una questione molto più ampia: che valore hanno le partnership strategiche se non vengono sostenute quando arriva una crisi?
È il ragionamento che Batacchi pone al centro della sua valutazione.
L’Arabia Saudita rappresenta per l’Italia un partner di grande peso sul piano energetico, economico e geopolitico. Il rapporto con Riad si è progressivamente ampliato negli ultimi anni e coinvolge energia, industria, difesa, investimenti e cooperazione strategica.
Da questa prospettiva, la presenza militare non può essere considerata semplicemente come un’operazione tecnica.
È anche un messaggio politico.
La presenza di aerei, radar e personale italiano comunica a un partner che l’Italia considera la sua sicurezza un interesse sufficientemente importante da giustificare un impegno concreto.
Ed è proprio qui che si colloca la frase più significativa dell’analisi: «È inutile fare queste partnership strategiche se poi al momento del bisogno ci si dilegua».
La minaccia degli Houthi non riguarda soltanto l’Arabia
Il problema non è confinato alla sicurezza saudita.
Gli Houthi hanno dimostrato negli ultimi anni di poter trasformare la posizione geografica dello Yemen in uno strumento di pressione sull’intero sistema commerciale internazionale.
Il riferimento è soprattutto a Bab el-Mandeb, il passaggio marittimo che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden.
Qualunque escalation in quell’area può avere ripercussioni sulla navigazione, sui costi dei trasporti, sui tempi delle rotte commerciali e, indirettamente, sui prezzi dell’energia.
Per l’Italia, che ha interessi economici e commerciali particolarmente rilevanti nel Mediterraneo e nel Golfo, la sicurezza di quelle rotte non è quindi un tema lontano.
La crisi saudita diventa così anche una questione italiana.

La difesa della base e il ruolo degli Eurofighter
Uno degli aspetti più importanti della presenza italiana è rappresentato dalla capacità di sorvegliare e difendere lo spazio aereo.
Gli Eurofighter italiani sono integrati con sistemi di sorveglianza e comando e controllo che permettono di individuare e seguire possibili minacce.
Il velivolo E-550A CAEW rappresenta in questo sistema un elemento particolarmente importante: la sua funzione è fornire un quadro radar esteso, individuando e tracciando potenziali minacce aeree e contribuendo al coordinamento delle operazioni.
A questo si aggiungono capacità terrestri di difesa antiaerea e antimissile.
Il principio è quello della difesa multilivello: individuare la minaccia il prima possibile, seguirne la traiettoria e, quando necessario, intervenire con il sistema più appropriato.
È un’impostazione particolarmente rilevante in un conflitto nel quale droni e missili possono arrivare contemporaneamente e da direzioni differenti.
Il precedente del Kuwait
Nel ragionamento di Batacchi c’è anche un precedente che dimostra quanto la minaccia sia concreta.
Il riferimento è alla presenza italiana in Kuwait, dove un drone Reaper italiano è stato distrutto durante una precedente fase di attacchi con missili e droni iraniani.
L’episodio ricorda che la presenza militare italiana nel Golfo non è soltanto una missione sulla carta.
I sistemi italiani sono già stati esposti agli effetti diretti dell’escalation regionale. Il passaggio dalla deterrenza teorica alla necessità di proteggere realmente uomini e mezzi è quindi già avvenuto.
Per questo la sicurezza del contingente di Taif è destinata a rimanere una delle priorità del governo e della Difesa.
Restare o ritirarsi: il vero dilemma italiano
La domanda politica, inevitabilmente, è se l’aumento della minaccia debba portare a una modifica della missione.
Da una parte c’è la necessità di proteggere i militari italiani e di evitare che il nostro Paese venga trascinato in un conflitto regionale.
Dall’altra c’è l’esigenza di mantenere gli impegni assunti con i partner.
La posizione sostenuta da Batacchi è che il secondo elemento non possa essere sacrificato automaticamente davanti al primo. La soluzione, piuttosto, dovrebbe essere cercata nel rafforzamento della protezione del contingente e nella capacità di adattare il dispositivo all’evoluzione della minaccia.
Le basi saudite, del resto, dispongono di sistemi di difesa aerea e antimissile proprio perché la minaccia missilistica è diventata una componente strutturale della sicurezza regionale.
Ritirarsi soltanto perché il rischio esiste, secondo questa impostazione, svuoterebbe di significato la funzione deterrente della missione.
L’Italia davanti a una scelta strategica
La vicenda di Taif pone quindi una questione che va oltre gli Houthi.
Per la prima volta in questa nuova fase della crisi regionale, l’Italia deve confrontarsi con una situazione nella quale un proprio contingente militare si trova vicino a un’area direttamente minacciata da missili e droni.
Il governo dovrà mantenere un equilibrio difficile: garantire la sicurezza dei soldati senza compromettere una missione costruita per rafforzare la sicurezza di un partner strategico.
La presenza italiana, in questo senso, assume un valore che è contemporaneamente militare e diplomatico.
Restare significa accettare un livello di rischio maggiore e dimostrare che l’impegno assunto con Riad non è soltanto teorico. Ritirarsi significherebbe invece privilegiare una logica di massima cautela, con possibili conseguenze sulla credibilità delle partnership italiane nel Golfo.
Per Batacchi la scelta appare chiara: l’Italia deve rimanere a Taif, naturalmente garantendo la massima protezione possibile al proprio personale.
Non perché il rischio sia trascurabile, ma per la ragione opposta: proprio perché la minaccia è reale, la presenza italiana può diventare uno degli strumenti attraverso cui rendere concreta quella garanzia politico-militare promessa a un partner.
E mentre il confronto tra Arabia Saudita e Houthi continua a spostare il baricentro della crisi verso il Mar Rosso e il Golfo, la base di Taif diventa così uno dei luoghi dove si misura la credibilità della strategia italiana nella regione.
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