Cosmeticoressia, i social spingono i ragazzi a usare più cosmetici
🌐 Cosmeticoressia e social sono sempre più legati: un nuovo studio condotto su adolescenti mostra che seguire influencer beauty e tutorial aumenta il numero di prodotti per la cura personale utilizzati ogni giorno, mentre dermatologi e pediatri invitano a distinguere la cura della pelle dalla ricerca ossessiva della perfezione.
Cosmeticoressia, perché la skincare sta entrando così presto nella vita dei ragazzi
Creme, sieri, maschere, detergenti, tonici e prodotti anti-età. Quello che fino a pochi anni fa apparteneva soprattutto al mondo degli adulti sta diventando parte della quotidianità di preadolescenti e adolescenti, con routine di bellezza sempre più elaborate e spesso costruite seguendo ciò che appare sugli schermi.
Il fenomeno viene chiamato cosmeticoressia, un termine ormai entrato nel dibattito pubblico per descrivere un rapporto eccessivo o compulsivo con i cosmetici. Non è una diagnosi psichiatrica ufficiale, ed è importante non trasformare automaticamente ogni interesse per la skincare in una patologia. Il problema nasce quando la cura di sé diventa una necessità rigida, quando il proprio aspetto viene percepito come continuamente da correggere o quando l’acquisto e l’utilizzo dei prodotti occupano uno spazio sproporzionato nella vita quotidiana.
A rendere il fenomeno particolarmente interessante è ora un nuovo tassello scientifico: il ruolo dei social sembra essere strettamente collegato alla quantità di prodotti utilizzati dagli adolescenti.
Lo studio che mette in relazione social e uso dei cosmetici
La ricerca, pubblicata ad agosto 2026 sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology, ha coinvolto 143 studenti delle scuole superiori del New Jersey, con un’età media di circa 16 anni.
Gli adolescenti hanno indicato quali prodotti per la cura personale avevano utilizzato nelle 24 ore precedenti e hanno risposto a domande sulle proprie abitudini sui social, compreso il rapporto con influencer e contenuti dedicati alla bellezza.
Il risultato più significativo riguarda proprio l’associazione tra esposizione ai contenuti beauty e numero di prodotti utilizzati.
Dopo aver considerato fattori come sesso, classe frequentata, caratteristiche sociodemografiche e istruzione dei genitori, gli studenti che seguivano influencer con proprie linee di prodotti riferivano l’utilizzo di circa il 30% in più di prodotti nelle 24 ore precedenti rispetto ai coetanei meno coinvolti da questo tipo di contenuti.
Tra chi guardava tutorial dedicati a capelli e bellezza, l’incremento arrivava invece a circa il 40%.
Sono numeri interessanti, ma vanno interpretati correttamente: lo studio è un pilot study, basato su un campione limitato e su dati riferiti direttamente dai partecipanti. Mostra un’associazione, non dimostra che siano i social, da soli, a provocare un comportamento cosmetico compulsivo.
La relazione, tuttavia, è abbastanza forte da indicare una direzione di ricerca importante.

Quanti prodotti usano davvero gli adolescenti
Uno dei dati più sorprendenti riguarda la differenza tra ragazze e ragazzi.
Nello studio, le partecipanti di sesso femminile hanno dichiarato di aver utilizzato nelle 24 ore precedenti una mediana di 14 prodotti per la cura personale, contro 7 tra i maschi. Il conteggio comprende però l’insieme dei prodotti per la cura personale, non soltanto creme e cosmetici: rientrano, per esempio, anche prodotti per capelli, igiene orale, deodoranti, profumi e altri articoli.
Questo dettaglio è fondamentale perché evita di interpretare il numero come se significasse che una sedicenne applichi necessariamente 14 prodotti skincare sul viso.
Ma il dato racconta comunque una realtà precisa: l’esposizione quotidiana ai prodotti per la cura personale può essere molto ampia già durante l’adolescenza.
E il collegamento con i social aggiunge un elemento nuovo.
Circa il 41% degli studenti coinvolti aveva dichiarato di aver acquistato prodotti dopo averli visti utilizzare sui social, mentre circa il 31% aveva acquistato prodotti dopo averli incontrati nella pubblicità sui social.
Non è soltanto una questione di bellezza
Il vero tema non è demonizzare la crema idratante, il make-up o una routine di skincare.
Prendersi cura della propria pelle può essere un’abitudine positiva. Il problema nasce quando il messaggio che arriva ai giovanissimi è diverso: la pelle naturale non sarebbe abbastanza bella, il volto avrebbe continuamente bisogno di essere corretto e l’aspetto fisico diventerebbe un progetto da perfezionare senza fine.
È qui che il ruolo degli algoritmi può diventare particolarmente potente.
Un ragazzo guarda un video. Poi ne guarda un altro. Inizia a seguire un creator. Interagisce con alcuni contenuti. La piattaforma impara rapidamente quali argomenti attirano la sua attenzione e tende a proporre contenuti affini.
Il risultato può essere una bolla estetica nella quale la pelle perfetta sembra la normalità.
E quando la stessa immagine viene ripetuta centinaia di volte, ciò che inizialmente appariva eccezionale può iniziare a sembrare un requisito minimo.
Il problema dei filtri e del confronto continuo
C’è poi un secondo livello.
Molti contenuti beauty non mostrano semplicemente una persona che utilizza un prodotto. Mostrano un risultato.
Pelle senza pori visibili, colorito uniforme, assenza di imperfezioni, illuminazione studiata, filtri, trucco e montaggio contribuiscono a costruire un’immagine che può essere molto distante dalla pelle reale.
Per un adolescente, però, distinguere tra immagine digitale e realtà fisica non è sempre semplice.
La ricerca scientifica sui contenuti skincare rivolti ai più giovani aveva già evidenziato questo problema. Un’analisi pubblicata su Pediatrics ha esaminato 100 video TikTok di routine skincare realizzate da creator minorenni: le routine mostravano in media sei prodotti e, tra i video più visti, comparivano mediamente 11 principi attivi potenzialmente irritanti. Solo circa un quarto dei video includeva la protezione solare.
Ancora più significativo è ciò che accade quando un utente giovane inizia a interagire con questi contenuti: nella simulazione condotta dai ricercatori, il feed poteva rapidamente riempirsi di video dedicati a routine elaborate.
Non è soltanto pubblicità. È esposizione ripetuta a un modello di comportamento.
Retinolo, acidi e vitamina C: quando troppi attivi diventano un problema
La pelle giovane non ha bisogno di essere trattata come una pelle adulta che deve contrastare l’invecchiamento.
Questo è uno dei punti sui quali dermatologi e pediatri insistono maggiormente.
Prodotti contenenti retinoidi, acidi esfolianti o altri principi attivi molto concentrati possono avere un ruolo dermatologico preciso quando indicati per una determinata condizione, ma il loro utilizzo indiscriminato non rende automaticamente la pelle più sana.
Al contrario, una routine troppo aggressiva può provocare irritazione, arrossamento, secchezza e alterazioni della barriera cutanea. Le analisi delle routine skincare diffuse sui social hanno evidenziato anche la presenza di ingredienti con potenziale allergizzante e irritante.
Il principio è semplice: più prodotti non significa automaticamente più cura.
Una pelle sana non ha bisogno di una lista infinita di passaggi per dimostrare di essere sana.

E le sostanze che interferiscono con il sistema endocrino
Il nuovo studio americano nasce anche da una preoccupazione più ampia: i prodotti per la cura personale rappresentano una fonte quotidiana di esposizione a numerose sostanze chimiche.
Alcuni ingredienti utilizzati nei prodotti di uso personale sono stati studiati per le loro possibili proprietà di interferenza endocrina o per altri effetti sulla salute. Questo non significa che ogni cosmetico sia pericoloso, né che l’uso di un singolo prodotto provochi automaticamente un danno.
La questione scientifica è più complessa: contano sostanza, quantità, frequenza, durata dell’esposizione e combinazione di prodotti.
La stessa ricerca Rutgers sottolinea che il suo studio non ha misurato direttamente la concentrazione di sostanze chimiche nell’organismo dei ragazzi. Gli autori indicano proprio l’analisi biologica dell’esposizione come uno dei passaggi necessari per le ricerche future.
È quindi scorretto trasformare questi risultati in un allarme secondo cui i cosmetici “avvelenano” gli adolescenti.
Il segnale è un altro: più prodotti significano potenzialmente più esposizioni, e vale la pena capire meglio quali siano davvero necessarie.
Cosmeticoressia: quando la skincare smette di essere cura di sé
Il confine più importante non è il numero esatto di prodotti.
Una routine composta da pochi cosmetici può diventare problematica se è accompagnata da una forte ansia legata all’aspetto. Al contrario, utilizzare diversi prodotti non significa automaticamente avere un’ossessione.
Il campanello d’allarme è soprattutto il rapporto psicologico con la routine.
Un adolescente dovrebbe poter uscire di casa senza aver completato una lunga sequenza di passaggi cosmetici. Dovrebbe poter vedere un brufolo senza considerarlo una catastrofe. Dovrebbe poter interrompere per qualche giorno una routine senza provare un’ansia sproporzionata.
Quando invece lo specchio diventa un luogo di controllo continuo, gli acquisti diventano difficili da gestire o l’autostima dipende quasi completamente dall’aspetto fisico, il problema va oltre la skincare.
Gli specialisti sottolineano proprio questi elementi: routine sempre più rigide, acquisti incontrollati, controllo ripetuto allo specchio e forte preoccupazione per difetti minimi o inesistenti possono rappresentare segnali da non ignorare.
Il rischio psicologico: inseguire una perfezione che non esiste
C’è un paradosso al centro della cosmeticoressia.
La skincare nasce per prendersi cura della pelle, ma può finire per comunicare che la pelle naturale non è mai abbastanza.
È un messaggio particolarmente delicato durante l’adolescenza, quando l’identità è ancora in costruzione e il giudizio dei coetanei assume un peso enorme.
L’acquisto del nuovo prodotto può offrire una sensazione immediata di controllo: “Con questa crema migliorerò”, “Con questo siero avrò una pelle perfetta”, “Se elimino questa imperfezione mi sentirò meglio”.
Ma se il risultato non corrisponde alle aspettative, il ciclo ricomincia con un nuovo prodotto.
È così che la ricerca della soluzione può diventare parte del problema.
Cosa possono fare i genitori senza trasformare la skincare in un divieto
La risposta non dovrebbe essere necessariamente vietare tutto.
Un approccio puramente proibitivo rischia di rendere i cosmetici ancora più desiderabili e, soprattutto, non insegna ai ragazzi a interpretare criticamente ciò che vedono online.
Molto più utile è parlare del funzionamento dei social.
Un influencer può essere pagato per promuovere un prodotto. Una fotografia può essere modificata. Un video può essere illuminato, montato e filtrato. Un prodotto può essere adatto a un adulto ma non avere alcuna utilità per un preadolescente.
Capire come nasce un contenuto è già una forma di protezione.
Anche la scelta dei prodotti dovrebbe essere proporzionata all’età e alle reali esigenze della pelle. In presenza di acne, dermatite o altri problemi cutanei, è preferibile chiedere consiglio a un professionista anziché costruire una terapia attraverso TikTok o Instagram.
La vera sfida è cambiare il significato della bellezza
Il nuovo studio non dice che i social siano l’unica causa della cosmeticoressia.
Dice qualcosa di più interessante: a una maggiore esposizione ai contenuti beauty corrisponde un maggiore utilizzo di prodotti per la cura personale. È un’associazione che merita di essere studiata con campioni più grandi e popolazioni più diverse.
Nel frattempo, il fenomeno sta già producendo conseguenze concrete sul mercato e sul dibattito pubblico. In Italia, nel marzo 2026, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato istruttorie su pratiche commerciali riguardanti la promozione di cosmetici destinati agli adulti verso bambini e adolescenti, compresi contenuti realizzati con il coinvolgimento di giovani micro-influencer.
Il tema, quindi, non riguarda soltanto la vanità dei giovanissimi.
Riguarda salute della pelle, salute psicologica, pubblicità, algoritmi e responsabilità degli adulti.
E forse la domanda più importante non è quanti prodotti debba usare un adolescente.
È capire perché, sempre più spesso, senta di averne bisogno per sentirsi abbastanza bello.
© RIPRODUZIONE RISERVATA





