El Niño, la grande storia del clima che cambia il mondo
🌐 El Niño è uno dei più potenti motori naturali del clima terrestre: dalla fisica dell’oceano alle grandi siccità che hanno colpito Maya e società andine, dalle cronache dei conquistadores ai 27 episodi registrati nel Novecento, fino al Super El Niño del 2026 che oggi mette alla prova i modelli climatici e riapre una domanda cruciale: quanto lontano può arrivare il suo effetto sull’Europa?
C’è un luogo sulla Terra nel quale una variazione di pochi gradi della temperatura superficiale dell’oceano può contribuire a cambiare il destino di raccolti, foreste, pescherie, economie e intere società a migliaia di chilometri di distanza.
Quel luogo è il Pacifico equatoriale.
È qui che nasce El Niño, la fase calda della grande oscillazione oceanica-atmosferica conosciuta come ENSO, El Niño-Southern Oscillation. Un fenomeno naturale, ricorrente e globale, capace di alterare per mesi la distribuzione delle piogge, la posizione delle correnti atmosferiche, l’attività dei cicloni tropicali e le temperature di vaste porzioni del pianeta.
Nel 2026 questa macchina climatica è tornata a funzionare con una forza eccezionale.
Gli ultimi dati disponibili indicano che l’evento in corso si sta intensificando rapidamente. Il valore settimanale dell’indice Niño 3.4 ha raggiunto il 12 agosto circa +2,7 °C, mentre la media maggio-luglio era già salita a +1,51 °C e il valore mensile di luglio a +2,03 °C. Le valutazioni internazionali convergono inoltre sulla possibilità di un evento molto forte nell’autunno e nell’inverno 2026-27.
Chiamarlo “Super El Niño” può essere utile per descriverne l’eccezionalità, ma non è una categoria scientifica ufficiale universale. I centri previsionali parlano soprattutto di El Niño forte o molto forte, utilizzando soglie quantitative differenti e indici che negli ultimi anni sono stati affinati.
Questa distinzione è importante perché El Niño non è una profezia apocalittica.
È un fenomeno fisico, regolato dalle interazioni fra oceano e atmosfera. E la sua storia è molto più antica dei satelliti, dei supercomputer e delle moderne stazioni meteorologiche.

Che cos’è El Niño e perché nasce nel Pacifico
Per capire la sua potenza bisogna partire da una situazione apparentemente normale.
Nella fascia equatoriale del Pacifico soffiano generalmente gli alisei da est verso ovest. Questi venti spingono l’acqua superficiale calda verso l’Indonesia e l’Australia.
Nel Pacifico occidentale si accumula così una gigantesca riserva di calore. Il livello del mare può risultare sensibilmente più alto rispetto a quello osservato nelle regioni orientali del bacino, mentre il termoclino, cioè la zona di transizione tra acque superficiali relativamente calde e acque profonde fredde, assume una pendenza molto marcata.
A est, davanti alle coste del Perù e dell’Ecuador, avviene il fenomeno opposto.
L’acqua profonda e fredda risale verso la superficie attraverso l’upwelling, portando con sé nutrienti essenziali per la produttività biologica dell’oceano.
È una macchina naturale straordinariamente efficiente.
Il Pacifico occidentale diventa una gigantesca caldaia umida, mentre quello orientale conserva una maggiore presenza di acque fredde e ricche di nutrienti.
Poi qualcosa cambia.
Il momento in cui gli alisei rallentano
Durante un episodio di El Niño gli alisei possono indebolirsi in modo significativo.
In alcune fasi compaiono vere e proprie raffiche di vento occidentale, i westerly wind bursts, che spingono l’acqua calda nella direzione opposta a quella abituale.
Il calore accumulato nel Pacifico occidentale comincia allora a muoversi verso est.
Sotto la superficie oceanica si propagano le cosiddette onde di Kelvin equatoriali, capaci di trasportare rapidamente energia e variazioni del livello del mare lungo il bacino.
Quando l’onda raggiunge il Pacifico orientale, il termoclino si approfondisce.
L’acqua fredda che normalmente risale lungo le coste sudamericane rimane più in profondità.
La superficie dell’oceano si riscalda.
E a quel punto entra in gioco l’atmosfera.
La Circolazione di Walker: il grande circuito che cambia
In condizioni normali, sopra il Pacifico occidentale l’aria calda e umida tende a salire, alimentando una vasta area di attività convettiva e precipitazioni.
L’aria raggiunge quote elevate, si sposta verso est e successivamente discende sul Pacifico orientale.
Questo enorme circuito atmosferico è conosciuto come Circolazione di Walker.
El Niño ne modifica profondamente la struttura.
La convezione tende a spostarsi verso il centro e l’est del Pacifico, mentre sull’Indonesia e su altre aree del Pacifico occidentale può instaurarsi una maggiore subsidenza, cioè un movimento discendente dell’aria associato a condizioni più secche.
In pratica, il luogo in cui l’atmosfera scarica la propria energia cambia posizione.
Ed è questa variazione a generare una parte delle conseguenze più lontane.
L’oceano non agisce quindi come un semplice termometro.
È un enorme serbatoio di energia capace di modificare l’atmosfera, mentre l’atmosfera, a sua volta, modifica i venti che controllano l’oceano.
Questo feedback è il cuore dell’ENSO.
Le teleconnessioni: come il Pacifico influenza il resto del pianeta
La parola chiave per comprendere El Niño è teleconnessione.
Significa che una perturbazione originata in una determinata regione può produrre anomalie atmosferiche anche molto lontane dalla zona di origine.
Quando la convezione tropicale cambia, vengono generate onde atmosferiche su grande scala. Queste perturbazioni possono propagarsi attraverso la circolazione globale, modificando la posizione e la forza delle correnti a getto e dei sistemi di alta e bassa pressione.
È così che una temperatura anomala dell’acqua nel Pacifico può essere associata, a seconda della stagione e della configurazione atmosferica, a siccità in alcune regioni e piogge estreme in altre.
Le conseguenze non sono però uguali in ogni episodio.
Questo è uno dei punti più importanti e spesso trascurati.
Non esiste una “mappa universale di El Niño” valida allo stesso modo per tutti gli anni.
L’intensità, la posizione dell’anomalia oceanica, la stagione, lo stato dell’Atlantico, la stratosfera e altri fattori possono modificare sensibilmente la risposta del sistema climatico.

Il Perù: dove El Niño diventa una forza visibile
La costa del Perù è uno dei luoghi nei quali il fenomeno può manifestarsi in modo spettacolare.
Una regione normalmente arida può trovarsi esposta a piogge torrenziali e alluvioni, mentre il riscaldamento delle acque superficiali riduce l’efficienza dell’upwelling e modifica profondamente l’ecosistema marino.
La pesca delle acciughe peruviane, una delle grandi risorse biologiche del Pacifico sudorientale, può essere colpita duramente.
Non è un caso che proprio lungo le coste del Perù sia nata la consapevolezza storica del fenomeno.
I pescatori avevano osservato da secoli che, intorno al periodo natalizio, l’acqua poteva diventare insolitamente calda e alcune specie marine cambiare distribuzione.
Da qui il nome El Niño, “il Bambino”, in riferimento al Bambino Gesù e al periodo dell’anno nel quale queste anomalie erano particolarmente evidenti.
Solo molto più tardi la scienza avrebbe compreso che il fenomeno non riguardava esclusivamente il Perù.
Prima dei satelliti: El Niño era già scritto nei sedimenti
Il problema per gli storici del clima è evidente.
Le moderne misure della temperatura dell’oceano esistono soltanto da una piccola frazione della storia terrestre.
Come possiamo sapere se fenomeni simili siano avvenuti mille, duemila o cinquemila anni fa?
La risposta arriva dalla paleoclimatologia.
Gli scienziati possono ricostruire parte della storia di ENSO attraverso archivi naturali: carote di ghiaccio, sedimenti marini e lacustri, coralli, anelli degli alberi e altri indicatori sensibili alle variazioni ambientali.
Queste tracce non sono un termometro perfetto del passato. Devono essere interpretate e confrontate.
Ma hanno permesso di dimostrare che le oscillazioni associate a El Niño hanno una storia molto più lunga delle osservazioni strumentali.
E quando la paleoclimatologia incontra l’archeologia, il quadro diventa ancora più interessante.
I Moche e il clima che mise alla prova una civiltà
Sulla costa settentrionale del Perù, tra il I e l’VIII secolo circa, fiorì la civiltà Moche.
Era una società sofisticata, capace di costruire grandi complessi monumentali, sistemi di irrigazione, centri urbani e una cultura materiale di straordinaria ricchezza.
Ma viveva in un ambiente estremamente fragile.
La costa peruviana è una delle regioni più aride del mondo. La vita agricola dipendeva dall’acqua proveniente dai fiumi alimentati dalle Ande e dai sistemi di irrigazione costruiti dall’uomo.
Un grande El Niño poteva quindi trasformare radicalmente il paesaggio.
Le piogge eccezionali provocavano alluvioni, erosione e distruzione delle strutture in adobe. Ma il paradosso era che alla fase umida poteva seguire una lunga fase di siccità, mettendo sotto pressione agricoltura e sistemi idrici.
Le ricostruzioni climatiche suggeriscono proprio una successione di forti anomalie umide e secche intorno al periodo della trasformazione Moche.
Tuttavia è importante evitare una semplificazione: El Niño non “distrusse da solo” la civiltà Moche.
La ricerca archeologica più recente mostra una realtà molto più complessa. Differenti centri Moche seguirono traiettorie diverse e alcune comunità continuarono a prosperare dopo gli eventi climatici del VI-VII secolo. Il cambiamento politico fu probabilmente il risultato dell’interazione fra clima, gestione delle risorse, conflitti, organizzazione sociale e capacità di adattamento.
È una lezione importante.
Un evento climatico può essere un acceleratore di una crisi, non necessariamente la sua unica causa.

I Maya e le grandi siccità dell’America centrale
Un discorso analogo riguarda i Maya.
La civiltà Maya non scomparve in un singolo giorno e non esiste una spiegazione unica per il cosiddetto collasso del periodo Classico.
Tra VIII e XI secolo, però, numerose città delle pianure Maya furono interessate da profondi cambiamenti politici e demografici, e gli archivi paleoclimatici indicano che alcune delle siccità più severe e frequenti della preistoria della regione si verificarono proprio in quel periodo.
Il collegamento con ENSO è oggetto di ricerca da decenni.
Alcuni studi hanno trovato correlazioni tra le ricostruzioni degli eventi di El Niño ottenute da archivi climatici andini e le fasi di siccità osservate nell’area Maya. Ma il rapporto non è semplice né perfettamente lineare.
Questo perché il clima dell’America centrale è influenzato anche da altri grandi sistemi atmosferici e oceanici.
La siccità può diventare devastante soprattutto quando colpisce una società che dipende fortemente dalle risorse idriche e quando le istituzioni non riescono più ad assorbire lo shock.
Ancora una volta, dunque, il clima non determina automaticamente il destino di una civiltà.
Può però restringere drasticamente lo spazio delle possibilità.
Le spedizioni del Cinquecento e la memoria di El Niño
Quando gli europei arrivarono nel Pacifico sudamericano, trovarono popolazioni che conoscevano empiricamente gli effetti delle anomalie marine e atmosferiche molto prima che esistesse una teoria scientifica dell’ENSO.
Le cronache del periodo della conquista costituiscono quindi un’altra fonte preziosa.
La spedizione di Francisco Pizarro arrivò nel territorio dell’impero Inca nel 1532, in un contesto già segnato da una complessa crisi politica interna.
Le descrizioni coloniali delle condizioni ambientali, delle piogge e delle trasformazioni del territorio hanno successivamente aiutato gli studiosi a ricostruire la frequenza e l’impatto di alcuni eventi estremi.
Ma anche in questo caso bisogna essere prudenti.
Le cronache non sono strumenti meteorologici. Sono testimonianze scritte da osservatori con interessi, categorie culturali e conoscenze molto diverse da quelle moderne.
Il loro valore nasce quando vengono confrontate con sedimenti, carote di ghiaccio, archeologia e ricostruzioni oceanografiche.
È dall’incrocio delle fonti che la storia climatica acquista solidità.
Il Novecento: almeno 27 El Niño osservati
Con l’arrivo della meteorologia strumentale la storia cambia.
Nel XX secolo furono identificati almeno 27 episodi di El Niño, secondo le ricostruzioni storiche utilizzate dalla NASA.
Ogni episodio ebbe caratteristiche differenti.
Il 1957-58 provocò importanti conseguenze sugli ecosistemi marini del Pacifico.
Il 1965-66 contribuì a sconvolgere il mercato del guano in Perù.
Il 1972-73 fu particolarmente devastante per la pesca dell’acciuga peruviana e contribuì a una crisi ecologica ed economica di grande portata.
Poi arrivarono gli eventi che cambiarono anche la storia della ricerca climatica.

Il Niño del 1982-83: quando il mondo iniziò a guardare il Pacifico
L’evento del 1982-83 fu uno dei più importanti della storia moderna.
Gli effetti attraversarono il Pacifico e raggiunsero diverse parti del pianeta.
Gli ecosistemi marini furono duramente colpiti e lungo le coste del Sud America si verificarono piogge eccezionali.
Fu anche un momento decisivo per la meteorologia.
I ricercatori cominciarono a poter osservare il fenomeno mentre si sviluppava, integrando misure oceaniche, dati atmosferici e osservazioni satellitari.
El Niño smetteva progressivamente di essere soltanto una curiosità regionale.
Diventava uno dei grandi oggetti di studio della climatologia globale.
Il 1997-98: il gigante che entrò nelle case
Quindici anni dopo, il mondo avrebbe assistito a un altro evento eccezionale.
Il 1997-98 è entrato nella memoria collettiva come uno dei più forti El Niño dell’era strumentale.
Le anomalie del Pacifico furono enormi e le conseguenze si manifestarono in numerose regioni del pianeta.
Fu anche l’epoca nella quale Internet iniziava a rendere le informazioni meteorologiche globali molto più accessibili.
Per la prima volta, milioni di persone potevano seguire mappe satellitari, temperature oceaniche e previsioni internazionali quasi in tempo reale.
El Niño diventò così anche un fenomeno mediatico.
2015-16: il ritorno del gigante
L’altro grande riferimento recente è l’evento 2015-16.
Fu uno dei più studiati grazie alla disponibilità senza precedenti di osservazioni satellitari, boe oceaniche, modelli numerici e reti di monitoraggio globale.
L’evento contribuì anche al record di temperatura globale osservato nel 2016, mostrando con particolare chiarezza come la variabilità naturale di ENSO possa interagire con un pianeta la cui temperatura media è aumentata per effetto del riscaldamento antropogenico.
Ed è proprio qui che il 2026 diventa scientificamente interessante.
El Niño 2026: perché l’evento attuale è così importante
I dati disponibili ad agosto 2026 mostrano un El Niño in rapida intensificazione.
Il NOAA ha emesso un El Niño Advisory e indica una probabilità superiore al 90% di un evento molto forte durante l’autunno e l’inverno boreale 2026-27. Le anomalie superficiali hanno superato +2 °C nel Pacifico equatoriale orientale e le anomalie subsuperficiali hanno raggiunto valori estremamente elevati, fino a circa +10 °C in profondità in alcune aree.
L’IRI, nel suo aggiornamento del 19 agosto, rileva un valore settimanale di Niño 3.4 pari a +2,7 °C e una convergenza eccezionale dei modelli. Secondo il quadro modellistico, l’evento potrebbe mantenersi molto forte tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, con una graduale attenuazione verso la primavera.
Questi numeri spiegano perché l’evento venga descritto come eccezionale.
Ma non autorizzano a dire che ogni conseguenza estrema prevista in ogni parte del mondo sia già certa.
L’intensità di El Niño e l’intensità dei suoi effetti regionali non sono la stessa cosa.

Il grande equivoco: El Niño non significa automaticamente caldo ovunque
Quando si parla di un El Niño molto forte, il rischio di una narrazione semplicistica è enorme.
“Pacifico caldo” non significa “estate calda ovunque”.
La teleconnessione funziona attraverso una catena di processi atmosferici e oceanici. La risposta cambia con la stagione e con la regione.
In alcune aree El Niño aumenta la probabilità di precipitazioni abbondanti. In altre favorisce condizioni più secche. In alcune regioni può aumentare il rischio di caldo, mentre altrove può contribuire a condizioni più fredde.
La stessa cosa vale per l’Europa.
Non esiste un interruttore El Niño che accende automaticamente un determinato inverno europeo.
Cosa può fare El Niño all’Europa
L’Europa è uno dei territori più difficili da prevedere quando si cerca di tradurre un segnale ENSO in condizioni meteorologiche concrete.
Il Pacifico tropicale può modificare la circolazione atmosferica su scala planetaria e influenzare il getto occidentale e il settore nord-atlantico.
Ma tra il Pacifico e l’Europa ci sono numerosi passaggi intermedi.
Contano l’Atlantico, la NAO, la stratosfera, la copertura nevosa, il ghiaccio marino e altri stati della circolazione atmosferica.
Per questo gli effetti medi di El Niño sull’Europa possono essere rilevabili nelle statistiche, ma non sono sufficientemente deterministici da consentire di dire oggi che un certo mese avrà necessariamente una certa temperatura.
Le analisi del sistema europeo di previsione mostrano inoltre che la risposta può cambiare tra l’inizio e la fine dell’inverno. In media, alcune configurazioni associate a El Niño tendono a favorire determinate anomalie nel nord Europa soprattutto nella parte avanzata dell’inverno, ma il segnale può essere diverso nei mesi precedenti.
Questo è il motivo per cui la prevedibilità stagionale europea rimane inferiore rispetto a quella delle regioni tropicali e di alcune aree del Nord America.
La previsione climatica non è una profezia
È forse la lezione più importante da portare fuori dai laboratori.
Un modello climatico non dice necessariamente “il 15 gennaio nevicherà a Roma”.
Può invece stimare che, date determinate condizioni iniziali dell’oceano e dell’atmosfera, una stagione presenti una probabilità superiore alla media di una certa configurazione.
Questa distinzione è essenziale.
Le previsioni stagionali sono probabilistiche, non deterministiche. E la loro affidabilità cambia da regione a regione e da stagione a stagione.
Per l’Europa, il problema è particolarmente complesso perché le teleconnessioni ENSO possono cambiare nel tempo e non sono perfettamente stazionarie. Studi recenti hanno mostrato proprio una variabilità multidecadale della risposta del settore nord-atlantico ed europeo a El Niño, con conseguenze dirette sulla qualità delle previsioni stagionali.
El Niño e cambiamento climatico: due cose diverse che si incontrano
Un altro errore frequente consiste nel confondere El Niño con il riscaldamento globale.
El Niño è un fenomeno naturale. Il riscaldamento globale è una tendenza di lungo periodo principalmente causata dalle emissioni umane di gas serra.
Sono fenomeni diversi.
Ma interagiscono.
Quando un forte El Niño trasferisce grandi quantità di calore dall’oceano all’atmosfera, la temperatura media globale può aumentare temporaneamente. Il 2016 ne è stato un esempio particolarmente evidente.
Questo non significa che El Niño “causi” il cambiamento climatico.
Significa che la variabilità naturale si sovrappone a una temperatura di fondo che oggi è più alta rispetto al passato preindustriale.
La domanda scientifica interessante è quindi capire come questa nuova baseline modifichi gli effetti degli eventi ENSO.

Perché il 2026 potrebbe diventare un caso di studio
L’evento attuale offre proprio questa possibilità.
Da un lato abbiamo un fenomeno naturale che presenta caratteristiche molto intense.
Dall’altro abbiamo un sistema climatico globale più caldo rispetto a quello nel quale si verificarono alcuni dei grandi El Niño storici.
Gli scienziati potranno quindi osservare come le anomalie oceaniche e atmosferiche di un grande evento si sovrappongano alle condizioni climatiche contemporanee.
Non significa che ogni record meteorologico del 2026-27 sarà attribuibile a El Niño.
Significa che la separazione tra variabilità naturale e cambiamento climatico diventa una delle domande centrali dell’analisi.
È un problema molto più sofisticato del semplice “El Niño fa caldo” o “El Niño porta pioggia”.
Quanto spesso torna El Niño?
Non esiste un calendario preciso.
Gli episodi ENSO tendono a ripresentarsi ogni due-sette anni, anche se l’intervallo varia considerevolmente. Un singolo episodio dura spesso nove-dodici mesi, ma alcuni possono protrarsi più a lungo. La fase più intensa tende a verificarsi tra la fine dell’anno e l’inverno boreale.
Questa irregolarità è una delle ragioni per cui El Niño non può essere descritto come un ciclo perfettamente periodico.
È più simile a un sistema oscillante che risponde alle proprie condizioni interne.
L’oceano accumula energia.
L’atmosfera modifica i venti.
I venti redistribuiscono il calore.
Le onde oceaniche alterano nuovamente la superficie.
Il sistema attraversa così fasi diverse fino a quando l’equilibrio cambia ancora.
La grande lezione della storia
Guardando insieme Moche, Maya, conquistadores, pescatori peruviani e meteorologi del XXI secolo, emerge un elemento comune.
El Niño non è una novità del nostro tempo.
La Terra ha conosciuto per secoli e millenni oscillazioni capaci di modificare profondamente gli ecosistemi e le condizioni di vita.
Ma la storia mostra anche qualcosa di altrettanto importante: le società non reagiscono tutte allo stesso modo allo stesso shock climatico.
Una civiltà può costruire canali, serbatoi e sistemi di adattamento.
Un’altra può entrare in crisi quando le istituzioni non riescono più a redistribuire risorse.
Una terza può trasformarsi e sopravvivere cambiando città, agricoltura o organizzazione politica.
Per questo sarebbe riduttivo raccontare El Niño come il “killer delle civiltà”.
Il clima pone vincoli.
La società decide, entro quei vincoli, quanto è vulnerabile.
Il vero protagonista non è il caldo: è l’acqua
Se si vuole trovare un filo rosso nella lunga storia di El Niño, probabilmente non bisogna cercarlo nella temperatura.
Bisogna cercarlo nell’acqua.
Troppa acqua sulla costa peruviana.
Troppo poca in altre regioni.
Pesce che scompare da una zona dell’oceano e si concentra altrove.
Fiumi che esondano.
Canali che vengono distrutti.
Raccolti che falliscono.
Siccità che svuotano riserve costruite per stagioni normali.
È attraverso l’acqua che il segnale oceanico diventa esperienza umana.
E proprio per questo il fenomeno continua a interessare climatologi, archeologi, economisti, agronomi e studiosi della società.
El Niño 2026, la storia continua
Il grande El Niño del 2026 non è dunque un evento isolato.
È l’ultimo capitolo di una storia che attraversa sedimenti antichi, carote di ghiaccio, cronache coloniali, reti di boe, satelliti e supercomputer.
I modelli attuali indicano un’elevata probabilità che la fase calda continui almeno nei prossimi mesi e raggiunga il massimo tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, prima di perdere gradualmente intensità.
Il segnale è forte.
Ma la scienza non ha bisogno di trasformarlo in una profezia.
La vera forza di El Niño sta già nella sua natura: un’anomalia oceanica che riesce a collegare il Pacifico alle sorti meteorologiche di un pianeta intero.
Dalle comunità che costruivano templi in adobe sulle coste del Perù agli scienziati che oggi osservano le onde Kelvin sotto
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