4:08 pm, 24 Agosto 26 calendario

Clitennestra, la regina di Micene tra vendetta e tragedia

Di: Giuseppe Nasca

🌐 Clitennestra è una delle figure più controverse del mito greco: moglie di Agamennone, madre di Oreste ed Elettra, assassina del re di Micene e protagonista dell’Orestea di Eschilo. Per secoli è stata descritta come una donna empia, infida e sanguinaria. Ma dietro la “cagna” e la “vipera” della tradizione tragica emerge anche una figura segnata dal lutto, dal tradimento e dalla ribellione a un ordine dominato dagli uomini.

Poche figure del mito greco hanno attraversato i secoli conservando una capacità così forte di dividere il giudizio dei lettori.

Clitennestra non è semplicemente una colpevole. È assassina e madre, moglie e regina, vittima e carnefice, donna ferita e stratega politica. La sua storia nasce dentro una delle famiglie più maledette dell’antichità, quella degli Atridi, e raggiunge il suo vertice nella tragedia greca del V secolo a.C.

Quando il sipario dell’Agamennone di Eschilo si apre, la guerra di Troia è ormai terminata. Agamennone, re di Argo e comandante degli Achei, torna a casa dopo dieci anni di guerra. Con lui arriva Cassandra, principessa troiana trasformata in schiava e concubina.

La casa che dovrebbe accogliere il vincitore diventa invece il luogo della sua morte.

Clitennestra lo aspetta.

E non è una moglie che ha semplicemente deciso di vendicarsi del marito.

È una donna che ha trasformato il dolore in un progetto, il rancore in una strategia e l’attesa in potere.

Chi era Clitennestra nel mito greco

Clitennestra appartiene alla stirpe di Tindaro e Leda ed è tradizionalmente considerata sorella di Elena, la donna la cui fuga con Paride sarebbe diventata una delle cause narrative della guerra di Troia.

La sua genealogia cambia a seconda delle fonti e delle versioni mitiche, come spesso accade nella tradizione greca. Nelle narrazioni più note è madre di Ifigenia, Elettra, Oreste e Crisotemi.

La sua vicenda è però inseparabile da quella del marito.

Agamennone non è soltanto un sovrano potente. È l’uomo che, prima della partenza per Troia, compie un gesto destinato a segnare per sempre la famiglia: il sacrificio di Ifigenia.

Secondo la tradizione tragica, la flotta greca è bloccata dalla mancanza di venti e il sacrificio della figlia viene richiesto per permettere alla spedizione di partire.

Per Clitennestra, la guerra di Troia non comincia quindi con una semplice separazione dal marito.

Comincia con la perdita della figlia.

Ed è proprio questo elemento che, nelle riletture moderne, ha modificato profondamente la percezione della regina.

Il sacrificio di Ifigenia: il dolore che cambia tutto

La morte di Ifigenia è uno dei nodi morali più importanti dell’intera vicenda.

Agamennone deve scegliere tra la figlia e la spedizione. Nella logica eroica del mito, la guerra e l’onore della comunità possono prevalere sugli affetti individuali.

Ma Clitennestra vive quella scelta da un’altra posizione.

È la madre.

È la donna che perde una figlia per una decisione presa da un uomo che, contemporaneamente, è suo marito e suo sovrano.

Da qui nasce una delle interpretazioni più potenti della figura.

Clitennestra non uccide Agamennone soltanto perché è stata tradita.

Lo uccide anche perché considera il suo ritorno l’ultimo capitolo di un delitto rimasto impunito.

La vendetta, dunque, assume nella sua prospettiva la forma di una giustizia privata.

Ed è proprio questa ambiguità a rendere il personaggio così moderno.

Il pubblico della tragedia sa che Clitennestra è colpevole. Ma sa anche che Agamennone ha compiuto un atto terribile.

Il confine tra vittima e carnefice comincia a diventare molto meno netto.

La donna che governa mentre il re è in guerra

C’è poi un altro elemento fondamentale.

Agamennone è assente per anni.

Clitennestra rimane a casa.

Non è però una figura passiva che aspetta il ritorno del marito.

Nella tragedia eschilea appare come una donna dotata di straordinaria capacità politica, capace di controllare informazioni, gestire la propria immagine e preparare il momento della vendetta.

È un aspetto importante perché rompe le aspettative della società greca tradizionale.

La donna che dovrebbe rappresentare la sfera domestica si appropria invece di una dimensione che appartiene al potere maschile.

Clitennestra parla, decide, ordina.

E soprattutto sa aspettare.

La sua forza non nasce dalla violenza fisica iniziale, ma dalla capacità di trasformare il tempo in uno strumento.

La morte di Agamennone nell’Agamennone di Eschilo

Quando Agamennone torna da Troia, Clitennestra mette in scena un’accoglienza apparentemente rispettosa.

La tragedia costruisce progressivamente un’atmosfera di inquietudine.

Il re entra nella casa.

Cassandra lo segue.

Poi arriva il delitto.

In una delle versioni più celebri della vicenda, Agamennone viene ucciso nella vasca da bagno. Clitennestra lo colpisce e completa la vendetta.

Dopo l’assassinio, la regina non cerca di fingere un’innocenza impossibile.

Al contrario, rivendica il proprio gesto.

Questa è una delle caratteristiche più sconvolgenti del personaggio: Clitennestra non vuole essere semplicemente assolta. Vuole essere riconosciuta come colei che ha compiuto una vendetta che considera giusta.

Accanto ad Agamennone muore anche Cassandra.

La principessa troiana aveva ricevuto dagli dèi il dono della profezia, ma con una condanna terribile: nessuno avrebbe creduto alle sue previsioni.

Anche lei aveva visto arrivare la morte.

E non aveva potuto evitarla.

Perché Clitennestra viene chiamata “cagna” e “vipera”

La tradizione tragica utilizza nei confronti della regina un linguaggio violentissimo.

Clitennestra viene associata alla cagna, alla vipera, alla donna pericolosa che ha rovesciato l’ordine naturale della casa e della famiglia.

Queste immagini non sono casuali.

Nel mondo greco antico, una donna che oltrepassa determinati confini sociali può diventare rapidamente una figura mostruosa.

Clitennestra non è soltanto una persona che ha ucciso.

È una donna che ha ucciso il marito, ha assunto il controllo della casa e ha stabilito una relazione con Egisto, il suo amante e alleato nella vendetta.

La trasgressione è quindi molteplice.

Il personaggio diventa il simbolo di una femminilità percepita come incontrollabile.

Ma proprio qui nasce una domanda interessante: quanto della sua mostruosità appartiene a Clitennestra e quanto, invece, allo sguardo degli uomini che raccontano la sua storia?

Clitennestra e il doppio standard della vendetta

La mitologia greca è piena di vendette maschili.

Gli eroi uccidono per l’onore, per la famiglia, per il potere, per la vendetta e per ristabilire un ordine violato.

Quando a farlo è una donna, però, il giudizio può diventare radicalmente diverso.

Clitennestra mette in crisi proprio questo sistema.

La sua vendetta è moralmente discutibile, ma la sua motivazione non è incomprensibile.

È questa la differenza fondamentale.

Il sacrificio di Ifigenia non giustifica automaticamente l’assassinio di Agamennone. Ma rende impossibile leggere la regina come una semplice assassina priva di ragioni.

Il mito non offre una risposta semplice.

E forse non vuole offrirla.

Egisto: amante, complice e strumento della vendetta

Clitennestra non agisce completamente sola.

Al suo fianco c’è Egisto, discendente della stessa famiglia maledetta degli Atridi e nemico di Agamennone.

La loro relazione ha quindi anche una dimensione politica e dinastica.

Egisto non è soltanto l’amante della regina. È un uomo che appartiene a una storia di rancori familiari ancora più antica.

La casa degli Atridi è infatti una successione di violenze che sembrano generare inevitabilmente nuove violenze.

Padri contro figli.

Fratelli contro fratelli.

Mariti contro mogli.

Figli contro genitori.

Ogni vendetta diventa la premessa della successiva.

La tragedia non racconta semplicemente un omicidio: racconta un sistema familiare incapace di interrompere la propria spirale di sangue.

Oreste e la seconda metà della tragedia

La morte di Agamennone non conclude la vicenda.

La rende soltanto più terribile.

Il figlio di Clitennestra, Oreste, torna infatti sulla scena del mito con un compito altrettanto impossibile: vendicare il padre.

Ma per farlo deve uccidere la propria madre.

È qui che l’Orestea raggiunge il suo cuore morale.

Oreste non può evitare il delitto senza tradire Agamennone.

Ma uccidendo Clitennestra commette un atto che viola uno dei legami più sacri: quello tra madre e figlio.

Dopo l’assassinio, Oreste viene perseguitato dalle Erinni, le divinità vendicatrici che rappresentano la memoria dei crimini contro la famiglia e il sangue.

La vendetta genera un’altra vendetta.

Il ciclo sembra infinito.

L’Areopago e la fine della vendetta privata

La soluzione arriva con la terza tragedia dell’Orestea, le Eumenidi.

Oreste viene portato davanti a un tribunale istituito ad Atene.

Non sarà più la vendetta privata a decidere.

Sarà la legge.

Il processo diventa così molto più di un episodio mitologico.

Eschilo mette in scena il passaggio da un mondo dominato dalla vendetta familiare a un ordine nel quale la giustizia viene affidata a un’istituzione.

L’assoluzione di Oreste non cancella i morti.

Non rende innocente Agamennone.

Non trasforma Clitennestra in un’assassina senza motivazioni.

Ma interrompe la catena.

È uno dei messaggi politici e culturali più importanti dell’Orestea: la società può uscire dal ciclo della vendetta soltanto quando il conflitto viene trasferito dalla sfera privata a quella pubblica.

La Clitennestra della tradizione e quella delle riletture moderne

Per secoli il personaggio è stato soprattutto l’immagine della moglie infedele e assassina.

La sua sessualità, il rapporto con Egisto e la violenza contro Agamennone sono stati spesso utilizzati per costruire il ritratto della donna pericolosa.

Le riletture moderne hanno però spostato l’attenzione.

Clitennestra è diventata anche una madre che non accetta il sacrificio della figlia, una donna lasciata sola per anni, una sovrana che scopre di poter esercitare un’autorità propria e una figura che rifiuta di sottomettersi all’uomo che considera responsabile della sua tragedia.

Non significa che le sue azioni vengano automaticamente riabilitate.

Significa che il personaggio può essere osservato da più prospettive.

Ed è proprio questa pluralità a renderlo ancora vivo.

È stata davvero una donna storica?

Qui il mito incontra l’archeologia.

Nel II secolo d.C. Pausania descrive Micene e indica diversi luoghi legati alla famiglia di Agamennone. La tradizione colloca nella città le tombe del re e dei suoi compagni, mentre attribuisce a Clitennestra ed Egisto sepolture esterne alle mura.

Molti secoli dopo, nel XIX secolo, gli scavi archeologici di Heinrich Schliemann riportarono alla luce alcune celebri tombe micenee.

La cosiddetta “maschera di Agamennone” è diventata uno dei simboli più famosi dell’archeologia greca, anche se l’attribuzione del reperto al leggendario re di Micene non è sostenuta dalle evidenze archeologiche.

Le tombe micenee appartengono infatti a un’epoca molto più antica rispetto alla tradizione letteraria che conosciamo attraverso i poemi e le tragedie.

Questo rende impossibile affermare che una donna realmente esistita sia stata la Clitennestra del mito.

L’archeologia dimostra l’esistenza della civiltà micenea, non l’esistenza storica della regina raccontata da Eschilo.

La presunta tomba della regina

Anche la cosiddetta tomba di Clitennestra deve essere interpretata con cautela.

La tradizione antica ha collegato determinati luoghi alla regina, ma un’identificazione archeologica certa del personaggio non è possibile.

Quello che possiamo dire è che il mito conserva probabilmente tracce di un mondo molto più antico rispetto alla tragedia ateniese.

Le storie degli Atridi potrebbero aver incorporato elementi provenienti dalla memoria della civiltà micenea, rielaborati poi nel corso dei secoli.

Quando Eschilo porta Clitennestra sulla scena, però, non sta semplicemente raccontando il passato.

Sta anche parlando al proprio presente.

Clitennestra è vittima o carnefice?

È forse questa la domanda più difficile.

La risposta più onesta è: entrambe le cose.

Clitennestra è vittima del sistema familiare e politico nel quale vive.

È vittima della perdita di Ifigenia.

È una donna tradita e abbandonata.

Ma è anche una carnefice.

Uccide Agamennone.

Contribuisce alla morte di Cassandra.

Prende il potere attraverso la violenza.

E quando Oreste torna, diventa a sua volta la vittima di un figlio che ritiene di avere il dovere di vendicare il padre.

La grandezza del personaggio sta proprio nell’impossibilità di ridurlo a una sola definizione.

Clitennestra non è innocente, ma non è nemmeno soltanto il mostro che la tradizione patriarcale ha spesso descritto.

Perché Clitennestra continua a parlarci

A distanza di quasi venticinque secoli dalle tragedie di Eschilo, Clitennestra continua a essere reinterpretata perché le domande che pone non hanno perso forza.

Che cosa succede quando una persona subisce un’ingiustizia e decide di farsi giustizia da sola?

Quanto può pesare il dolore di una madre?

Un crimine può diventare comprensibile senza diventare giusto?

E soprattutto: chi decide chi è il mostro e chi è la vittima?

La risposta cambia a seconda del punto di vista.

Nel mondo greco, Clitennestra era soprattutto la donna che aveva infranto l’ordine della casa e del matrimonio.

Nelle letture moderne può diventare anche il simbolo di una donna che rifiuta di accettare passivamente un destino imposto.

Ma forse nessuna delle due interpretazioni è sufficiente.

La vera forza del personaggio sta proprio nella contraddizione.

Clitennestra è la donna che aspetta e quella che agisce. È madre e assassina. È regina e vedova. È vittima e carnefice. È la “cagna” della tradizione e, contemporaneamente, una delle figure femminili più complesse che il teatro antico abbia consegnato alla cultura occidentale.

Il verdetto, allora, resta aperto.

E forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, Clitennestra continua a inquietare, affascinare e dividere.

24 Agosto 2026 ( modificato il 20 Agosto 2026 | 16:15 )
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