Cannabis dopo i 65 anni: uno su nove mostra dipendenza
🌐 Cannabis dopo i 65 anni, consumo tra gli anziani, dipendenza da cannabis e cannabis use disorder: un fenomeno che per anni è rimasto ai margini del dibattito sulla salute degli over 65 sta assumendo dimensioni sempre più visibili. Negli Stati Uniti quasi un anziano su undici riferisce di aver utilizzato cannabis nell’ultimo anno e, tra chi la consuma, più di uno su nove presenta criteri compatibili con un disturbo da uso di cannabis.
Il dato emerge da una nuova analisi pubblicata a settembre 2026 e realizzata utilizzando le informazioni raccolte nella National Survey on Drug Use and Health tra il 2021 e il 2024. La stima riguarda gli adulti di almeno 65 anni e restituisce un’immagine diversa da quella tradizionale della cannabis come sostanza prevalentemente associata alle generazioni più giovani.
Il fenomeno non riguarda soltanto la scelta di utilizzare cannabis. La questione più delicata è capire perché una parte degli anziani la utilizzi con maggiore frequenza e quando un consumo percepito come occasionale possa trasformarsi in un comportamento problematico.
Cannabis e anziani, perché il consumo è aumentato
L’aumento del consumo tra le persone anziane non nasce da una sola causa.
Negli ultimi anni la cannabis è diventata più accessibile in diverse aree degli Stati Uniti, mentre la sua percezione sociale è cambiata. La progressiva diffusione dei programmi di cannabis medica e la legalizzazione in alcuni Stati hanno contribuito a rendere il prodotto più familiare anche alle generazioni che, durante la giovinezza, lo consideravano una sostanza molto più marginale o stigmatizzata.
C’è poi un elemento generazionale.
Le persone che oggi entrano nella fascia dei 65 anni appartengono in parte a generazioni che hanno avuto una maggiore familiarità con la cannabis rispetto agli anziani di qualche decennio fa. Alcuni consumatori possono quindi arrivare alla terza età mantenendo un rapporto con la sostanza già consolidato.
Ma c’è anche un’altra ragione, forse ancora più importante: la cannabis viene sempre più spesso utilizzata dagli anziani con l’obiettivo di gestire un problema di salute.
Dolore, sonno e umore tra le principali ragioni del consumo
Dolore cronico, disturbi del sonno e problemi legati all’umore compaiono tra le motivazioni più frequenti riferite dagli anziani che utilizzano cannabis.
Questo aspetto è fondamentale perché modifica il significato del consumo.
Un sessantenne o un settantenne che utilizza cannabis per rilassarsi occasionalmente e una persona che la assume regolarmente per cercare sollievo da un dolore persistente non stanno necessariamente vivendo la stessa esperienza.
Il rischio è che il confine tra utilizzo percepito come terapeutico e uso sempre più frequente diventi difficile da riconoscere.
Una ricerca pubblicata nel 2026 su JAMA Network Open, dedicata agli anziani che acquistano prodotti commestibili a base di cannabis, ha rilevato proprio il peso di motivazioni come dolore, sonno e salute mentale nelle decisioni di consumo. Lo studio ha inoltre evidenziato quanto sia complesso per molti anziani orientarsi tra prodotti con differenti concentrazioni e combinazioni di THC e CBD.
Il problema non è quindi soltanto la cannabis in sé, ma il contesto nel quale viene utilizzata.
Che cosa significa davvero “dipendenza da cannabis”
Il termine dipendenza può essere fuorviante se viene utilizzato in modo generico.
La definizione clinica di cannabis use disorder, o disturbo da uso di cannabis, riguarda un modello di consumo che può portare a difficoltà nel controllo dell’uso, desiderio intenso della sostanza, tentativi falliti di ridurne l’assunzione, tempo significativo dedicato al consumo o conseguenze negative sulla vita quotidiana.
Il nuovo studio statunitense stima che l’11,4% degli over 65 che hanno utilizzato cannabis nell’ultimo anno soddisfi i criteri per questo disturbo.
Il dato non significa che l’11,4% di tutti gli anziani sia dipendente dalla cannabis.
È una distinzione essenziale.
La percentuale riguarda infatti gli anziani che hanno riferito un consumo nell’ultimo anno. La quota complessiva della popolazione over 65 coinvolta dal fenomeno è quindi molto più bassa.
La maggior parte dei casi identificati nello studio presenta inoltre una forma classificata come lieve. Anche questo elemento aiuta a leggere il dato senza trasformarlo automaticamente in un’emergenza generalizzata.
Il consumo frequente cambia il livello di rischio
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalle analisi recenti riguarda la frequenza.
Più il consumo diventa abituale, maggiore appare la probabilità di rientrare nei criteri del disturbo da uso di cannabis.
È un meccanismo che può diventare particolarmente difficile da intercettare nella terza età. Un consumo iniziato per affrontare un dolore o dormire meglio può progressivamente diventare una routine quotidiana. La persona può continuare a considerarlo un trattamento personale, senza riconoscere alcuni segnali di perdita di controllo.
Tra gli elementi da osservare possono esserci il desiderio crescente di consumare cannabis, la difficoltà a ridurne l’uso e la tendenza a continuare nonostante problemi o conseguenze negative.
Non basta dunque sapere se una persona consuma cannabis. Diventa importante capire quanto spesso la utilizza, perché la utilizza e che cosa accade quando prova a farne a meno.
Dopo i 65 anni il corpo reagisce in modo diverso
L’età introduce un ulteriore livello di complessità.
Con l’invecchiamento cambiano il metabolismo, la composizione corporea e la risposta dell’organismo a numerose sostanze. Gli anziani, inoltre, presentano più frequentemente malattie croniche e assumono contemporaneamente diversi farmaci.
Questo significa che una sostanza che una persona ha utilizzato per anni potrebbe non produrre esattamente gli stessi effetti a 70 o 75 anni.
La cannabis può inoltre avere effetti sulla coordinazione, sull’attenzione, sulla percezione e sull’equilibrio, aspetti particolarmente rilevanti in una popolazione nella quale le cadute rappresentano già un problema sanitario importante.
Il tema delle interazioni farmacologiche è altrettanto delicato. Chi assume diversi medicinali dovrebbe comunicare al proprio medico anche l’eventuale uso di cannabis, perché la valutazione complessiva non può essere fatta considerando una sostanza alla volta.
Il rischio non è uguale per tutti
Parlare genericamente di “anziani che usano cannabis” rischia di nascondere differenze importanti.
Età, frequenza del consumo, modalità di assunzione, quantità di THC, condizioni di salute, farmaci utilizzati e motivo per cui si ricorre alla cannabis possono cambiare significativamente il profilo di rischio.
Anche la modalità di consumo conta.
Fumare cannabis, vaporizzarla o utilizzare prodotti commestibili non produce necessariamente la stessa esperienza. Gli edibili, per esempio, possono avere un effetto ritardato rispetto all’assunzione inalatoria. Questo può rendere più difficile valutare inizialmente l’intensità dell’effetto e favorire, in alcuni casi, un’assunzione superiore a quella desiderata.
Per una persona anziana, soprattutto se non ha esperienza precedente, la prudenza diventa quindi particolarmente importante.
Il paradosso della cannabis “per curarsi”
È proprio sul terreno terapeutico che si concentra una delle principali ambiguità.
Molti anziani non si avvicinano alla cannabis per motivi ricreativi. La cercano perché hanno dolore, dormono male o convivono con problemi di natura psicologica.
Questo può ridurre la percezione del rischio.
Una sostanza utilizzata con l’obiettivo di stare meglio può essere percepita come una sorta di trattamento personale e, proprio per questo, essere assunta più frequentemente.
Ma “naturale” non significa automaticamente innocuo, così come l’utilizzo per un disturbo reale non significa automaticamente che la cannabis sia la soluzione più appropriata.
Le prove scientifiche sull’efficacia della cannabis per differenti condizioni mediche restano infatti variabili e dipendono dalla patologia, dal cannabinoide considerato, dalla formulazione e dalla qualità delle evidenze disponibili.
Un problema ancora sottovalutato negli studi sugli anziani
Per molto tempo la ricerca sulla cannabis si è concentrata soprattutto su adolescenti e giovani adulti.
L’incremento del consumo nella popolazione anziana sta cambiando questa prospettiva.
Uno studio pubblicato nel 2025 su JAMA Network Open aveva già evidenziato un livello significativo di consumo tra veterani statunitensi di età compresa tra 65 e 84 anni: il 10% dei partecipanti aveva riferito un uso negli ultimi 30 giorni e, tra questi utilizzatori recenti, il 36% soddisfaceva i criteri dello studio per un disturbo da uso di cannabis.
Questi numeri non sono direttamente sovrapponibili alla nuova ricerca del 2026, perché le popolazioni analizzate e i periodi di riferimento sono differenti. Ma insieme mostrano una tendenza importante: il consumo di cannabis nella popolazione anziana è ormai abbastanza diffuso da richiedere una valutazione sanitaria specifica.

Perché medici e pazienti ne parlano ancora poco
C’è infine un problema culturale.
Molti pazienti anziani possono evitare di parlare spontaneamente del consumo di cannabis con il proprio medico. Dall’altra parte, non tutti i professionisti sanitari hanno ricevuto una formazione sufficiente per discutere in modo sistematico di cannabinoidi, modalità di assunzione, possibili interazioni e segnali di uso problematico.
Il risultato può essere un vuoto informativo.
La persona continua a consumare cannabis senza sapere se il prodotto utilizzato sia compatibile con le proprie terapie. Il medico, non conoscendo il consumo, può non inserirlo nella valutazione complessiva.
Chiedere e rispondere senza giudizio diventa quindi una parte importante della prevenzione.
Il dato “uno su nove” va letto con attenzione
Il titolo può colpire, ma il numero deve essere interpretato correttamente.
Uno su nove non significa che uno su nove anziani sia dipendente dalla cannabis. Significa che, tra gli over 65 che hanno riferito di aver utilizzato cannabis nell’ultimo anno nella popolazione studiata, l’11,4% presentava criteri compatibili con un disturbo da uso di cannabis.
La differenza è sostanziale.
Il vero segnale che arriva dalla ricerca non è dunque quello di una popolazione anziana improvvisamente “dipendente”, ma quello di un consumo in crescita che merita maggiore attenzione clinica.
La cannabis sta entrando sempre più nella quotidianità della terza età, anche attraverso la porta della gestione del dolore, del sonno e del benessere percepito. E proprio perché il consumo può nascere da esigenze concrete, diventa ancora più importante distinguere l’uso occasionale dall’utilizzo frequente e, soprattutto, riconoscere quando una persona non riesce più a controllarlo.
Dopo i 65 anni, la domanda non dovrebbe essere soltanto se si usa cannabis. La domanda più utile è perché, quanto spesso, in quale forma e con quali conseguenze.
È da queste risposte che può partire una valutazione realmente personalizzata, soprattutto quando sono presenti malattie croniche, terapie farmacologiche multiple o precedenti problemi legati all’uso di sostanze.
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