8:42 pm, 2 Novembre 26 calendario

Broken. Il potere del frammento a Palazzo Strozzi

Di: Edoardo A. Forlani

L’iconica cornice di Palazzo Strozzi a Firenze, punto di riferimento di un turismo artistico ricercato in una città che per usare un eufemismo offre un numero non esiguo di alternative, ospiterà fino al 24 gennaio 2027 “Broken. Il potere del frammento”, esposizione massiva di opere sulla tematica del frammento all’interno della storia della scultura, organizzata con il supporto della National Gallery of Art di Washington. La mostra possiede un forte respiro internazionale, che giustifica la curatela congiunta di C.D. Dickerson III, direttore del Center for Advanced Study in the Visual Art, e Andrew Sears, assistant curator of northern European paintings, entrambi della National Gallery of Art, con la collaborazione di Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi.

A sedurre nell’immediato lo spettatore ci pensa il cortile interno del Palazzo, che dobbiamo a Simone del Pollaiolo (cd. il Cronaca), supervisore e architetto esecutivo dal 1490 al 1504, dove viene collocata un imponente installazione dell’olandese-belga Mark Manders. “Silent Studio (Reduced to 88%)” viene definito dall’autore semplicemente come uno studio temporaneo all’aperto, ma l’opera, e in particolare la scultura protagonista Tilted Head, vive di fragilità e incompiutezza, un calco in resina che sembra argilla ma che mantiene una componente decisiva di vulnerabilità, data dal materiale e dall’espressione quiescente del volto androgino appoggiato in diagonale. In effetti, l’espressione del volto contiene una calma apparente ci trasporta in un momento che segue o precede una distruzione. In un lato del chiostro, una serie di arredi, sdraio e sedie pieghevoli realizzati all’88% (e da qui il titolo) della scala reale completano l’installazione e sono rivestiti di pagine di giornale che riproducono un vero quotidiano, pur rimanendo illeggibile per via della disposizione casuale delle parole. Se a prima vista marginali, a un’osservazione più attenta gli elementi rimpiccioliti lasciano un profondo senso di disorientamento, si coglie che qualcosa non torna ma non si riesce ad afferrarlo fino in fondo. Quest’alienazione ti accompagna Piano Nobile, dove comincia a tutti gli effetti il percorso espositivo.

La prima sezione della mostra è dedicata ai volti e attraversa periodi storici distanti tra loro e lontanissimi da noi. Al capolavoro Frammenti del monumento funebre a Margherita di Brabante di Giovanni Pisano, risalente al XIV secolo d.C., vengono affiancati il volto privato del naso Sesostri III, faraone della XII dinastia del Medio Regno egizio, realizzato più di tremila anni prima, o la Testa di Budda del IV-V secolo d.C., proveniente dal Pakistan nordoccidentale e manifestazione di rilievo di arte gandarica, e che con l’espunzione involontaria di parte del cranio rivela una maggiore spiritualità e saggezza.

Non esistono barriere temporali, e anzi la discronia diventa uno strumento di accostamento di epoche remote, ricongiunte dal frammento. Dai volti si passa ai corpi, e entra in scena il movimento, dal Frammento di Hermes che si allaccia il sandalo a una sensuale Venere accovacciata ci si sofferma sulla centralità degli arti, che non sarebbe stata la stessa i reperti ci fossero giunti integri. Il Torso di Cristo da una Deposizione dalla Croce fu ritrovato in Francia in un campo e utilizzato addirittura come spaventapasseri, snaturandone la funzione originaria e mostrando come tradizioni e usi abbiano influenzato il destino di un’opera.

In maniera graduale, emergono tematiche legate e riconducibili ai fattori che determinano la rottura, e qui il legame con la storia si fa inestricabile. La sezione dedicata alle iconoclastie è dichiaratamente uno spazio di sovversione, dove solo un approfondimento storico permette di apprezzare appieno la scelta dei lacerti scultorei. La sola Mano destra della statua equestre di re Luigi XV, che apparteneva al monumento abbattuto a Parigi l’11 agosto 1792 nel pieno della Rivoluzione francese, è emblema della frantumazione del potere dell’Ancien Régime, e in virtù dell’immenso valore simbolico trattenuto in essa venne donata a Jean Henri Latude, avventuriero e memorialista, nonché celebre detenuto della Bastiglia; la stessa mano che firmò il suo ordine d’arresto. Lo sfregio al busto risalente circa al 19 d.C. di Germanico, nipote dell’imperatore Tiberio, simboleggia un altro interessante episodio reazionario, probabilmente opera dei cristiani in Egitto dopo il IV secolo d.C., nel tentativo di privare l’immagine di vitalità. La croce incisa sulla fronte incarna la volontà di rimarcare l’affermazione della nuova religione.

L’immagine che per dimensione e rigidità inquieta maggiormente è il busto in bronzo di Benito Mussolini intitolato Dux databile 1923, opera dello scultore Adolfo Wildt. La scultura esibisce schegge, fori e danni causati da colpi di arma da fuoco sparati dai partigiani dopo la Liberazione come atto di rivendicazione popolare e riappropriazione dello spazio pubblico. Finito in una discarica al pari di un rottame, venne recuperato nel 1947 da un robivecchi, e in seguito messo in vendita a 10 milioni di lire, per poi tornare bene culturale pubblico dopo un esposto alla Procura che sottolineava come tutti i beni artistici di proprietà del regime fascista dovessero automaticamente passare alla Repubblica Italiana. Il senso d’angoscia suscitato dall’opera è allegoria del regime repressivo plasmato nel ventennio, proprio con il supporto di questo immaginario severo.

Le guerre e il colonialismo hanno responsabilità nell’arte che oggi ci perviene danneggiata, ma mai compromessa, perché una distruzione implica molto spesso una rinascita, e riportare un’opera nel luogo d’origine significa in parte ricucire le lacerazioni prodotte dalle violenze del passato. La Figura funeraria seduta, espressione di arte neoittica del 1000-800 a.C. all’incirca, fu rinvenuta praticamente integra nel 1912-13 durante gli scavi diretti dall’archeologo Max Von Oppenheim, fu trasferita a Berlino nel 1927 e poi distrutta da un incendio provocato da un bombardamento alleano nel 1943. Tra il 2001 e il 2010, migliaia di frammenti sono stati ricomposti attraverso un lungo restauro, segnando una rinascita e vita nuova. Così come le guerre, le calamità naturali trasformano le opere, e dal naufragio di una nave presso l’isola greca di Anticitera nel I secolo a.C. provengono il Il Braccio sinistro di pugilatore e il Ragazzo accovacciato. In quest’ultimo, la parte sepolta nella sabbia ha preservato il marmo, mentre l’emisoma sinistro della figura è evidentemente logorato dall’azione selettiva del mare, che rende la scultura un ibrido antropomorfo.

Il contemporaneo emerge a questo punto della visita, in primis con una metafora della fluidità di genere come The Swan di Francesco Vezzoli, assemblaggio ibrido che unisce una testa-ritratto romana in marmo innestata su un busto femminile frammentario di epoca tardo-rinascimentale o barocca, e in seguito con la sala dedicata al vietnamita Danh Vo, che riunisce oggetti e documenti di epoche differenti in una singola rappresentazione. Nelle tre opere della serie meat cables frammenti cinquecenteschi vengono associati a elementi contemporanei; la Rimowa che accoglie le porzioni di una statua ligna di San Giuseppe è particolarmente incisiva.

Proseguendo verso le ultime sale del percorso espositivo, il tema dell’incompiuto intenzionale si fa sempre più strada, il “non finito” michelangiolesco ne è la dimostrazione, e al contempo il frammento come strumento critico della realtà assurge a tecnica, come nel corpo smembrato, segnato dalla guerra di Filozof di Alina Szapocznikow. Magnifica è la rielaborazione del monumento celebrativo di Julius von Bismarck del parente padre dell’unificazione tedesca, The Elephant in the Room (Otto von Bismarck), che nella torsione del corpo e del cavallo trasmette tutta la drammatica precarietà del potere. Sorvolando sul finale dedicato alle scomposizioni della pop star Justin Bieber, nel complesso la mostra è un susseguirsi di tracce, e la storia e la contestualizzazione adatta ne caricano a dismisura la portata. Ciò che richiede un’architettura espositiva così ricercata e così ricca di stratificazioni.

 

2 Novembre 2026
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