Ansia e pensieri che non si fermano mai: il metodo dei 15 minuti
🌐 Esiste una tecnica psicologica apparentemente controintuitiva: invece di cercare di scacciare le preoccupazioni ogni volta che compaiono, si può stabilire un momento preciso della giornata in cui occuparsene. Si chiama scheduled worry time, cioè “tempo programmato per preoccuparsi”, ed è una strategia utilizzata nell’ambito della terapia cognitivo-comportamentale per imparare a non lasciare che il rimuginio occupi ogni momento della giornata.
Perché più cerchiamo di non pensare e più pensiamo
La mente ansiosa ha una caratteristica precisa: tende a trasformare un pensiero in una catena di ipotesi.
“E se succedesse qualcosa?”, “E se avessi dimenticato qualcosa?”, “E se domani andasse male?”. Una domanda genera una seconda domanda, poi una terza, fino a costruire uno scenario che spesso esiste soltanto nella nostra immaginazione.
L’ansia, naturalmente, non è sempre patologica. Una certa quota di preoccupazione fa parte della vita quotidiana e può persino spingerci a prepararci, organizzare un impegno o affrontare un problema. La difficoltà arriva quando la preoccupazione diventa eccessiva, difficile da controllare e interferisce con la vita di tutti i giorni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2023 circa 470 milioni di persone nel mondo vivessero con un disturbo d’ansia.
Il problema, quindi, non è necessariamente avere pensieri preoccupanti. È quando questi pensieri iniziano a decidere quando dobbiamo occuparci di loro.
La tecnica che sembra paradossale: “Adesso no, ci penso dopo”
Il principio del worry time è sorprendentemente semplice.
Invece di cercare di risolvere ogni preoccupazione nel momento esatto in cui compare, si stabilisce una finestra quotidiana dedicata esclusivamente alle preoccupazioni.
Per esempio, si può scegliere dalle 18.30 alle 18.50.
Durante il resto della giornata, quando compare un pensiero ansioso, non è necessario combatterlo e nemmeno convincersi che “non c’è motivo di preoccuparsi”. Si può semplicemente annotarlo e dirsi:
“È una cosa che mi preoccupa. Me ne occuperò durante il mio momento dedicato.”
L’obiettivo non è fingere che il problema non esista. È imparare che non ogni pensiero richiede una risposta immediata.
La tecnica viene descritta all’interno degli approcci cognitivo-comportamentali proprio come un esercizio di rimandare intenzionalmente la preoccupazione, tornando poi a occuparsene in un momento stabilito.

Come mettere in pratica il “tempo della preoccupazione”
Non serve trasformare l’esercizio in un rituale complicato. La versione più semplice richiede 15-30 minuti, un foglio e una penna.
1. Scegli un momento preciso
L’orario deve essere realistico e possibilmente abbastanza stabile.
Meglio evitare di collocarlo immediatamente prima di andare a dormire: dedicare intenzionalmente attenzione alle preoccupazioni alla fine della giornata potrebbe rendere più difficile rilassarsi. Le indicazioni pratiche della Veterans Health Administration suggeriscono infatti di collocare il worry time al mattino o nel pomeriggio, evitando la sera e il momento precedente al sonno.
Non è necessario trovare l’orario perfetto. È più importante scegliere un appuntamento che si possa rispettare.
2. Durante il giorno, prendi nota delle preoccupazioni
Quando arriva un pensiero insistente, invece di seguirlo per mezz’ora, annotalo in poche parole.
Per esempio:
- telefonata che devo fare;
- paura di non riuscire a terminare il lavoro;
- problema economico;
- discussione avuta con una persona;
- preoccupazione per la salute;
- qualcosa che potrebbe andare storto domani.
La lista non deve diventare un altro motivo di stress. Serve semplicemente a togliere il pensiero dalla testa e parcheggiarlo temporaneamente.
3. Quando arriva l’orario, apri la lista
A questo punto si può dedicare il tempo stabilito alle preoccupazioni raccolte.
Ed è qui che l’esercizio diventa interessante.
Non tutti i pensieri sono uguali. Alcuni riguardano problemi concreti, per i quali esiste una possibile azione. Altri sono invece scenari ipotetici che non possono essere risolti perché riguardano qualcosa che potrebbe accadere, ma potrebbe anche non accadere.
Distinguere queste due categorie è fondamentale.

Preoccupazione o problema? La domanda che cambia tutto
Immaginiamo questo pensiero: “Domani devo affrontare una riunione importante e temo di dimenticare quello che devo dire”.
È una preoccupazione, ma contiene anche un problema concreto.
Posso preparare gli appunti. Posso ripassare. Posso organizzare le informazioni principali.
In questo caso il worry time può trasformarsi in problem solving: identificare cosa posso fare e stabilire una piccola azione.
Diverso è pensare: “E se durante la riunione facessi una figuraccia davanti a tutti?”.
Qui entriamo maggiormente nel territorio dell’ipotesi. Posso prepararmi, ma non posso controllare ogni possibile evento futuro.
La tecnica serve anche a riconoscere questa differenza: pensare non significa necessariamente risolvere.
La letteratura sulla terapia cognitivo-comportamentale descrive infatti la preoccupazione patologica come un processo che può diventare ripetitivo e poco produttivo, mentre gli interventi CBT lavorano proprio sul rapporto tra pensieri, emozioni e comportamenti.
Cosa fare quando la preoccupazione torna prima dell’orario
Questa è probabilmente la parte più difficile.
Alle 10 del mattino compare una preoccupazione. Alle 11 ritorna. A mezzogiorno sembra ancora più urgente.
La tentazione è aprire immediatamente il telefono, analizzare il problema, cercare informazioni, chiedere rassicurazioni o iniziare a rimuginare.
Il worry time propone una risposta diversa.
Riconoscere il pensiero, annotarlo e rimandarlo.
Non significa dirsi “non devo pensarci”.
Piuttosto:
“Ci penserò, ma non adesso.”
La differenza è importante perché non si sta tentando di cancellare il pensiero. Si sta allenando la capacità di scegliere quando dedicargli attenzione.
Nel tempo, l’esercizio può aiutare a creare una separazione tra la comparsa automatica della preoccupazione e la decisione di seguirla.
Alla fine dei 15 minuti bisogna smettere davvero
Un altro elemento importante è il limite temporale.
Quando il timer suona, l’esercizio finisce.
Non è necessario trovare una soluzione a ogni pensiero. Non è nemmeno necessario aver raggiunto una sensazione di calma assoluta.
Si può semplicemente chiudere il quaderno e tornare all’attività successiva.
Questo passaggio insegna gradualmente che la preoccupazione ha un inizio e una fine, invece di essere un flusso continuo che accompagna ogni momento della giornata.
Si può poi fare qualcosa che riporti l’attenzione al presente: una breve passeggiata, qualche esercizio di respirazione, una doccia, la preparazione della cena o una conversazione.
L’obiettivo non è eliminare le emozioni, ma interrompere il loro monopolio sull’attenzione.

Scrivere può aiutare a vedere i pensieri con maggiore distanza
Mettere per iscritto ciò che preoccupa può avere un’altra funzione: rendere più visibile quello che nella mente appare come un’unica massa indistinta.
Quando un pensiero rimane nella testa, può sembrare enorme.
Scritto su un foglio, diventa invece una frase.
“Ho paura di perdere il lavoro.”
“Temo che mia figlia abbia un problema.”
“Penso di aver sbagliato tutto.”
A quel punto è possibile chiedersi: sto descrivendo un fatto oppure sto immaginando uno scenario?
Non significa che il pensiero sia privo di valore. Significa soltanto riconoscere la differenza tra ciò che sappiamo e ciò che stiamo anticipando.
È proprio questa distanza che può rendere più facile passare dal rimuginio alla riflessione. Le tecniche di worry time vengono utilizzate anche per favorire questo passaggio, distinguendo le preoccupazioni pratiche da quelle ipotetiche e ripetitive.
Non è una tecnica per “curare” ogni forma di ansia
È importante non trasformare un esercizio psicologico in una promessa miracolosa.
Il worry time può essere uno strumento utile per alcune persone che sperimentano preoccupazione persistente e rimuginio, ma non sostituisce una valutazione professionale quando l’ansia è intensa, persistente o compromette il funzionamento quotidiano.
Le linee guida NICE indicano la terapia cognitivo-comportamentale tra gli interventi psicologici utilizzati nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato e prevedono diversi livelli di intervento in base alla gravità e all’impatto dei sintomi.
L’OMS sottolinea inoltre che i disturbi d’ansia sono condizioni trattabili, ma possono interferire con la vita sociale, familiare, scolastica o lavorativa quando diventano persistenti e difficili da controllare.
Il vero obiettivo non è smettere di preoccuparsi
Forse la parte più interessante di questa strategia è proprio questa: non promette di svuotare la mente dai pensieri negativi.
Una mente umana continuerà a produrre dubbi, ipotesi, ricordi e scenari.
L’obiettivo è diverso.
Imparare che un pensiero può comparire senza obbligarci immediatamente a seguirlo. Che una preoccupazione può essere annotata e affrontata più tardi. Che alcune questioni possono essere trasformate in azioni concrete, mentre altre devono essere riconosciute come incertezze che non possiamo controllare.
In una giornata dominata dalle notifiche e dall’idea di dover rispondere immediatamente a tutto, anche mentalmente, concedersi il diritto di rimandare una preoccupazione può diventare una forma di allenamento all’attenzione.
Non si tratta di ignorare ciò che ci spaventa.
Si tratta di decidere, almeno per qualche minuto, quando ascoltarlo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






