7:48 am, 29 Luglio 26 calendario

Imputabilità minorenni, cosa cambia con il nuovo ddl del governo

Di: Viviana Solari

🌐 Imputabilità dei minorenni, il nuovo ddl approvato dal governo cambia le regole per i ragazzi tra 14 e 18 anni: la capacità di intendere e volere sarà presunta e spetterà alla difesa dimostrare il contrario.

Il sistema della giustizia minorile italiana si prepara a una modifica significativa. Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sull’imputabilità dei minorenni che introduce un cambiamento destinato a incidere sul modo in cui vengono valutati i ragazzi tra i 14 e i 18 anni coinvolti in procedimenti penali.

La novità centrale riguarda il principio dell’onere della prova. Con le nuove norme, la capacità di intendere e di volere dei minorenni che hanno superato la soglia dei 14 anni non dovrà più essere dimostrata caso per caso prima di stabilire la loro eventuale responsabilità penale. Al contrario, sarà considerata presunta, salvo che durante il procedimento emergano elementi capaci di dimostrare una condizione diversa.

Il provvedimento, promosso dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, interviene sull’articolo 98 del codice penale e modifica anche le disposizioni contenute nell’articolo 9 del Dpr 448 del 1988, che disciplina il processo penale minorile.

La riforma nasce nel quadro del dibattito sulla gestione dei fenomeni di violenza giovanile, bullismo e reati commessi da adolescenti, ma apre anche un confronto sul delicato equilibrio tra responsabilità individuale, tutela dei minori e finalità educativa della giustizia minorile.

Imputabilità dei minorenni: che cosa significa

Il termine imputabilità indica la possibilità che una persona venga considerata responsabile penalmente per un reato commesso. Nel diritto italiano, per essere imputabile, un soggetto deve avere la capacità di intendere e di volere, cioè la capacità di comprendere il significato delle proprie azioni e di autodeterminarsi nelle proprie scelte.

La normativa attuale stabilisce che:

  • sotto i 14 anni non esiste responsabilità penale;
  • tra i 14 e i 18 anni il minore può essere imputabile, ma deve essere valutata la sua capacità di comprendere e controllare il comportamento;
  • dopo i 18 anni si applicano le regole previste per gli adulti.

Per i minorenni tra 14 e 18 anni, quindi, il giudice deve oggi verificare concretamente se il ragazzo fosse in grado di rendersi conto della gravità del fatto e di agire consapevolmente.

Il nuovo ddl modifica proprio questo passaggio.

Cosa cambia con il nuovo disegno di legge

La principale trasformazione riguarda il modo in cui viene considerata la capacità di intendere e di volere.

Con l’attuale disciplina, un ragazzo tra 14 e 18 anni può essere dichiarato imputabile solo dopo una valutazione specifica sulla maturità psicologica e sulla consapevolezza del comportamento.

Con la nuova impostazione, invece, la capacità di intendere e di volere viene presunta automaticamente per chi ha già compiuto 14 anni.

In pratica, il procedimento partirà dal principio che il minorenne sia capace di comprendere le proprie azioni. Sarà poi possibile dimostrare il contrario attraverso elementi emersi durante il processo.

La modifica non abbassa quindi l’età della responsabilità penale, che resta fissata a 14 anni, ma cambia il meccanismo con cui viene valutata l’imputabilità.

L’inversione dell’onere della prova: il punto chiave della riforma

L’aspetto più rilevante del ddl riguarda proprio l’inversione dell’onere della prova.

Attualmente, per i minorenni imputati, la verifica della capacità di intendere e volere rappresenta un passaggio preliminare fondamentale. Il giudice deve accertare se il giovane possedeva un livello sufficiente di maturità.

Con la nuova norma, invece, questa capacità viene considerata esistente in partenza.

La conseguenza è un cambiamento dell’impostazione processuale: non sarà più necessario dimostrare che il ragazzo era capace di comprendere il reato, ma sarà necessario fornire elementi per sostenere che quella capacità mancava.

Secondo i sostenitori della riforma, questo permetterebbe di rendere più efficace la risposta della giustizia nei confronti dei reati commessi da adolescenti, evitando valutazioni considerate troppo automatiche o permissive.

I critici, invece, sottolineano il rischio che una presunzione generalizzata possa ridurre l’attenzione sulle differenze individuali tra ragazzi della stessa fascia d’età.

Responsabilità penale dai 14 anni: la regola resta invariata

Un punto importante è che il nuovo ddl non modifica l’età minima della responsabilità penale.

In Italia, infatti, un minore può essere chiamato a rispondere penalmente di un reato solo dopo aver compiuto 14 anni. Questa soglia rimane confermata.

Resta inoltre in vigore il principio secondo cui, anche quando un minorenne viene riconosciuto imputabile, la pena deve essere ridotta rispetto a quella prevista per un adulto.

La giustizia minorile mantiene quindi una distinzione rispetto al sistema ordinario, considerando l’età dell’autore del reato come un elemento centrale nella valutazione della sanzione.

Perché il governo è intervenuto sulla normativa

La riforma si inserisce in un contesto caratterizzato da una crescente attenzione pubblica verso i comportamenti violenti commessi da gruppi di adolescenti.

Negli ultimi anni il dibattito politico si è concentrato sui fenomeni di baby gang, aggressioni tra giovani, atti di bullismo e reati contro persone e patrimonio.

Il governo sostiene la necessità di rafforzare la responsabilizzazione dei minorenni, soprattutto nella fascia d’età in cui secondo la nuova impostazione normativa dovrebbe essere riconosciuta una maggiore consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.

L’obiettivo dichiarato è quello di garantire una risposta più rapida ed efficace quando un adolescente commette un reato grave.

Le critiche: il rischio di una giustizia meno educativa

La modifica dell’imputabilità minorile ha aperto un confronto tra chi considera necessario un maggiore rigore e chi teme un indebolimento della funzione educativa della giustizia minorile.

Il sistema italiano è storicamente fondato sull’idea che il processo nei confronti di un minore debba avere anche una funzione di recupero e reinserimento sociale.

Secondo alcuni esperti, la valutazione della maturità individuale non dovrebbe essere sostituita da una presunzione generale, perché lo sviluppo psicologico può variare molto tra adolescenti della stessa età.

Un ragazzo di 14 anni, infatti, può presentare caratteristiche personali, familiari e sociali molto diverse rispetto a un coetaneo.

Cosa succede ora dopo l’approvazione del ddl

L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri rappresenta solo il primo passaggio dell’iter legislativo. Il disegno di legge dovrà ora affrontare il percorso parlamentare prima di diventare definitivamente legge.

Durante l’esame in Parlamento potranno essere introdotte modifiche al testo, approfondimenti o correttivi.

Se la riforma verrà confermata, il cambiamento principale sarà quindi il nuovo criterio di valutazione per i ragazzi tra 14 e 18 anni: la capacità di intendere e volere sarà considerata presente salvo prova contraria.

Una trasformazione che punta a rendere più incisiva la risposta dello Stato davanti ai reati commessi dai minorenni, ma che continuerà ad alimentare il confronto tra esigenze di sicurezza, responsabilità e tutela educativa dei giovani.

29 Luglio 2026
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