🌐 Hong Kong sotto choc: l’inferno al Wang Fuk Court
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ToggleI segnali di una tragedia annunciata
Mercoledì 26 novembre 2025, nel tranquillo distretto settentrionale di Tai Po, l’ordinaria routine di un complesso residenziale come tanti — il Wang Fuk Court — si è trasformata in un incubo. All’incirca alle 14:51 ora locale è divampato un incendio che in poche decine di minuti ha avvolto sette delle otto torri che compongono il complesso, dando vita a uno dei roghi più devastanti nella storia recente di Hong Kong.
Il bilancio, provvisorio e in continuo aggiornamento, parla oggi — 27 novembre — di almeno 55 vittime confermate, decine di feriti, e circa 279 persone ancora disperse. Il rogo, alimentato da materiali altamente infiammabili usati nelle operazioni di ristrutturazione — impalcature in bambù e reti verdi di protezione — si è propagato con incredibile rapidità, trasformando l’intero complesso in un inferno verticale.
Di seguito, un approfondimento su come è avvenuta la tragedia, cosa sappiamo finora della gestione dell’emergenza, e quali ombre emergono su regolamentazioni, sicurezza, e edilizia ad alta densità.
Secondo le prime ricostruzioni, le fiamme sono divampate all’esterno di una delle torri, in corrispondenza delle impalcature in bambù, durante lavori di ristrutturazione. In pochi istanti il fuoco ha fatto presa sulle reti verdi che avvolgevano i palazzi e, aiutato probabilmente da vento e materiali altamente infiammabili, si è propagato verticalmente con estrema rapidità.
Pochi minuti dopo la prima segnalazione, la situazione era già fuori controllo: dalle prime testimonianze, colonne di fumo nero si levavano visibili a chilometri di distanza, alcune impalcature crollavano, detriti incendiati precipitavano al suolo, rendendo quasi impossibile ogni tentativo immediato di salvataggio ai piani alti.
Di fronte a questa escalation, i servizi di soccorso — centinaia di pompieri, ambulanze e mezzi — hanno lanciato un’allerta di “livello 5”, la massima possibile, mobilitando forze senza precedenti.
Nonostante l’impegno, molti residenti sono rimasti intrappolati, specialmente ai piani alti, a causa del crollo delle impalcature, delle alte temperature e dell’acre fumo che rendeva quasi irrespirabile l’aria. Le operazioni sono continuate per tutta la notte e la mattina seguente. Alcuni edifici risultavano ancora avvolti da fumo e fiamme, mentre gli evacuati — decine di famiglie — venivano accolti in centri di accoglienza temporanea.

Le dimensioni del disastro
La complessità del disastro emerge dai numeri: il complesso residenziale è formato da otto torri da 31-32 piani, comprensive di circa 1.984 appartamenti, e ospita — secondo i registri — circa 4.000-4.800 persone.
Al momento dei fatti, erano in corso lavori di ristrutturazione, durante i quali erano state montate impalcature in bambù e reti di protezione verde attorno agli stabili. Materiali che — secondo le autorità — hanno contribuito a rendere il rogo quasi ingestibile.
Il bilancio è tragico: oltre 55 morti confermati, tra cui anche un vigile del fuoco impegnato nei soccorsi. Decine i feriti, molti ricoverati in gravi condizioni per ustioni e intossicazione da fumo. E ancora circa 279 persone disperse, con la paura che il bilancio possa aggravarsi ulteriormente, poiché molti appartamenti risultano sigillati o difficilmente accessibili.
Il fattore “ristrutturazione”
Quello che rende la tragedia ancora più grave è la sensazione — sempre più forte — che non si tratti di un semplice “incidente”: ma di una tragedia che aveva in sé elementi prevedibili, a partire dalla scelta dei materiali per la ristrutturazione.
Le impalcature in bambù — largamente usate a Hong Kong per i lavori su edifici alti — e le reti di plastica verde montate all’esterno sono da tempo al centro di dibattiti sulla sicurezza: materiali leggeri, economici e facilmente installabili, ma anche estremamente infiammabili.
Nel caso del Wang Fuk Court, queste strutture esterne hanno favorito una rapida propagazione del rogo, trasformando ogni piano in una trappola potenziale. Alcuni esperti di sicurezza urbana avevano già messo in guardia in passato su questi rischi: ma evidentemente le avvertenze non sono state tradotte in misure sostanziali.
Inoltre, un elemento che desta particolare preoccupazione: la densità abitativa del complesso. Migliaia di persone stipate in torri alte 30 piani, molte delle quali anziane o con mobilità ridotta, con accessi limitati e vie di fuga che si rivelano inadeguate di fronte a un incendio su più fronti. Questo scenario — già difficile in condizioni normali — diventa catastrofico quando le fiamme si estendono dall’esterno verso l’interno, bloccando scale, ascensori, porte di emergenza.
Le prime indagini
Da subito, le autorità di Hong Kong hanno definito il rogo come “disastro di massima gravità”. Il capo dell’esecutivo locale, John Lee, ha espresso cordoglio e annunciato un’inchiesta urgente.
La polizia ha già arrestato tre persone — due dirigenti e un consulente tecnico di una società di costruzioni coinvolta nei lavori al Wang Fuk Court — con l’accusa di omicidio colposo per negligenza grave.
Secondo le prime dichiarazioni ufficiali, la combinazione di materiali inadeguati all’esterno dell’edificio, l’uso di reti e pannelli non resistenti al fuoco, e le impalcature in bambù avrebbero favorito la propagazione rapida delle fiamme, rendendo quasi impossibili i salvataggi ai piani alti.
Intanto, è stata disposta un’ispezione straordinaria su tutti i complessi residenziali in ristrutturazione nella città, per verificare il rispetto delle norme antincendio. Migliaia di residenti — sgomenti e traumatizzati — cercano ancora notizie di parenti o vicini di casa. Le autorità hanno allestito centri di accoglienza d’emergenza per ospitare le famiglie evacuate.
Un rogo che riporta alla mente tragedie passate
Quella del 26 novembre 2025 non è la prima volta che Hong Kong deve fare i conti con il dramma di incendi in palazzi densi, di edilizia popolare o vecchie case con scarsa manutenzione.
Nel 2024, ad esempio, un incendio in un edificio residenziale del quartiere di Kowloon aveva causato la morte di almeno 5 persone e decine di feriti, destando preoccupazione sulla sicurezza degli edifici datati e sulle condizioni di molti alloggi a basso costo.
Ma nulla — né le tragedie passate, né le segnalazioni degli esperti — sembra aver indotto una revisione strutturale delle pratiche edilizie per garantire una protezione adeguata contro incendi rapidissimi e devastanti come quello del Wang Fuk Court.
Molti osservatori fanno oggi un parallelo inevitabile con il rogo del Garley Building del 1996 — che causò 41 vittime — definendo quello di Hong Kong del 2025 il più grave disastro urbano per incendio degli ultimi decenni.
Dalle ceneri alcune domande
La tragedia del Wang Fuk Court torna a porre con forza alcuni interrogativi centrali per le città moderne caratterizzate da edilizia ad alta densità, rapida urbanizzazione e mercati immobiliari affollati:
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Quanto è compatibile la densificazione verticale con standard di sicurezza adeguati, soprattutto quando gli edifici sono sottoposti a lavori di manutenzione o ristrutturazione?
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Le pratiche comuni — come l’uso di impalcature in bambù e reti di plastica — rappresentano un rischio inaccettabile, o possono essere resi sicuri con normative e controlli stringenti?
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Esiste una responsabilità «strutturale» quando a essere coinvolti sono complessi popolari o case popolari, spesso abitate da fasce fragili della popolazione?
Le risposte non sono scontate — ma la morte di decine di persone e la distruzione di un intero quartiere rendono urgente un cambio di passo.
Per molti residenti oggi, la paura non è solo quella di perdere una casa. È quella di sentirsi esposti, vulnerabili, in una metropoli sempre più verticale, lontana da normative che garantiscano davvero protezione in caso di roghi, calamità o emergenze.
I volti della tragedia
Tra le vittime c’è anche un pompiere, uno di quei soccorritori che — coraggio o senso del dovere — è andato in prima linea. Il suo sacrificio sottolinea quanto la gestione dell’emergenza si sia scontrata con ostacoli insormontabili: detriti, calore estremo, fumo denso.
Le autorità parlano di negligenza grave da parte della società di costruzioni e di un fallimento nel garantire condizioni minime di sicurezza. Ma per molti residenti la rabbia è rivolta anche verso un sistema che sembra tollerare — o peggio ignorare — standard edilizi pericolosi, specialmente quando si tratta di abitazioni popolari.
Per chi ora cerca un parente tra i dispersi, ogni ora che passa sembra allontanare la speranza. E per l’intera comunità internazionale, l’incendio al Wang Fuk Court rappresenta un richiamo drammatico: nelle nostre città di grattacieli e torri residenziali, la densità non è compatibile con la trascuratezza.
Quel che accade a Hong Kong — con le sue torri, densità, regolamenti edilizi “locali” e imprese di costruzioni in outsourcing — non è un problema solo “asiatico”. Nelle nostre metropoli europee e italiane, dove si costruisce molto, spesso rapidamente, con elevato grado di urbanizzazione, la tragedia di Tai Po impone una riflessione: la sicurezza degli edifici, la manutenzione, la prevenzione incendi non possono essere considerati costi accessori, ma pilastri essenziali della convivenza civile.
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