Il dibattito sulle nuove norme penali: criticità e prospettive
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna esprime forte preoccupazione per il contenuto del Disegno di Legge n. 1660 recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”, con il quale si propone, ancora una volta, l’introduzione di nuovi reati e consistenti incrementi delle pene detentive per reati già esistenti, in un contesto in cui non solo il sistema penale è già saturo di un numero indeterminato (e indeterminabile) di reati, ma si confronta anche con una grave crisi nel sistema carcerario.
Questo sviluppo della politica criminale, oltre a contrastare con i principi di proporzionalità e sussidiarietà, mette in luce quello che la dottrina autorevole ha definito come “la natura selettiva delle scelte penali, spesso volte a colpire i perdenti nella cosiddetta competizione sociale.” (Come dichiarato presentazione scritta del 8 ottobre 2024 alle Commissioni congiunte Affari Costituzionali e Giustizia del Senato della Repubblica) La scelta del Legislatore, lontana dall’essere rivolta alla lotta contro fenomeni criminali particolarmente gravi, si rivolge alla marginalità sociale, operando essenzialmente in una funzione simbolica.
Basti pensare all’introduzione del nuovo reato concernente l’occupazione arbitraria di immobili, già punita dal nostro codice penale con diverse normative, le cui inevitabili conseguenze punitive colpiranno principalmente situazioni di difficoltà economica e sociale, che dovrebbero essere affrontate in modo più efficace con adeguate politiche sociali a sostegno dell’emergenza abitativa ed economica, diffusa soprattutto in alcune aree del nostro paese.

In questa direzione, l’inasprimento delle pene per il reato di accattonaggio (da uno a cinque anni di reclusione, con la possibilità di custodia cautelare in carcere) appare ancora più preoccupante: ciò colpirà certamente individui che vivono – non per scelta – in contesti di estrema povertà, e si dedicano alla mendicità spesso come unica fonte di sostentamento. Dietro queste forme di criminalizzazione, si intravede una concezione del diritto penale per tipo di autore, che dovrebbe essere respinta in un sistema penale basato sull’atto, l’unico in grado di proteggerci da giustificazioni per accuse non basate su ciò che si fa ma su ciò che si è.

Analoghe considerazioni possono essere svolte per altre misure legislative che chiaramente mirano a penalizzare e punire il “dissenso” e la protesta politica, in netto contrasto con i diritti fondamentali costituzionali e convenzionali, come il diritto di associazione e la libertà di pensiero. Un esempio chiaro di ciò è la proposta di trasformare i blocchi stradali da infrazione amministrativa a reato, con pene completamente sproporzionate rispetto alla gravità effettiva del comportamento. Inoltre, l’introduzione di fattori aggravanti per reati comuni solo perché commessi nel contesto di proteste pubbliche. Questi interventi non solo violano palesemente i canoni costituzionali di offensività e proporzionalità che dovrebbero sempre guidare il legislatore nell’uso attento e residuale del diritto penale, ma rivelano anche una natura distintamente politica, dove lo stesso atto può o non può essere criminalizzato, o punito più o meno severamente, basandosi esclusivamente sulla sua connotazione politico-dimostrativa.

In questo caso, passiamo dal “diritto penale dell’autore” al “diritto penale del nemico” – nell’efficace espressione di Gunther Jacobs – che raggiunge il punto più evidente e preoccupante nell’introduzione dei reati di sommossa nelle carceri e nei Centri di Permanenza per i Rimpatriati, dove anche semplici atti di “resistenza passiva” vengono considerati rilevanti penalmente. Questa scelta finisce per criminalizzare solo i detenuti (la resistenza passiva, nel diritto vivente, non è un reato), e i pochi mezzi di protesta non violenta che hanno a disposizione per far sentire la loro voce e affermare diritti troppo spesso violati. Questo è ancora più grave considerando la situazione attuale delle carceri, con 76 suicidi dall’inizio dell’anno, e il sovraffollamento che ha raggiunto livelli vicini al 2013, l’annus horribilis della condanna umiliante della CEDU per trattamenti disumani e degradanti che lo Stato italiano ha inflitto ai detenuti nelle sue carceri. Alla luce di quanto detto, è impossibile non condividere e sostenere le preoccupazioni lucidamente espresse nel recente documento dell’Associazione italiana dei Professori di diritto penale, denunciando i pericoli per le libertà democratiche che potrebbero derivare da “norme che indicano un ulteriore spostamento delle riforme legislative verso il diritto penale dell’autore, che porta alla repressione di comportamenti dissidenti emergenti dalla marginalità sociale e indica un pericoloso scivolamento verso una gestione securitaria dell’emergenza carceraria.” La professione forense, custode e garante dei diritti fondamentali della nostra Costituzione, non può e non deve tacere di fronte a questi pericoli. La posta in gioco è troppo alta per non far sentire forte la nostra voce, esortando le forze politiche a ritirare questo Disegno di Legge, avviare un serio processo di depenalizzazione come richiesto dal Ministero di Giustizia nel suo discorso inaugurale alle Camere, e affrontare l’emergenza carceraria con strumenti adeguati alla sua gravità, comprese misure di clemenza, non più procrastinabili, rivolte ai condannati per reati non socialmente allarmanti con pene detentive brevi. Chiediamo quindi al Consiglio Nazionale Forense di intraprendere, senza indugi, tutte le iniziative necessarie e appropriate per raggiungere questi obiettivi, comprese iniziative pubbliche che coinvolgano Politica, Università, Magistratura e società civile, esprimendo nel contempo ferma opposizione a qualsiasi intervento legislativo nel campo penale che non rispetti i principi di offensività, proporzionalità e umanità, pilastri indispensabili di qualsiasi sistema democratico.
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