Via Lattea, una seconda fusione galattica riscrive la nostra storia
Per ricostruire la storia della Via Lattea bisogna fare qualcosa di apparentemente impossibile: guardare il presente e usarlo come una sorta di archivio del passato. Non esistono fotografie dell’infanzia della nostra galassia, naturalmente. Esistono però stelle vecchissime, ammassi globulari, movimenti, composizioni chimiche e soprattutto età che possono essere confrontate tra loro.
Ed è proprio seguendo queste tracce che un gruppo internazionale guidato da Davide Massari, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, ha proposto una nuova lettura dell’evoluzione della nostra galassia. Il lavoro, pubblicato come preprint nel gennaio 2026, sostiene che la storia della Via Lattea possa contenere un’antica grande fusione aggiuntiva, risalente a un’epoca ancora più remota di quella normalmente associata alla grande accrezione di Gaia-Enceladus.
Il risultato è importante perché non aggiunge semplicemente un altro episodio a una lunga lista di collisioni cosmiche. Cambia il modo in cui possiamo immaginare la costruzione della Via Lattea, mostrando che una parte delle stelle che oggi consideriamo appartenenti alla nostra galassia potrebbe essere arrivata da sistemi esterni molto più massicci di quanto ipotizzato in precedenza.
La Via Lattea non è nata tutta insieme
L’idea di una Via Lattea costruita lentamente, stella dopo stella, è ormai superata. Le galassie crescono anche attraverso fusioni e accrescimento di altre galassie, in un processo nel quale sistemi più piccoli vengono catturati dalla gravità di quelli più grandi.
La nostra galassia non fa eccezione.
Nel corso di miliardi di anni la Via Lattea ha attirato, deformato e inglobato numerose galassie satelliti. Alcune sono state completamente distrutte, lasciando dietro di sé soltanto popolazioni stellari riconoscibili attraverso il movimento e la composizione chimica delle loro stelle.
La difficoltà consiste nel distinguere ciò che è nato nella Via Lattea da ciò che è stato importato dall’esterno.
Oggi, infatti, quelle stelle non sono più raccolte ordinatamente nella galassia da cui provengono. Dopo miliardi di anni possono essersi disperse nel disco, nell’alone o nelle regioni più interne della Via Lattea. Il loro passato è quindi nascosto nel modo in cui si muovono e nell’età che conservano.
È qui che entrano in gioco gli ammassi globulari.

Gli ammassi globulari sono i fossili della nostra galassia
Gli ammassi globulari sono tra gli oggetti più antichi che possiamo osservare nella Via Lattea. Sono enormi aggregati di stelle legate dalla gravità, spesso molto vecchie, che hanno attraversato quasi tutta la storia della nostra galassia.
Per gli astronomi rappresentano qualcosa di simile ai fossili per i geologi.
La loro età e la loro composizione chimica possono infatti raccontare in quale ambiente si siano formate le stelle che li compongono. Se diversi ammassi presentano caratteristiche incompatibili con un’origine comune, è possibile che siano stati catturati da galassie differenti e successivamente incorporati nella Via Lattea.
Il nuovo studio utilizza proprio questa proprietà.
L’analisi degli ammassi globulari ha evidenziato tre sequenze distinte nelle relazioni tra età e composizione chimica. Una è associata alla popolazione originaria della Via Lattea, una alla fusione con Gaia-Enceladus e una terza sembra riconducibile a un ulteriore antico evento di accrescimento.
È questo il particolare che rende la scoperta interessante: non si tratta semplicemente di trovare qualche stella “straniera”, ma di riconoscere una popolazione coerente che sembra avere una propria storia.
La grande fusione che conoscevamo: Gaia-Enceladus
Prima di questa nuova interpretazione, uno degli eventi fondamentali per comprendere l’evoluzione della Via Lattea era già noto: la fusione con Gaia-Enceladus.
Si tratta di una galassia che, miliardi di anni fa, entrò nell’ambiente gravitazionale della Via Lattea e venne progressivamente distrutta e assorbita. Le sue stelle non scomparvero: furono distribuite nella nostra galassia, lasciando tracce nei loro movimenti e nelle loro caratteristiche.
La scoperta di questa popolazione ha rappresentato una delle grandi svolte dell’archeologia galattica.
Il nome stesso, Gaia-Enceladus, racconta il legame tra scienza moderna e mitologia. “Gaia” richiama la missione spaziale dell’Agenzia spaziale europea che ha fornito una quantità straordinaria di dati sulle stelle della nostra galassia. “Enceladus” deriva invece da Encelado, il gigante della mitologia greca che, secondo il mito, sarebbe stato sepolto sotto l’Etna.
La metafora è sorprendentemente efficace: una galassia scomparsa ha lasciato sotto la superficie della Via Lattea una sorta di impronta cosmica, proprio come un fossile sepolto nella roccia.
Le osservazioni di Gaia hanno permesso di identificare gruppi di stelle con traiettorie e caratteristiche differenti rispetto alla popolazione principale. Da queste informazioni è stato possibile ricostruire una parte della storia dinamica della nostra galassia.
Ma prima di Gaia-Enceladus potrebbe esserci stato un altro gigante
È qui che la nuova ricerca introduce l’elemento destinato a far discutere.
Secondo il lavoro guidato da Massari, gli ammassi globulari custodirebbero la firma di un’altra grande fusione avvenuta nelle fasi iniziali della vita della Via Lattea, quando l’universo aveva appena una piccola frazione della sua età attuale.
Il nuovo evento sarebbe avvenuto circa 1,5 miliardi di anni dopo il Big Bang, dunque in un’epoca in cui la nostra galassia era ancora in piena formazione. Il sistema coinvolto avrebbe avuto una massa stellare paragonabile a quella attribuita a Gaia-Enceladus, nell’ordine di circa 500 milioni di masse solari.
La ricerca propone per il progenitore il nome Low-energy-Kraken-Heracles, abbreviato in LKH, collegandolo alla precedente storia degli studi sulle popolazioni stellari antiche della Via Lattea.
Il punto fondamentale è che questa non sarebbe stata una piccola galassia satellite inghiottita quasi senza lasciare conseguenze. La massa coinvolta sarebbe stata sufficiente a modificare profondamente la struttura della giovane Via Lattea.

Una collisione che ha lasciato le sue tracce nel cuore galattico
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il luogo in cui sarebbe finita gran parte del materiale proveniente dalla galassia inglobata.
Secondo lo studio, la maggior parte della massa stellare dell’antico sistema sarebbe stata depositata nelle regioni interne della Via Lattea, entro circa 6 kiloparsec dal centro galattico.
Per avere un’idea della scala, un kiloparsec corrisponde a circa 3.260 anni luce. Stiamo quindi parlando di una regione che comprende una parte significativa del cuore della nostra galassia.
Questo dettaglio è cruciale perché significa che le conseguenze della fusione non sarebbero rimaste confinate nelle periferie. Una parte dell’architettura interna della Via Lattea potrebbe essere il risultato diretto di quella collisione primordiale.
Il processo non deve essere immaginato come uno scontro tra due oggetti solidi. Le stelle sono infatti enormemente distanti tra loro e in una fusione galattica è relativamente improbabile che si verifichino collisioni stellari dirette. È la gravità a dominare tutto.
Le due galassie si deformano, le loro orbite vengono sconvolte, le stelle vengono redistribuite e il sistema finale raggiunge lentamente un nuovo equilibrio.
In termini cosmici, è un processo violento. In termini temporali, è lentissimo.
Il doppio passato della Via Lattea cambia il racconto della nostra origine
Perché una scoperta avvenuta a miliardi di anni luce-tempo di distanza dovrebbe interessarci così tanto?
Perché anche il Sistema solare è figlio di questa storia.
Il Sole si è formato molto più tardi rispetto alle grandi fusioni che hanno contribuito alla costruzione della Via Lattea. Non esiste quindi un legame diretto tra una specifica stella del Sole e una di quelle antiche galassie.
Ma il quartiere cosmico nel quale il Sole è nato è il risultato dell’evoluzione della Via Lattea. La forma del disco, la distribuzione delle stelle, la presenza dell’alone e la quantità di elementi chimici disponibili per formare nuove generazioni stellari sono tutti il risultato di una storia che comprende anche fusioni galattiche antichissime.
La materia che oggi costituisce stelle, pianeti e, in ultima analisi, noi stessi è stata rimescolata attraverso generazioni successive.
È questo il senso più profondo dell’archeologia galattica: non serve trovare una “stella antenata” del Sole. Basta comprendere come si sia formato l’ambiente nel quale il Sole è potuto nascere.
Gaia ha trasformato la Via Lattea in un laboratorio
La possibilità di arrivare a queste conclusioni sarebbe impensabile senza la missione Gaia dell’ESA.
Il satellite ha osservato miliardi di stelle, misurandone posizione, luminosità, movimento e, per una parte del campione, caratteristiche fisiche e chimiche. La missione scientifica si è conclusa nel gennaio 2025 dopo oltre un decennio di osservazioni, ma il suo patrimonio di dati continuerà a essere utilizzato ancora a lungo. L’ESA prevede inoltre ulteriori rilasci dei dati della missione, con il Data Release 4 atteso nel dicembre 2026.
Gaia non fotografa la Via Lattea dall’esterno. È un punto fondamentale.
Noi siamo dentro la galassia, quindi non possiamo semplicemente allontanarci abbastanza da scattare una fotografia completa. Gaia ricostruisce la struttura della Via Lattea osservando le stelle una per una.
È un po’ come tentare di ricostruire la forma di una foresta trovandosi al suo interno e registrando la posizione di ogni albero.
Ed è proprio questa enorme mappa tridimensionale a permettere agli astronomi di distinguere popolazioni stellari differenti e ricostruire i loro movimenti.
Hubble aggiunge un’altra informazione decisiva: l’età
Se Gaia permette di capire come si muovono le stelle, il telescopio spaziale Hubble può aiutare a stabilire quanto siano vecchie.
Ed è proprio la combinazione di questi due approcci a rendere particolarmente interessante la nuova ricerca.
Determinare con precisione l’età relativa degli ammassi globulari consente infatti di confrontare popolazioni nate in epoche differenti. Quando queste informazioni vengono incrociate con la composizione chimica e con la dinamica delle stelle, emergono strutture che altrimenti rimarrebbero nascoste.
Il nuovo studio sostiene che proprio questa analisi abbia permesso di distinguere tre popolazioni differenti negli ammassi globulari della Via Lattea.
È una sorta di cronologia cosmica costruita senza avere accesso al passato.
Gli astronomi non osservano direttamente la fusione avvenuta miliardi di anni fa: ne osservano le conseguenze ancora presenti oggi.
Non è la prima volta che la Via Lattea sorprende gli astronomi
La storia delle fusioni galattiche non è del resto un capitolo chiuso.
Già studi precedenti avevano suggerito che la Via Lattea potesse aver attraversato due importanti eventi di accrescimento ravvicinati nel tempo cosmico, associabili ai progenitori di Kraken e Gaia-Sausage-Enceladus. Simulazioni pubblicate nel 2022 avevano esplorato proprio gli effetti che due grandi fusioni consecutive possono produrre su disco e alone di una galassia simile alla nostra, sottolineando però anche quanto fosse difficile identificare senza ambiguità l’evento più antico.
La nuova analisi si inserisce quindi in un dibattito scientifico già aperto.
La differenza è che ora gli autori sostengono di avere individuato una firma più netta negli ammassi globulari, sufficiente a proporre l’identificazione di un ulteriore evento di fusione. Il lavoro stesso sottolinea che in passato le prove di una fusione precedente a Gaia-Enceladus erano state indirette e controverse.
Questo rende importante anche il modo in cui viene comunicata la scoperta: non significa che ogni dettaglio della storia della Via Lattea sia stato definitivamente risolto. Significa che un nuovo scenario ha guadagnato un elemento osservativo molto forte e dovrà essere verificato, discusso e confrontato con ulteriori dati e modelli.

La galassia che conosciamo è il risultato di una lunga serie di catastrofi
La parola “fusione” può sembrare quasi astratta. In realtà descrive uno dei meccanismi fondamentali attraverso cui le galassie crescono.
Una galassia più grande attira una galassia più piccola. L’orbita della satellite cambia progressivamente. Le forze gravitazionali ne deformano la struttura, ne disperdono le stelle e alla fine ne cancellano l’identità originaria.
Ma le stelle non spariscono.
Vengono incorporate nella galassia più grande.
È così che la Via Lattea è diventata ciò che osserviamo oggi: non attraverso un unico processo ordinato, ma attraverso una storia fatta di accrescimento, formazione stellare, trasformazioni del disco e fusioni.
Alcuni dei protagonisti di questa storia sono ormai invisibili. Non esistono più come galassie indipendenti. Sono diventati parte della Via Lattea.
Eppure il loro passato continua a essere leggibile.
La nostra galassia potrebbe essere ancora più antica e complessa di quanto pensassimo
La conseguenza più affascinante della nuova ricerca è forse questa: la Via Lattea non è semplicemente una galassia che ha inglobato alcune compagne nel corso della sua vita.
È un sistema stratificato, nel quale differenti generazioni di stelle raccontano differenti episodi della sua formazione.
Ogni ammasso globulare può essere considerato una tessera. Ogni traiettoria stellare è una traccia. Ogni differenza nella composizione chimica è un indizio. Mettendo insieme questi elementi, gli astronomi possono provare a ricostruire una storia che nessun essere umano ha mai potuto osservare direttamente.
La nuova fusione proposta da Massari e collaboratori aggiunge una tessera particolarmente importante a questo mosaico.
E suggerisce che la nostra casa cosmica sia stata modellata da più grandi collisioni di quanto fossimo abituati a pensare.
La ricerca sulla storia della Via Lattea, però, è tutt’altro che terminata. Anzi, l’arrivo di nuovi dati e l’analisi sempre più precisa degli ammassi globulari potrebbero permettere di riconoscere altre popolazioni stellari provenienti da galassie ormai scomparse.
Il cielo, insomma, non conserva soltanto la luce delle stelle.
Conserva la memoria delle galassie che le hanno generate.
E mentre osserviamo la Via Lattea come una struttura apparentemente stabile, il suo disco, il suo alone e le stelle che lo compongono raccontano una storia molto diversa: quella di una galassia costruita nel tempo, attraverso fusioni cosmiche che hanno avuto luogo molto prima della nascita del Sole e che, indirettamente, hanno contribuito a creare l’ambiente nel quale anche la nostra storia è diventata possibile.
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