10:16 am, 17 Settembre 26 calendario

Turchia, pugno duro di Erdoğan contro il movimento LGBT

Di: Redazione Metrotoday

 

🌐 Erdoğan e il pugno duro contro il movimento LGBT in Turchia: maxi blitz in 15 province, decine di fermi, sedi associative perquisite e siti web oscurati. Nel mirino 162 persone, 9 associazioni e 13 attività, mentre il governo parla di tutela della famiglia e dell’ordine pubblico.

La stretta contro la comunità LGBT in Turchia entra in una nuova fase. Nella notte tra sabato e domenica, una vasta operazione coordinata dalle autorità turche ha portato a perquisizioni, fermi e arresti in diverse città del Paese, mentre parallelamente venivano bloccati numerosi siti internet e account social legati ad associazioni, attivisti e organizzazioni per i diritti LGBTQ+.

L’operazione, denominata “La mia famiglia è al sicuro”, è stata presentata dal governo come un’iniziativa per proteggere i bambini, la famiglia e l’ordine pubblico. Ma per le organizzazioni per i diritti umani e per numerosi osservatori internazionali si tratta dell’ennesimo salto di qualità nella pressione esercitata dall’esecutivo di Recep Tayyip Erdoğan contro la comunità LGBT e la società civile.

Le cifre ufficiali raccontano la dimensione dell’intervento: 162 persone, nove associazioni e 13 attività commerciali risultano coinvolte nelle indagini coordinate dalle procure di Istanbul, Ankara, Smirne, Aydin e Mersin, con operazioni estese complessivamente a 15 province.

Maxi blitz in tutta la Turchia: cosa è successo

Le operazioni sono scattate nelle prime ore di domenica e hanno interessato soprattutto Istanbul, Ankara e Smirne, ma anche altre aree del Paese.

La polizia ha effettuato perquisizioni nelle sedi di associazioni LGBT, nelle abitazioni di alcuni attivisti e in locali frequentati dalla comunità. Secondo le autorità, nel corso delle operazioni sarebbero stati sequestrati stupefacenti, dispositivi elettronici, alcol di contrabbando e un’arma da fuoco.

Il numero dei fermi è rimasto però in evoluzione e le cifre comunicate dalle diverse parti non coincidono perfettamente. In una prima fase la procura di Istanbul aveva parlato di 26 persone fermate, mentre successivamente le autorità hanno riferito di almeno 47 persone coinvolte nelle operazioni; altre ricostruzioni hanno portato il numero dei fermati complessivi a oltre 60.

Questa differenza è importante: 162 non indica necessariamente 162 arresti. È il numero delle persone formalmente comprese nel procedimento investigativo più ampio annunciato dal ministero della Giustizia.

Il dato fotografa quindi la portata dell’inchiesta, non il numero definitivo delle persone finite in carcere.

Le accuse: prostituzione, oscenità e droga

Al centro dell’indagine ci sono accuse estremamente pesanti.

Le autorità turche contestano, a seconda delle singole posizioni, presunti reati tra cui la costituzione di un’organizzazione finalizzata alla commissione di reati, prostituzione, oscenità e detenzione o acquisto di stupefacenti per uso personale.

La procura sostiene inoltre di avere elementi relativi a presunte condotte ritenute dannose per i minori e all’influenza esercitata sui giovani in materia di orientamento sessuale e identità di genere.

È fondamentale, però, distinguere il piano delle accuse da quello delle responsabilità accertate.

Essere indagati o fermati non significa essere colpevoli. Le contestazioni dovranno essere individualizzate e dimostrate nel corso dei procedimenti giudiziari.

Il punto più controverso è proprio questo: organizzazioni e attivisti LGBT denunciano il rischio che accuse penali molto gravi vengano utilizzate per colpire indistintamente realtà associative, locali e persone impegnate nella difesa dei diritti.

Oscurati siti e profili social: la seconda faccia della stretta

Il blitz non si è limitato alle strade, alle sedi delle associazioni e alle abitazioni.

Parallelamente alle operazioni di polizia, decine di siti web e account sui social network sono stati resi inaccessibili dalla Turchia.

Tra le realtà colpite figurano associazioni LGBT, gruppi studenteschi, attivisti e organizzazioni che si occupano di diritti umani. Anche alcuni contenuti e canali di comunicazione utilizzati dalla comunità sono finiti sotto restrizione.

L’oscuramento digitale rappresenta un elemento particolarmente significativo perché impedisce alle organizzazioni di svolgere una delle loro funzioni principali: informare, comunicare con i propri iscritti e documentare eventuali violazioni dei diritti.

Secondo le organizzazioni della società civile, il provvedimento giudiziario che ha disposto le restrizioni ha preceduto di poche ore le perquisizioni e i fermi.

È la combinazione tra repressione fisica e censura digitale a rendere questa operazione particolarmente rilevante.

Kaos GL nel mirino

Tra le realtà coinvolte c’è anche Kaos GL, una delle più conosciute organizzazioni turche impegnate nella difesa dei diritti LGBT.

La sede dell’associazione è stata perquisita e sono stati sequestrati dispositivi elettronici. Alcuni componenti degli organismi direttivi dell’organizzazione sono stati coinvolti nelle operazioni.

L’indagine nei confronti di Kaos GL riguarda, secondo le informazioni disponibili, presunti contenuti giudicati “osceni” pubblicati sul sito dell’associazione e sui suoi canali social.

Il problema è particolarmente delicato perché il concetto di oscenità nella normativa turca non presenta una definizione sufficientemente precisa da impedire interpretazioni molto ampie. Negli ultimi anni, secondo osservatori e associazioni locali, questo tipo di contestazione è stato utilizzato sempre più spesso nei confronti di contenuti legati alla comunità LGBT.

Per i difensori dei diritti civili, il rischio è evidente: trasformare l’attività di informazione e advocacy in un problema di ordine pubblico.

Erdoğan e la “Decade della famiglia”

La nuova offensiva non arriva dal nulla.

La politica del governo Erdoğan nei confronti della comunità LGBT si è progressivamente irrigidita negli ultimi anni e si inserisce in una strategia più ampia centrata sulla difesa della famiglia tradizionale e sull’aumento della natalità.

Il presidente turco ha promosso una politica denominata “Decade della famiglia e della popolazione”, collegata alla necessità di affrontare il calo delle nascite e l’invecchiamento demografico.

Il governo presenta la campagna come una politica di protezione della famiglia e dei minori.

Ma nella pratica, secondo i critici, la difesa della famiglia è diventata anche uno strumento politico attraverso cui limitare manifestazioni, associazioni e iniziative LGBT.

La nuova operazione è stata esplicitamente collegata dalle autorità alla visione governativa per il periodo 2026-2035.

In Turchia essere LGBT non è un reato

C’è un elemento giuridico fondamentale da chiarire.

Le relazioni omosessuali consensuali tra adulti non sono un reato in Turchia. Il problema è che questo non significa che la comunità LGBT goda di una piena tutela sul piano sociale, politico e associativo.

Negli ultimi anni sono aumentate le restrizioni nei confronti delle manifestazioni pubbliche, dei Pride e di diverse iniziative legate alla comunità.

Il governo ha inoltre intensificato la retorica contro quella che considera una minaccia ai valori familiari tradizionali.

La conseguenza è una situazione paradossale: da una parte l’omosessualità non è criminalizzata in quanto tale; dall’altra l’espressione pubblica dell’identità LGBT e l’attività delle associazioni possono essere sottoposte a pressioni crescenti.

È su questo confine che si concentra oggi lo scontro tra Ankara e le organizzazioni per i diritti civili.

La denuncia: «Non è protezione della famiglia, è repressione»

La reazione delle associazioni è stata durissima.

L’Associazione turca per i diritti umani ha contestato la narrazione ufficiale dell’operazione, sostenendo che dietro il linguaggio della protezione della famiglia si nasconda una strategia di discriminazione, intimidazione e smantellamento della società civile.

Anche il mondo europeo ha reagito.

Nacho Sánchez Amor, relatore del Parlamento europeo per la Turchia, ha definito l’ondata di arresti una preoccupante escalation della repressione, sostenendo che l’imposizione di un’agenda morale rappresenti una violazione dei diritti fondamentali e degli impegni internazionali del Paese.

Le autorità turche respingono invece questa lettura e insistono sulla necessità di proteggere bambini, famiglia e ordine sociale.

È dunque uno scontro non soltanto giudiziario, ma apertamente politico.

Perché il blitz può segnare un nuovo salto di qualità

La novità più significativa non è soltanto il numero delle persone coinvolte.

È la simultaneità dell’operazione.

Perquisizioni, fermi, indagini su associazioni e attività commerciali, sequestri di dispositivi digitali e oscuramenti online sono avvenuti all’interno di un’unica offensiva.

Questo crea un effetto molto più forte rispetto a singoli provvedimenti.

Un’associazione può perdere l’accesso ai propri canali digitali. Un attivista può essere sottoposto a perquisizione. Un locale può essere chiuso o coinvolto nell’indagine. Un gruppo può vedere sequestrati computer e telefoni.

Tutto contemporaneamente.

Per le organizzazioni LGBT, il risultato è un forte indebolimento della capacità di organizzarsi e comunicare.

Ed è proprio questa dimensione che preoccupa maggiormente i difensori dei diritti umani.

La battaglia passa anche dalla libertà di associazione

Il caso turco solleva così una questione che supera il tema LGBT.

In gioco c’è il diritto delle associazioni di esistere, organizzarsi e difendere pubblicamente una determinata categoria di cittadini.

Se un’associazione viene accusata di un reato specifico, naturalmente deve rispondere davanti alla giustizia. Ma secondo le organizzazioni per i diritti umani è essenziale che le contestazioni siano riferite a condotte concrete e individualizzate e non alla semplice attività di difesa dei diritti LGBT.

È la differenza tra perseguire un reato e criminalizzare un’identità o un’attività associativa.

La linea di confine sarà quindi al centro delle prossime fasi giudiziarie.

Erdoğan alza ancora il livello dello scontro

La maxi operazione conferma comunque una tendenza ormai evidente: il governo Erdoğan ha scelto di fare della difesa della famiglia tradizionale uno dei pilastri della propria agenda politica.

La questione demografica offre al governo una motivazione ulteriore. Il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione vengono descritti come problemi strategici per il futuro della Turchia.

All’interno di questo quadro, la famiglia tradizionale viene presentata come uno degli strumenti fondamentali per invertire la tendenza.

La comunità LGBT viene invece sempre più frequentemente rappresentata dalla propaganda governativa come elemento incompatibile con questo modello sociale.

La nuova offensiva giudiziaria porta questa impostazione a un livello superiore: dalle dichiarazioni politiche si passa alle operazioni coordinate di polizia e alle restrizioni digitali.

Il rischio di una società sempre più divisa

La domanda che resta è quale sarà il prezzo di questa strategia.

Il governo sostiene di voler proteggere la famiglia e i minori. Le associazioni LGBT rispondono che la protezione della famiglia non può trasformarsi nella limitazione dei diritti di una minoranza.

Nel mezzo ci sono decine di persone fermate, associazioni sotto indagine e una parte della società civile che vede restringersi i propri spazi di agibilità.

La vicenda avrà inevitabilmente conseguenze anche sui rapporti tra Ankara e l’Europa.

La Turchia resta un partner strategico per la sicurezza, l’economia e la gestione dei flussi migratori, ma le questioni legate allo stato di diritto e ai diritti fondamentali continuano a pesare sul rapporto con Bruxelles.

La maxi operazione contro il movimento LGBT rappresenta dunque molto più di una serie di retate.

È un nuovo test sulla direzione politica della Turchia di Erdoğan, sulla libertà della società civile e sul limite oltre il quale la difesa dei valori tradizionali può trasformarsi, secondo i suoi critici, in una restrizione sistematica dei diritti fondamentali.

E mentre le autorità proseguono le indagini sui 162 soggetti indicati nel procedimento, la battaglia si sposta anche sul terreno digitale: siti oscurati, account bloccati e associazioni private dei propri strumenti di comunicazione.

Il pugno duro di Ankara, questa volta, non si ferma dunque alle porte di una sede associativa. Arriva anche dentro gli smartphone e gli schermi di chi, in Turchia, continua a rivendicare il diritto di esistere, organizzarsi e parlare.

17 Settembre 2026
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