Processo penale, la denuncia degli avvocati arriva in Parlamento
🌐 Processo penale telematico, diritto di difesa, fascicoli digitali e accesso agli atti: la transizione digitale della giustizia penale torna al centro del confronto istituzionale. Dopo la denuncia del Movimento Forense sulle difficoltà incontrate quotidianamente dagli avvocati negli uffici giudiziari, la questione è approdata in Parlamento con un’interrogazione presentata dall’onorevole Devis Dori. Al centro della vicenda ci sono fascicoli digitali e cartacei che non sempre coincidono, supporti informatici difficili da consultare, sistemi privi di strumenti affidabili per verificare la completezza degli atti e procedure differenti da un ufficio giudiziario all’altro.
Processo penale telematico, il problema non è più soltanto informatico
La digitalizzazione della giustizia penale nasce con un obiettivo preciso: rendere più rapido, ordinato e accessibile il processo, riducendo la dipendenza dalla documentazione cartacea e semplificando il lavoro di magistrati, avvocati e personale amministrativo.
Ma quando gli strumenti digitali non consentono di ricostruire con certezza il contenuto di un fascicolo, la questione cambia natura.
Non si parla più soltanto di un portale che funziona male, di un documento difficile da trovare o di una piattaforma che richiede troppi passaggi.
Si entra nel terreno delle garanzie processuali.
È questo il punto sollevato dal Movimento Forense nella nota del 30 settembre, significativamente intitolata “Il processo penale telematico e la mortificazione del diritto di difesa”.
L’associazione forense ha raccolto e formalizzato una serie di problemi segnalati dagli avvocati nella pratica quotidiana, portandoli all’attenzione del ministro della Giustizia, degli organismi rappresentativi dell’Avvocatura e dei vertici degli uffici giudiziari.
Pochi giorni dopo, secondo quanto comunicato dall’associazione, la questione è arrivata anche sul piano parlamentare.

Fascicolo digitale e fascicolo cartaceo: quando i due mondi non coincidono
Uno dei problemi più delicati riguarda la corrispondenza tra il fascicolo informatico e quello cartaceo.
In teoria la digitalizzazione dovrebbe consentire alla difesa di avere una fotografia chiara e completa degli atti disponibili.
Nella pratica denunciata dal Movimento Forense, invece, possono emergere differenze, documenti difficili da individuare o materiali che richiedono ulteriori verifiche presso l’ufficio giudiziario.
Per il difensore, questo significa dover rispondere a una domanda fondamentale: il fascicolo che sto consultando è davvero completo?
È una domanda tutt’altro che secondaria.
La conoscenza degli atti rappresenta infatti il presupposto indispensabile per preparare una strategia difensiva, valutare gli elementi raccolti durante le indagini, verificare le contestazioni e decidere quali iniziative processuali assumere.
Se manca la certezza sulla completezza della documentazione, anche il lavoro dell’avvocato diventa più complesso.
Supporti informatici e materiale investigativo: un altro punto critico
Un secondo fronte riguarda i supporti informatici contenenti materiale investigativo.
Computer, dispositivi di archiviazione, supporti digitali e altri materiali possono contenere una quantità enorme di informazioni rilevanti per un procedimento.
Il problema denunciato dall’Avvocatura è che non sempre l’accesso a questi contenuti risulta semplice e uniforme.
Non basta infatti sapere che un supporto esiste.
È necessario poterlo individuare, consultare e verificare attraverso procedure chiare.
La questione assume particolare importanza nei procedimenti nei quali la documentazione digitale rappresenta una parte significativa del materiale investigativo.
Per la difesa, l’accessibilità concreta del materiale non può dipendere dalla prassi adottata dal singolo ufficio o dalla capacità del singolo operatore di fornire assistenza.
Servono procedure standard.

L’indice degli atti diventa una garanzia
Tra le richieste avanzate dal Movimento Forense c’è anche quella relativa alla presenza di indici affidabili, ricevute analitiche e attestazioni verificabili.
Può sembrare un dettaglio tecnico.
Non lo è.
Un sistema realmente efficace dovrebbe consentire al difensore di sapere quali documenti sono presenti, quando sono stati depositati, da chi sono stati depositati e quali materiali risultano effettivamente disponibili.
In altre parole, il fascicolo digitale dovrebbe essere tracciabile.
L’obiettivo non è soltanto facilitare la ricerca di un documento, ma rendere verificabile l’intero percorso della documentazione processuale.
È una differenza fondamentale.
Un sistema nel quale l’avvocato può cercare un atto è utile.
Un sistema nel quale l’avvocato può anche dimostrare quali atti erano disponibili e in quale momento offre una garanzia molto più forte.
Le differenze tra Procure e Tribunali
Un altro tema sollevato dall’associazione riguarda la diversità delle prassi tra i singoli uffici giudiziari.
La digitalizzazione avrebbe dovuto contribuire a uniformare le procedure.
Secondo le segnalazioni raccolte dal Movimento Forense, invece, l’esperienza concreta degli avvocati può cambiare sensibilmente a seconda dell’ufficio nel quale si trovano a operare.
Questo significa che una procedura può essere relativamente semplice in una Procura e molto più complessa in un’altra.
Per il professionista che lavora su tutto il territorio nazionale, la conseguenza è evidente: le regole operative rischiano di diventare variabili proprio dove dovrebbero essere standardizzate.
La richiesta dell’Avvocatura è quindi quella di definire standard tecnici e organizzativi comuni.
Non dovrebbe essere la geografia giudiziaria a determinare il livello di accessibilità degli atti.
Portale, TIAP e APP: il problema dell’interoperabilità
Tra le criticità evidenziate nella denuncia figura anche il rapporto tra differenti strumenti digitali utilizzati nel sistema della giustizia penale.
Il riferimento è, in particolare, alla mancata interoperabilità tra Portale, TIAP e applicativo APP.
Il rischio, in presenza di sistemi che non comunicano adeguatamente tra loro, è quello di creare una sorta di frammentazione digitale.
La promessa della digitalizzazione è quella di semplificare.
Ma se per ricostruire un procedimento bisogna passare attraverso piattaforme differenti, verificare manualmente informazioni e chiedere conferme agli uffici, la tecnologia rischia di produrre l’effetto opposto.
Il tema non è nuovo nel dibattito sulla giustizia digitale. Nel 2024 Devis Dori aveva già interrogato il ministero sulle criticità dell’applicativo APP, entrato in funzione nell’ambito della gestione del processo penale telematico. La risposta ministeriale aveva riconosciuto che il sistema era operativo, illustrando al contempo il quadro di avvio della digitalizzazione della giustizia penale previsto dal PNRR.
La nuova iniziativa si inserisce quindi in un problema che non nasce oggi, ma che continua a essere oggetto di confronto istituzionale.

Cosa succede dopo l’avviso di conclusione delle indagini
Un passaggio particolarmente delicato riguarda l’abilitazione del difensore al Portale dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
In questa fase l’avvocato deve poter accedere agli atti necessari per esercitare pienamente le proprie prerogative difensive.
Ogni ritardo o difficoltà tecnica può avere conseguenze concrete sulla possibilità di esaminare il materiale, formulare osservazioni e predisporre le iniziative previste dalla legge.
È per questo che il Movimento Forense chiede procedure più semplici e uniformi, capaci di evitare che la tutela dei diritti dipenda da una serie di passaggi tecnici non omogenei.
Anche i depositi degli stessi difensori possono diventare difficili da ricostruire
Un’altra questione riguarda la consultazione degli atti depositati dagli stessi difensori.
Anche in questo caso la logica dovrebbe essere semplice: un documento depositato deve poter essere rintracciato, associato correttamente al procedimento e visualizzato dagli aventi diritto.
Il problema segnalato è invece quello della possibile mancanza di strumenti sufficientemente chiari per ricostruire il percorso dei depositi.
A questo si aggiunge l’assenza, secondo la denuncia, di sistemi capaci di avvisare tempestivamente il difensore della presenza di nuovi depositi.
Una notifica automatica, in un sistema digitale, non dovrebbe essere un elemento accessorio.
Dovrebbe essere parte integrante del sistema.
La questione arriva in Parlamento
È proprio la somma di queste criticità ad aver trasformato una protesta dell’Avvocatura in un tema istituzionale.
L’interrogazione presentata da Devis Dori richiama le problematiche evidenziate dal Movimento Forense e chiede al ministro della Giustizia quali iniziative il Governo intenda assumere per garantire un accesso effettivo, completo e verificabile alla documentazione processuale.
Il passaggio parlamentare ha quindi un significato preciso.
La domanda non riguarda più soltanto il funzionamento di singoli strumenti informatici.
Riguarda il modo in cui la giustizia digitale viene concretamente attuata negli uffici giudiziari italiani.
E soprattutto riguarda l’esigenza di garantire condizioni omogenee alla difesa.
Elisa Demma: “Non è una semplice inefficienza informatica”
La presidente del Movimento Forense, Elisa Demma, ha sottolineato che l’iniziativa nasce dalle difficoltà concretamente sperimentate dagli avvocati nell’utilizzo quotidiano del processo penale telematico.
Il punto centrale, secondo Demma, è la conoscibilità degli atti.
Se il difensore non può sapere con certezza quali documenti compongano il fascicolo, se non riesce ad accedere agevolmente ai supporti contenenti materiale investigativo o se non dispone di strumenti per verificare la completezza della documentazione, la questione non può essere ridotta a un problema tecnico.
È proprio questa la linea che l’associazione intende portare nel confronto con le istituzioni.
La digitalizzazione non deve creare una nuova barriera tra l’avvocato e il fascicolo.

La richiesta: un sistema uniforme in tutta Italia
La posizione del Movimento Forense si concentra su alcuni obiettivi molto concreti.
Il primo è la corrispondenza effettiva tra fascicolo informatico e fascicolo cartaceo.
Il secondo riguarda l’indicizzazione e la tracciabilità degli atti.
Il terzo è la necessità di introdurre attestazioni analitiche che consentano di verificare con certezza il contenuto della documentazione messa a disposizione.
Poi ci sono l’accesso semplificato ai supporti informatici, l’interoperabilità tra le diverse piattaforme e sistemi capaci di segnalare tempestivamente i nuovi depositi.
La richiesta complessiva è quindi quella di costruire un processo penale telematico nel quale la tecnologia non sia soltanto uno strumento per trasferire documenti dal formato cartaceo a quello digitale.
Deve diventare un sistema affidabile, verificabile e uniforme.
Digitalizzare la giustizia senza indebolire le garanzie
La sfida del processo penale telematico non è semplicemente tecnologica.
È giuridica.
La domanda fondamentale è se il passaggio al digitale riesca effettivamente a rendere più efficiente il processo senza comprimere le garanzie delle parti.
La digitalizzazione può ridurre tempi e costi, facilitare la consultazione, diminuire gli archivi fisici e rendere più rapida la circolazione degli atti.
Ma tutto questo funziona soltanto se il sistema permette alla difesa di avere la certezza di conoscere ciò che deve conoscere.
È questo il punto sul quale Movimento Forense insiste.
Ed è anche il motivo per cui l’approdo della questione in Parlamento assume un significato che va oltre la singola segnalazione.
Ora servono risposte e standard comuni
La partita si sposta adesso sul terreno istituzionale.
L’interrogazione parlamentare chiede al Governo di intervenire sulle criticità denunciate, mentre il Movimento Forense annuncia che continuerà a raccogliere le difficoltà segnalate dagli avvocati e a portarle all’attenzione delle istituzioni.
Il nodo è quello di evitare che l’accesso alla documentazione processuale dipenda dalla Procura in cui si svolge il procedimento, dall’organizzazione della cancelleria o dalla prassi del singolo ufficio.
Un processo penale realmente telematico dovrebbe funzionare allo stesso modo nei suoi elementi essenziali in ogni parte del Paese.
Perché dietro ogni fascicolo digitale non c’è soltanto una raccolta di file.
Ci sono diritti, strategie difensive, termini processuali e persone che affidano alla giustizia la tutela delle proprie libertà.
La tecnologia può rendere tutto questo più semplice.
Ma soltanto se viene progettata e utilizzata per garantire, prima ancora dell’efficienza, la piena conoscibilità degli atti e l’effettività del diritto di difesa.
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