Le tre grazie di Sergio Mattarella: c’è anche Guido Gianni
🌐 Sergio Mattarella concede tre grazie, e tra i beneficiari c’è anche Guido Gianni, il gioielliere di Nicolosi, nel Catanese, condannato per aver ucciso due rapinatori durante l’assalto al suo negozio nel 2008. Per l’orefice la decisione del Presidente della Repubblica è una grazia parziale: vengono cancellati tre anni e due mesi della pena ancora da scontare.
Il provvedimento, comunicato il 7 ottobre 2026, riporta al centro dell’attenzione una vicenda giudiziaria che da anni divide l’opinione pubblica e che aveva portato la famiglia di Gianni a chiedere formalmente l’intervento del Quirinale.
Mattarella firma tre decreti di grazia
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato tre decreti di grazia ai sensi dell’articolo 87, undicesimo comma, della Costituzione.
L’iter prevede una specifica istruttoria e, in questo caso, il Ministro della Giustizia ha espresso parere favorevole alla conclusione del procedimento. La decisione finale, però, appartiene al Capo dello Stato.
La grazia è infatti uno degli strumenti di clemenza individuale previsti dall’ordinamento. Può riguardare tutta la pena oppure soltanto una parte di essa e non equivale a una cancellazione della condanna.
Nel caso di Guido Gianni si tratta proprio di una riduzione parziale della pena.

Guido Gianni, la grazia riduce la condanna
Il gioielliere catanese era stato condannato per duplice omicidio e tentato omicidio in relazione alla rapina avvenuta nel febbraio del 2008 nella sua gioielleria di Nicolosi.
La pena definitiva era arrivata a 12 anni e quattro mesi di reclusione. Con il provvedimento firmato da Mattarella vengono ora estinti tre anni e due mesi.
La misura assume quindi un significato concreto sulla parte di pena ancora da espiare. Secondo le informazioni relative al provvedimento, Gianni aveva già trascorso circa cinque anni e tre mesi in detenzione. La riduzione porta la pena residua sotto la soglia dei quattro anni, aprendo la possibilità di valutare l’accesso a una misura alternativa alla detenzione, come l’affidamento in prova.
Questo passaggio non significa, tuttavia, che la scarcerazione sia automatica. Saranno gli organi competenti a valutare l’eventuale applicazione della misura alternativa.
La rapina del 2008 e gli spari nel negozio
La vicenda giudiziaria nasce da una rapina avvenuta il 18 febbraio 2008 nella gioielleria di Gianni, a Nicolosi.
Tre uomini fecero irruzione nell’esercizio commerciale. Durante l’assalto venne aggredita anche la moglie del gioielliere. Gianni reagì con la propria arma e sparò.
Due dei rapinatori, Davide Laudani e Sebastiano Catania, morirono. Un terzo componente del gruppo, Fabio Pappalardo, rimase ferito.
Fin dall’inizio il punto centrale dell’inchiesta e del successivo processo fu stabilire se la reazione del commerciante potesse essere ricondotta alla legittima difesa.
La difesa di Gianni ha sempre sostenuto che l’uomo avesse reagito nel corso di una situazione di estrema violenza, dopo l’aggressione alla moglie e davanti a persone che apparivano armate. L’arma utilizzata dai rapinatori risultò successivamente essere una pistola giocattolo, ma priva del tappo rosso e quindi apparentemente simile a un’arma reale.
La ricostruzione accolta nei diversi gradi di giudizio ha invece escluso la legittima difesa.
Perché arrivò la condanna
Il nodo giudiziario riguardò soprattutto il momento in cui furono esplosi i colpi mortali.
Secondo la ricostruzione processuale, dopo la colluttazione iniziale i rapinatori stavano fuggendo quando furono raggiunti dagli spari. È proprio questo elemento ad avere avuto un peso decisivo nell’escludere la scriminante della legittima difesa.
Nel 2019, la Corte d’Assise di Catania aveva condannato Gianni in primo grado a 13 anni di carcere per duplice omicidio e tentato omicidio. La difesa aveva sostenuto la necessità di assolverlo sulla base della legittima difesa, ma i giudici avevano ritenuto non applicabile quella causa di giustificazione.
La condanna è poi diventata definitiva e Gianni ha iniziato a scontare la pena.
La richiesta di grazia e la mobilitazione della famiglia
Negli anni successivi la vicenda non è mai uscita dal dibattito pubblico.
La moglie del gioielliere, Maria Angela Distefano, aveva avviato una petizione per chiedere al Presidente della Repubblica la concessione della grazia. La campagna aveva raccolto un numero molto elevato di adesioni e aveva riportato il caso all’attenzione nazionale.
Nel corso del tempo, esponenti politici avevano manifestato sostegno alla richiesta della famiglia, mentre la vicenda di Gianni era diventata uno dei casi più discussi sul rapporto tra legittima difesa, sicurezza dei commercianti e limiti della reazione a un’aggressione.
La concessione della grazia parziale rappresenta quindi il punto di arrivo di un percorso durato diversi anni.
Che cosa significa giuridicamente la grazia
Il provvedimento presidenziale non deve essere confuso con un’assoluzione.
La grazia estingue in tutto o in parte la pena inflitta con una sentenza definitiva, ma non elimina automaticamente gli altri effetti penali della condanna. Il Quirinale ricorda inoltre che il potere di grazia spetta al Presidente della Repubblica, mentre il procedimento prevede una fase istruttoria nella quale vengono acquisiti i pareri delle autorità competenti.
La Corte costituzionale, con la sentenza 200 del 2006, ha chiarito la natura del potere presidenziale in materia di grazia, individuandolo come una prerogativa propria del Capo dello Stato.
Il ministro della Giustizia partecipa alla procedura attraverso l’istruttoria e il proprio avviso, ma la decisione finale spetta a Mattarella.

Un provvedimento diverso dagli altri due casi
La decisione relativa a Guido Gianni si inserisce in un pacchetto di tre provvedimenti di clemenza individuale.
I dettagli degli altri due beneficiari non hanno la stessa esposizione pubblica del caso del gioielliere e riguardano vicende giudiziarie differenti. Il tratto comune è il passaggio attraverso l’istruttoria prevista e il parere favorevole del ministro della Giustizia.
La scelta di intervenire con una grazia parziale nel caso Gianni assume però un rilievo particolare per la natura della vicenda: una condanna per fatti di sangue maturati nel contesto di una rapina e una lunga discussione pubblica sui confini della difesa personale.
Il significato della decisione per Guido Gianni
Per il gioielliere, la decisione di Mattarella rappresenta una riduzione sostanziale della pena residua, ma non cancella la sentenza che lo ha condannato.
È questo il punto centrale da distinguere nel leggere il provvedimento del Quirinale: la grazia non riscrive il processo e non stabilisce che ci sia stata legittima difesa.
Interviene invece sulla pena, tenendo conto degli elementi valutati durante la procedura di clemenza.
Dopo anni trascorsi tra processo, carcere e richieste di intervento istituzionale, la vicenda di Guido Gianni entra così in una nuova fase. La riduzione della pena potrebbe consentire di valutare una diversa modalità di esecuzione della parte residua, ma saranno gli organi competenti a stabilire concretamente quali conseguenze produrrà il decreto.
La decisione di Mattarella riporta inoltre sotto i riflettori il delicato equilibrio tra giustizia, clemenza presidenziale e tutela delle vittime di rapina, in un tema che continua a suscitare forti reazioni nel Paese.
E proprio il caso Gianni dimostra quanto sia sottile il confine tra il giudizio penale su una condotta e la valutazione, successiva e distinta, delle ragioni umane e personali che possono giustificare l’esercizio del potere di grazia del Presidente della Repubblica.
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