Friedrich Nietzsche, la follia e i miti del filosofo più frainteso
Indice dei contenuti
Toggle🌐 Friedrich Nietzsche morì il 25 agosto 1900, dopo undici anni trascorsi lontano dalla vita intellettuale a causa del crollo mentale. Dalla celebre crisi di Torino alle profezie sull’Europa, fino alla controversa appropriazione del suo pensiero da parte del nazismo, la sua storia racconta anche quanto sia facile trasformare un filosofo radicale in un personaggio che non gli appartiene.
«Io non sono un uomo, sono dinamite».
Poche frasi sembrano condensare meglio la leggenda di Friedrich Nietzsche. Eppure proprio quella frase, così potente e spesso utilizzata per raccontare il filosofo tedesco come una sorta di profeta della catastrofe, rischia di alimentare il mito invece di spiegare l’uomo.
Nietzsche morì il 25 agosto 1900, a Weimar, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita in condizioni di grave compromissione mentale. Aveva 55 anni.
La sua morte arrivò al termine di una vicenda biografica segnata da malattia, isolamento, incomprensioni e da un crollo psicologico diventato uno degli episodi più enigmatici della storia della filosofia.
Ma il vero paradosso è che Nietzsche è sopravvissuto alla propria epoca molto più di quanto abbia potuto immaginare.
Le sue idee sulla morale, sul cristianesimo, sulla verità, sul potere, sul risentimento e sulla trasformazione dell’uomo hanno attraversato il Novecento e continuano a essere utilizzate, contestate e spesso deformate.
Tra le molte etichette appiccicate al suo nome ce n’è una particolarmente resistente: filosofo che avrebbe anticipato o ispirato il nazismo.
È una semplificazione storicamente problematica.
Per capire Nietzsche occorre tornare all’uomo, ai suoi libri e alle circostanze nelle quali furono scritti.
Chi era Friedrich Nietzsche
Nato nel 1844 a Röcken, in Prussia, Nietzsche crebbe in una famiglia protestante. Suo padre era un pastore luterano e morì quando Friedrich era ancora bambino.
La formazione iniziale fu profondamente legata alla cultura classica.
Nietzsche studiò filologia classica e, giovanissimo, ottenne una cattedra all’Università di Basilea. Non era ancora trentenne quando entrò nel mondo accademico come studioso di lingua e letteratura greca.
Ma la filologia sarebbe presto diventata soltanto uno dei territori attraversati dal suo pensiero.
Nietzsche iniziò a mettere in discussione le certezze fondamentali della cultura europea: la morale tradizionale, la religione, l’idea di verità assoluta e il modo stesso di concepire l’uomo.
Non costruì una filosofia sistematica nel senso classico.
Preferì aforismi, immagini, genealogie, provocazioni e testi dal tono spesso letterario.
Questa scelta contribuì enormemente alla sua fortuna, ma anche alla sua fama di pensatore difficile da interpretare.

La domanda che attraversa tutta la sua filosofia
Nietzsche non si limitò a chiedere se una determinata convinzione fosse vera.
Pose una domanda ancora più scomoda:
da dove nasce quella convinzione e a quale tipo di vita serve?
È una differenza fondamentale.
Nel suo lavoro sulla morale, Nietzsche cercò di ricostruire la genealogia dei valori che la civiltà occidentale considerava naturali o universali.
Da dove vengono il bene e il male?
Chi ha stabilito che cosa deve essere considerato virtuoso?
E soprattutto: quali forze psicologiche e storiche hanno trasformato determinati valori in norme morali?
Questa prospettiva avrebbe avuto un’enorme influenza sulla filosofia del Novecento.
“Dio è morto” non significa semplicemente ateismo
Una delle formule più celebri associate a Nietzsche è “Dio è morto”.
Ridotta a uno slogan, sembra soltanto una dichiarazione di ateismo.
Nel contesto della sua filosofia, però, il significato è molto più radicale.
Nietzsche osservava che la modernità europea stava progressivamente perdendo la fede nelle fondamenta religiose sulle quali aveva costruito la propria concezione del mondo.
Il problema, dunque, non era soltanto che alcune persone non credessero più in Dio.
Il problema era che un intero sistema di valori rischiava di perdere il proprio fondamento.
Se Dio non rappresenta più la garanzia ultima del bene, della verità e del senso, che cosa resta?
È una domanda che attraversa buona parte della produzione nietzscheana.
E non è una domanda alla quale il filosofo risponde semplicemente sostituendo Dio con un’altra certezza.
Al contrario, il vuoto lasciato dalla crisi dei valori diventa una delle grandi tragedie della modernità.
La morale sotto processo
Nietzsche fu un critico radicale della morale tradizionale, soprattutto della morale cristiana così come la interpretava.
Non perché considerasse semplicemente “cattivi” i precetti morali.
Il suo obiettivo era capire quale tipo di uomo e quale tipo di società producesse una determinata morale.
Nella Genealogia della morale analizzò concetti come colpa, punizione, risentimento e ascetismo, mostrando come i valori morali potessero essere il risultato di conflitti storici e psicologici.
Qui compare uno dei concetti più fraintesi: il risentimento.
Per Nietzsche, il risentimento non è semplicemente rabbia.
È una condizione nella quale l’impossibilità di agire direttamente contro ciò che ci domina può trasformarsi in una rivalutazione morale: ciò che non posso o non riesco a fare diventa “buono”, mentre ciò che appartiene al mio avversario viene definito “cattivo”.
La sua analisi non è una semplice difesa della forza contro la debolezza.
È piuttosto un’indagine sulle origini psicologiche dei valori.

Il superuomo non è il padrone di una razza
Poche idee sono state manipolate quanto quella dell’Übermensch, generalmente tradotto come “superuomo” o “oltreuomo”.
Nell’immaginario popolare, il termine è stato spesso associato a un individuo superiore, dominante, quasi biologicamente selezionato per comandare gli altri.
È una lettura profondamente riduttiva.
L’oltreuomo di Nietzsche appartiene soprattutto al progetto di superamento dell’uomo così come è stato formato dai valori tradizionali.
Non indica semplicemente un individuo più forte fisicamente o politicamente.
È legato alla capacità di creare nuovi valori, di non vivere passivamente secondo norme ricevute e di trasformare se stessi.
Il concetto compare soprattutto in Così parlò Zarathustra, uno dei testi più celebri e più enigmatici del filosofo.
E proprio il carattere poetico e simbolico dell’opera ha favorito interpretazioni estremamente divergenti.
La volontà di potenza non è soltanto dominio sugli altri
Un altro concetto diventato vittima delle semplificazioni è quello della volontà di potenza.
Letto superficialmente, sembra descrivere il desiderio di conquistare, dominare e imporre la propria forza.
Nel pensiero di Nietzsche, però, la questione è più ampia.
La volontà di potenza riguarda la spinta all’espansione, all’affermazione, alla trasformazione e alla crescita delle proprie capacità.
Non coincide automaticamente con il potere politico.
Ridurre Nietzsche a un teorico della dominazione significa perdere proprio quella dimensione di autotrasformazione che attraversa la sua opera.
L’eterno ritorno e la domanda più difficile
Tra le sue idee più vertiginose c’è quella dell’eterno ritorno.
Immaginiamo, suggerisce Nietzsche, che ogni istante della nostra vita debba ripetersi infinite volte, esattamente nello stesso modo.
Come reagiremmo?
La domanda non è soltanto cosmologica.
È soprattutto esistenziale.
Saresti capace di dire sì alla tua vita, comprese le sofferenze, gli errori, le perdite e le decisioni che vorresti cancellare?
L’eterno ritorno diventa così una prova radicale dell’affermazione della vita.
Non chiede semplicemente di sopportare l’esistenza.
Chiede di volerla, in una forma talmente piena da accettarne persino la ripetizione infinita.
Torino, il cavallo e il crollo del 1889
La biografia di Nietzsche cambia drammaticamente nel gennaio 1889, a Torino.
È qui che nasce uno degli episodi più celebri e misteriosi della sua vita.
Secondo il racconto tradizionale, Nietzsche vide un cavallo frustato dal proprietario, gli si gettò al collo per proteggerlo e subito dopo precipitò in un grave crollo mentale.
La scena è diventata leggendaria.
Nei giorni successivi Nietzsche scrisse lettere deliranti e firmò alcuni messaggi con nomi come Dioniso e il Crocifisso.
Da quel momento non sarebbe più tornato alla piena attività filosofica.
Ma c’è un elemento da ricordare: non conosciamo con certezza quale sia stata la causa della sua malattia mentale.
Nel corso del tempo sono state avanzate diverse ipotesi mediche, alcune legate a patologie neurologiche e altre a disturbi psichiatrici. Le diagnosi retrospettive rimangono però necessariamente incerte.
Trasformare il crollo di Torino in una spiegazione definitiva della sua filosofia sarebbe quindi un errore.
La follia non spiega Nietzsche
Per decenni la biografia di Nietzsche è stata letta attraverso la sua malattia.
È una tentazione comprensibile, ma pericolosa.
Il filosofo aveva scritto alcune delle sue opere più radicali prima del crollo del 1889.
Così parlò Zarathustra, Al di là del bene e del male, Genealogia della morale e L’Anticristo appartengono alla fase precedente alla crisi.
La follia degli ultimi anni non può quindi essere utilizzata per spiegare retroattivamente il significato di tutta la sua filosofia.
Al contrario, uno dei rischi più persistenti nella ricezione di Nietzsche è proprio quello di confondere il personaggio della leggenda con l’autore dei libri.

La sorella Elisabeth e la nascita di un Nietzsche politico
Qui entra in scena una figura decisiva: Elisabeth Förster-Nietzsche, sorella del filosofo.
Dopo il crollo di Friedrich, Elisabeth assunse un ruolo sempre più importante nella gestione della sua eredità intellettuale.
Il problema è che aveva idee politiche e nazionalistiche che non coincidevano con molte posizioni espresse dal fratello.
Nietzsche era stato fortemente critico verso il nazionalismo tedesco e aveva manifestato disprezzo per l’antisemitismo del suo tempo.
Elisabeth, invece, era stata legata all’ambiente antisemita del marito Bernhard Förster, promotore di un progetto coloniale in Paraguay fondato anche su ideali nazionalisti e razzisti.
Dopo la morte di Nietzsche, Elisabeth contribuì alla costruzione di un’immagine pubblica del fratello compatibile con la cultura nazionalista tedesca.
Fu una delle condizioni che resero possibile la successiva appropriazione politica del filosofo.
Nietzsche e il nazismo: una relazione molto più complicata
Il rapporto tra Nietzsche e il nazismo è ancora oggi oggetto di discussione, ma una cosa è certa: non si può semplicemente definire Nietzsche un filosofo nazista.
Non visse abbastanza a lungo da vedere il movimento hitleriano.
Morì nel 1900, mentre Adolf Hitler sarebbe nato nel 1889 e il Partito nazionalsocialista sarebbe comparso molti anni dopo.
Ma il problema non è soltanto cronologico.
Nietzsche espresse posizioni incompatibili con alcuni elementi centrali dell’ideologia nazista, compreso l’antisemitismo militante.
Questo non significa che ogni sua idea sia incompatibile con ogni successiva interpretazione politica. Concetti come volontà di potenza, oltre-uomo e critica della morale sono abbastanza radicali e ambivalenti da poter essere estratti dal loro contesto e riutilizzati.
Ed è precisamente ciò che accadde in parte durante il Novecento.
Il nazismo non “inventò” Nietzsche, ma alcuni ambienti nazionalisti e nazisti contribuirono a costruire un’immagine del filosofo funzionale alla propria propaganda.
La storia della sua ricezione è quindi diversa dalla storia delle sue idee.
Perché Nietzsche continua a sembrare contemporaneo
La forza di Nietzsche non sta soltanto nelle formule provocatorie.
Sta nelle domande.
Che cosa succede quando perdiamo le nostre certezze?
Possiamo vivere senza valori assoluti?
Quanto delle nostre convinzioni è davvero nostro e quanto deriva dall’ambiente nel quale siamo cresciuti?
La morale ci rende migliori oppure, in alcuni casi, nasconde conflitti di potere e risentimenti?
Possiamo diventare qualcosa di diverso da ciò che la società ci ha insegnato a essere?
Sono domande che non appartengono esclusivamente all’Ottocento.
Anzi, in una società dominata dalla crisi delle grandi ideologie, dalla trasformazione tecnologica e dalla continua ridefinizione dell’identità individuale, Nietzsche è tornato a essere letto con particolare intensità.
Un filosofo difficile da trasformare in uno slogan
La contraddizione di Nietzsche è forse tutta qui.
È uno degli autori più citati e, contemporaneamente, uno dei più facilmente fraintesi.
“Dio è morto”.
“Ciò che non mi uccide mi fortifica”.
“Diventa ciò che sei”.
“Io non sono un uomo, sono dinamite”.
Le sue frasi sono diventate slogan autonomi, spesso separati dai libri nei quali erano state concepite.
Ma Nietzsche non era un autore di slogan.
Era un pensatore che metteva sotto accusa le condizioni stesse attraverso cui produciamo le nostre certezze.
E proprio per questo non offre una filosofia tranquillizzante.
Non promette un nuovo sistema capace di sostituire quello precedente.
Lascia piuttosto il lettore davanti alla responsabilità di chiedersi che cosa rimane quando le vecchie garanzie non funzionano più.
L’eredità di un pensatore che voleva essere frainteso, ma non così
Nietzsche sapeva che il suo stile avrebbe generato incomprensioni.
Scriveva spesso come un poeta, un profeta o un provocatore, alternando aforismi, dialoghi, parabole e attacchi polemici.
Non sorprende quindi che sia stato interpretato in modi opposti: ateo e mistico, aristocratico e rivoluzionario, individualista e teorico del potere, precursore dell’esistenzialismo e pensatore utilizzato dalla propaganda fascista.
La sua fortuna consiste anche in questa ambivalenza.
Ma distinguere Nietzsche dalle caricature costruite dopo la sua morte rimane indispensabile.
Il 25 agosto 1900 non morì soltanto un filosofo.
Morì un uomo che aveva passato gli ultimi anni della propria vita in un silenzio imposto dalla malattia, mentre le sue opere iniziavano lentamente a conquistare quella fama che lui stesso aveva inseguito senza riuscire a controllarla.
Il paradosso finale è che Nietzsche aveva previsto una lunga ricezione della propria opera, ma non avrebbe potuto prevedere tutte le maschere che il Novecento avrebbe sovrapposto al suo volto.
A più di un secolo dalla sua morte, resta ancora lì: scomodo, contraddittorio, provocatorio.
E soprattutto difficile da addomesticare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA





