1:07 pm, 7 Settembre 26 calendario

Adolescenti e AI, uno su cinque cerca sostegno emotivo

Di: Maria Vittoria Puzzo

🌐 Adolescenti e intelligenza artificiale, un nuovo studio canadese mostra che circa uno studente su cinque utilizza l’AI generativa non soltanto per studiare, ma anche per parlare di emozioni, relazioni e problemi personali. Il dato non dimostra che i chatbot provochino disagio psicologico, ma segnala una possibile spia di vulnerabilità che genitori, scuola e professionisti non possono più ignorare.

L’intelligenza artificiale sta entrando nella vita degli adolescenti da una porta che fino a poco tempo fa sembrava impensabile. Non soltanto attraverso compiti, traduzioni, ricerche e riassunti, ma anche nelle conversazioni più intime: “Sono triste”, “litigo continuamente con i miei amici”, “non mi sento importante”, “cosa dovrei fare?”.

A rispondere, sempre più spesso, è un chatbot.

È questa la fotografia che emerge da una nuova ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics, condotta su 39.761 studenti delle scuole canadesi dell’Ontario. Il risultato più evidente è anche quello destinato a far discutere: 8.408 ragazzi, pari al 21,1% del campione, hanno dichiarato di utilizzare l’intelligenza artificiale per ricevere sostegno emotivo o consigli personali.

Non significa che un adolescente su cinque sia necessariamente in difficoltà psicologica. Significa però che l’AI è già diventata, per una parte consistente dei giovanissimi, un interlocutore a cui affidare qualcosa di molto diverso da una domanda scolastica.

AI e adolescenti: il dato che cambia la prospettiva

Lo studio ha coinvolto studenti dalla quarta alla dodicesima classe, con un’età media di 12,8 anni, appartenenti a quattro distretti scolastici dell’Ontario. I questionari sono stati raccolti tra maggio 2025 e marzo 2026 nell’ambito dell’Ontario Health and Peer Relations Study.

I ricercatori hanno separato due modalità di utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Da una parte c’è l’uso funzionale, legato soprattutto alla scuola: chiedere spiegazioni, cercare informazioni, lavorare sui compiti.

Dall’altra c’è quello definito affettivo: utilizzare un sistema generativo per parlare dei propri sentimenti, ricevere conforto o chiedere consigli su rapporti con amici, familiari e altre persone.

La distinzione è fondamentale perché mostra che parlare di “uso dell’AI” in generale rischia ormai di essere troppo semplicistico.

Due ragazzi possono trascorrere la stessa quantità di tempo davanti a un chatbot, ma farlo per ragioni completamente diverse. Uno può chiedere di spiegargli un’equazione. L’altro può raccontargli di sentirsi solo.

Il comportamento digitale può essere identico nella forma, ma profondamente diverso nel significato.

Chi cerca conforto nell’intelligenza artificiale

La ricerca ha individuato alcune differenze nel gruppo che ricorre all’AI per esigenze emotive.

L’utilizzo affettivo è risultato più frequente tra gli studenti più grandi e tra alcune categorie di giovani, comprese ragazze, ragazzi gender-diverse e studenti appartenenti a gruppi razzializzati rispetto ai coetanei bianchi e maschi. Anche chi utilizzava maggiormente l’AI per motivi scolastici mostrava una maggiore probabilità di riferire un utilizzo affettivo.

Ma il dato più importante riguarda il rapporto con il benessere psicologico.

Tra gli studenti che dichiaravano di utilizzare l’AI per ricevere sostegno emotivo, il 57,7% superava la soglia clinica prevista dallo strumento utilizzato per misurare i problemi emotivi, contro il 29,2% tra coloro che non utilizzavano l’AI in questo modo. In termini statistici, prima degli aggiustamenti, la prevalenza risultava quasi doppia.

È un divario enorme.

Ma è proprio qui che occorre evitare la conclusione più facile.

L’AI non è necessariamente la causa del disagio

Il dato non dimostra che parlare con un chatbot renda gli adolescenti più fragili.

Lo studio è trasversale: osserva contemporaneamente l’utilizzo dell’AI e le condizioni emotive degli studenti. Non può quindi stabilire quale sia la causa e quale la conseguenza.

È possibile, per esempio, che un ragazzo già solo o in difficoltà sia proprio quello più propenso a cercare un interlocutore digitale. Ma non si può escludere che un rapporto intenso con un chatbot possa, in determinate circostanze, influenzare successivamente il modo in cui il giovane affronta le relazioni e le proprie emozioni.

Potrebbero inoltre esistere entrambe le dinamiche.

Questa cautela è centrale anche nell’interpretazione dei risultati. Dopo aver tenuto conto di caratteristiche demografiche, solitudine, senso di “mattering”, cioè la percezione di essere importanti per gli altri, e altri fattori, l’associazione tra uso affettivo dell’AI e problemi emotivi si riduce, ma rimane significativa.

Il messaggio scientificamente più corretto, dunque, non è “l’AI fa stare male i ragazzi”.

È un altro: quando un giovane cerca nell’intelligenza artificiale sostegno emotivo, quel comportamento può essere un segnale che merita attenzione.

Perché un adolescente sceglie un chatbot

La domanda successiva è forse la più interessante.

Perché confidarsi con una macchina?

La risposta non è necessariamente legata alla tecnologia in sé. Un chatbot presenta alcune caratteristiche particolarmente attraenti per chi attraversa una fase di insicurezza.

È disponibile praticamente in qualsiasi momento. Non bisogna prendere appuntamento. Non bisogna aspettare che un amico risponda. Non occorre affrontare lo sguardo di un genitore o di un insegnante.

E soprattutto consente di scrivere senza esporsi immediatamente alla reazione di un’altra persona.

Per un adolescente, questa distanza può essere importante.

Una domanda che sarebbe difficile pronunciare ad alta voce può diventare molto più semplice da digitare. Un problema sentimentale, una lite familiare, la paura di essere esclusi dal gruppo o la sensazione di non essere abbastanza possono essere raccontati a uno schermo.

È proprio questa facilità ad avere un doppio volto.

Da una parte può abbassare la soglia per chiedere aiuto. Dall’altra può trasformare il chatbot in un rifugio digitale, sostituendo progressivamente interlocutori umani che potrebbero offrire qualcosa che un algoritmo non può garantire: una relazione reale, responsabilità, comprensione del contesto e capacità di intervenire concretamente.

Il vero problema non è quanto usano l’AI

Per genitori e insegnanti, quindi, la domanda dovrebbe cambiare.

Non soltanto: “Quanto tempo passi con l’intelligenza artificiale?”

Ma anche: “Per cosa la stai usando?”

È una differenza decisiva.

Il tempo trascorso davanti a un chatbot non racconta necessariamente il motivo per cui quel sistema viene utilizzato. Un adolescente può impiegare un’ora per preparare una verifica oppure un’ora per parlare della propria solitudine.

Il comportamento tecnologico è simile. Il significato psicologico è completamente diverso.

La ricerca canadese suggerisce proprio di introdurre questa distinzione anche nell’educazione digitale. L’AI scolastica e l’AI utilizzata come sostegno emotivo non dovrebbero essere considerate automaticamente la stessa cosa.

Questo potrebbe modificare anche il modo in cui le famiglie affrontano il problema.

Un genitore che scopre che il figlio parla con un chatbot dei propri problemi potrebbe essere tentato di vietare immediatamente l’utilizzo dell’applicazione. Ma una reazione esclusivamente punitiva rischia di far scomparire proprio l’informazione più importante: perché quel ragazzo sentiva il bisogno di parlare con una macchina?

Quando il chatbot diventa l’unico interlocutore

La soglia di attenzione dovrebbe probabilmente alzarsi quando l’AI non è più uno strumento occasionale, ma diventa il principale o unico spazio di confidenza.

Il problema non è che un adolescente possa fare una domanda personale a un chatbot. È pensare che quella conversazione possa sostituire una rete di relazioni.

Un algoritmo può rispondere. Può simulare empatia. Può mantenere il filo della conversazione e adattare il linguaggio all’utente.

Ma non è un amico.

Non è un genitore.

Non è uno psicologo.

E non può assumersi la responsabilità di prendersi cura di un ragazzo nella vita reale.

Questa differenza diventa ancora più importante quando entrano in gioco situazioni di forte sofferenza, isolamento o rischio. La conversazione con l’AI non dovrebbe diventare un vicolo cieco, nel quale il giovane resta confinato senza arrivare mai a una persona in grado di intervenire.

Un fenomeno che è globale

Il dato canadese arriva inoltre mentre altri studi stanno fotografando una crescita dell’uso dei chatbot per la salute mentale tra adolescenti e giovani adulti.

Una ricerca statunitense pubblicata nel giugno 2026 su JAMA Pediatrics ha rilevato che quasi un quinto dei giovani tra 12 e 21 anni aveva utilizzato chatbot AI per ricevere consigli legati alla salute mentale. Una caratteristica particolarmente significativa era che la maggioranza di questi utenti non aveva raccontato a nessuno di aver utilizzato l’AI per questo scopo.

Il fenomeno, quindi, non appare più come una curiosità tecnologica.

Sta diventando una componente del modo in cui una parte dei giovani cerca informazioni, rassicurazioni e orientamento.

E proprio per questo la questione non può essere lasciata soltanto alle aziende tecnologiche.

Servono nuove regole per l’AI usata dai più giovani

La diffusione di questo comportamento apre una serie di domande ancora irrisolte.

Come vengono conservate le conversazioni? Chi può accedere alle informazioni personali che un ragazzo racconta a un chatbot? Come vengono gestiti i casi in cui emergono segnali di grave sofferenza? Quanto è facile per un minorenne passare da una conversazione ordinaria a una relazione di forte dipendenza dall’interfaccia?

Sono interrogativi che riguardano contemporaneamente tecnologia, salute mentale, privacy ed educazione.

La ricerca canadese invita infatti a distinguere tra l’AI come assistente e l’AI come possibile “rifugio” emotivo. Questa distinzione potrebbe diventare sempre più importante man mano che i chatbot saranno progettati per conversazioni più naturali e personalizzate.

Per i sistemi destinati ai minori, la semplice capacità di rispondere bene potrebbe non essere sufficiente. Serviranno anche limiti chiari, protezioni adeguate all’età e percorsi visibili verso il supporto umano quando la situazione lo richiede.

La vera domanda da fare a un ragazzo

C’è infine un elemento che emerge più chiaramente di tutti.

Se un adolescente racconta a un’intelligenza artificiale di sentirsi solo, triste o escluso, il dato più importante non è necessariamente il chatbot.

È quello che il ragazzo sta cercando di dire.

L’AI può essere il luogo in cui quella richiesta emerge per la prima volta. Potrebbe persino rappresentare, in alcuni casi, un primo passo verso la ricerca di aiuto. Ma non dovrebbe essere necessariamente l’ultimo.

Per questo il dato del 21,1% va letto senza allarmismi e senza ingenuità. Non abbiamo la prova che l’intelligenza artificiale stia causando una crisi psicologica tra gli adolescenti. Abbiamo però un segnale molto forte che una parte consistente dei giovani sta già affidando alle macchine una funzione che fino a poco tempo fa apparteneva quasi esclusivamente alle relazioni umane.

E questo cambia la domanda da porre.

Non più soltanto se i ragazzi usano l’AI.

Ma perché, quando stanno male, scelgono di raccontarlo a una macchina invece che a una persona.

È probabilmente da questa domanda che dovranno partire le prossime ricerche, le famiglie, la scuola e anche chi progetta i chatbot destinati alle nuove generazioni.

7 Settembre 2026 ( modificato il 6 Settembre 2026 | 13:12 )
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