Michael Burry lancia l’allarme: rischio crollo per Wall Street
🌐 Michael Burry e il rischio crollo di Wall Street: mentre l’S&P 500 aggiorna i massimi storici, l’investitore di “The Big Short” mantiene le sue scommesse ribassiste e indica nell’euforia sull’intelligenza artificiale e nella leva dei fondi sistematici due possibili fragilità del mercato.
C’è un paradosso che rende particolarmente interessante l’ultimo avvertimento di Michael Burry: l’allarme arriva proprio mentre Wall Street sembra avere tutte le ragioni per festeggiare.
L’S&P 500 ha infatti raggiunto un nuovo record e il Nasdaq ha aggiornato a sua volta i massimi, sostenuti dalla forza degli utili societari e dall’entusiasmo che continua a circondare il settore tecnologico e l’intelligenza artificiale. Eppure Burry, l’investitore diventato celebre per la scommessa contro il mercato immobiliare statunitense prima della crisi finanziaria del 2008, continua a vedere un mercato potenzialmente vulnerabile.
Nel suo intervento pubblicato il 4 agosto su Substack, Burry ha ribadito di ritenere possibile che le azioni americane siano vicine a un massimo importante e ha evocato uno scenario particolarmente pesante: una discesa che possa ricordare, per dinamica e rapidità, quella del 1987.
Non è però la previsione di un crollo certo e imminente. È piuttosto un avvertimento su ciò che potrebbe accadere quando un mercato molto forte, sostenuto da aspettative elevate e bassa volatilità, dovesse improvvisamente cambiare direzione.

S&P 500 ai massimi, ma Burry vede una situazione fragile
La seduta di martedì 4 agosto ha rappresentato un’altra dimostrazione della forza del mercato americano. L’S&P 500 ha guadagnato circa l’1,8%, tornando a una chiusura record, mentre il Nasdaq Composite ha registrato un rialzo superiore al 2,5%.
Il movimento è arrivato in un contesto nel quale gli investitori continuano a premiare le società tecnologiche e le aziende maggiormente esposte alla crescita dell’intelligenza artificiale.
È proprio questo apparente contrasto a rendere il messaggio di Burry interessante.
Un mercato che sale non è necessariamente un mercato privo di rischi. Anzi, secondo la sua lettura, i nuovi record possono alimentare ulteriormente la corsa degli investitori verso le azioni.
Quando gli indici raggiungono livelli mai visti prima, infatti, aumenta la pressione psicologica a non rimanere fuori dal mercato. Il timore di perdere ulteriori rialzi può spingere nuovi capitali verso gli asset più performanti.
Burry sostiene proprio questo meccanismo: i nuovi massimi dell’S&P 500 possono attirare altro denaro, contribuendo ad alimentare una dinamica rialzista che, paradossalmente, potrebbe rendere il sistema più vulnerabile nel momento in cui il sentiment dovesse cambiare.
Cosa significa davvero “un crollo come quello del 1987”
Il riferimento al 1987 non è casuale.
Il 19 ottobre di quell’anno, passato alla storia come Black Monday, il Dow Jones perse oltre il 22% in una sola seduta. Fu uno degli episodi più drammatici mai registrati dai mercati azionari statunitensi.
La caratteristica che rende quel precedente ancora oggi particolarmente inquietante non è soltanto l’entità della perdita. È soprattutto la velocità con cui il mercato può passare dall’euforia al panico.
Quando Burry parla di una possibile caduta “tipo 1987”, quindi, non sta necessariamente indicando una replica matematica di quella giornata. Il paragone riguarda soprattutto il rischio di una brusca accelerazione delle vendite.
Ed è qui che il mercato del 2026 presenta una caratteristica completamente diversa rispetto a quello di quasi quarant’anni fa: oggi una parte enorme degli scambi è condizionata da algoritmi, strategie quantitative, fondi sistematici, opzioni e strumenti passivi.
Per Burry questa evoluzione può diventare un amplificatore della volatilità.
La bassa volatilità potrebbe essere una trappola
Uno dei passaggi più importanti della sua analisi riguarda proprio la volatilità.
Quando i mercati rimangono tranquilli per un periodo prolungato, molte strategie automatiche possono assumere un’esposizione maggiore al rischio. La logica è semplice: meno oscillazioni significano, per determinati modelli quantitativi, un rischio apparentemente più contenuto.
Se la volatilità scende, alcuni fondi possono quindi aumentare la leva.
Il problema nasce quando il mercato improvvisamente comincia a scendere.
Una perdita inizialmente modesta può generare un aumento della volatilità. A quel punto, le stesse strategie che avevano aumentato l’esposizione durante la fase tranquilla possono essere costrette a ridurla.
La vendita alimenta altra vendita.
Questo è il meccanismo che Burry considera potenzialmente pericoloso: un movimento iniziale relativamente contenuto potrebbe trasformarsi in una discesa molto più ampia attraverso comportamenti automatici e simultanei.
Un’analisi riportata da Business Insider evidenzia proprio le preoccupazioni di Burry sulla possibilità che i fondi legati alla volatilità e altri sistemi automatizzati possano amplificare un ribasso.
Il rischio non è soltanto la valutazione delle aziende
Questo punto è fondamentale perché sposta il dibattito.
Non si tratta semplicemente di stabilire se Nvidia, Tesla, Palantir o altre società tecnologiche siano “care” o “economiche”.
Il problema è anche come il mercato reagisce quando cambia il prezzo del rischio.
In una fase rialzista, una quotazione elevata può essere sostenuta dall’aspettativa di crescita futura. Ma se contemporaneamente molti operatori utilizzano leva, opzioni o modelli quantitativi sensibili alla volatilità, il processo di aggiustamento può diventare molto più rapido.
È questa la differenza tra una normale correzione e un possibile evento di mercato.

Nvidia, Tesla e Palantir: perché Burry continua a scommettere contro l’AI
La seconda grande componente della tesi di Burry riguarda il boom dell’intelligenza artificiale.
L’investitore non ha nascosto la propria diffidenza nei confronti delle valutazioni raggiunte da alcune delle società maggiormente coinvolte nella rivoluzione dell’AI.
Tra i nomi associati alle sue posizioni ribassiste figurano Nvidia, Tesla e Palantir, mentre nel corso del 2026 ha modificato alcune delle sue esposizioni, chiudendo o spostando determinate operazioni e mantenendo altre scommesse con scadenze più lontane.
Nvidia rappresenta probabilmente il simbolo più evidente della sua tesi.
L’azienda è diventata uno dei principali beneficiari dell’enorme aumento della domanda di infrastrutture necessarie per sviluppare e addestrare sistemi di intelligenza artificiale. Ma proprio questa crescita porta con sé una domanda difficile: quanto capitale sarà necessario per mantenere il ritmo degli investimenti e, soprattutto, quanto rapidamente quei capitali potranno trasformarsi in profitti?
Burry ritiene che una parte della domanda possa essere sostenuta da meccanismi finanziari che nel lungo periodo potrebbero rivelarsi meno solidi di quanto oggi il mercato stia scontando.
La grande scommessa sull’intelligenza artificiale
Il punto non è necessariamente che l’intelligenza artificiale sia una moda destinata a scomparire.
Anzi, la tecnologia sta modificando concretamente interi settori dell’economia.
La questione riguarda piuttosto il prezzo pagato oggi per anticipare una crescita futura.
Una tecnologia può essere rivoluzionaria e, contemporaneamente, alcune delle aziende che la sviluppano possono essere sopravvalutate.
È una distinzione essenziale.
Durante la bolla internet di fine anni Novanta, infatti, Internet non era una tecnologia inutile. Al contrario, avrebbe trasformato l’economia mondiale. Ma questo non impedì a moltissime società di raggiungere valutazioni insostenibili.
Burry ha già utilizzato in precedenza proprio questo tipo di paragone, sostenendo che il comportamento di alcuni segmenti tecnologici ricorda le fasi finali della bolla dot-com. A maggio aveva definito particolarmente preoccupante la crescita molto rapida dei titoli dei semiconduttori.

Il precedente del 2008 rende ogni sua frase più pesante
Il nome di Michael Burry porta inevitabilmente con sé il ricordo della crisi dei mutui subprime.
È stato uno degli investitori che individuarono per tempo le fragilità del mercato immobiliare statunitense e costruirono una posizione ribassista prima che il sistema finanziario entrasse nella fase più drammatica.
La sua storia è stata raccontata anche nel film “The Big Short”, contribuendo a trasformarlo in una delle figure più riconoscibili del mondo finanziario.
Questo passato, però, rappresenta anche un’arma a doppio taglio.
Ogni suo nuovo allarme viene osservato con grande attenzione proprio perché il mercato ricorda la previsione del 2008. Ma aver individuato una grande crisi non significa che ogni previsione ribassista successiva debba necessariamente rivelarsi corretta.
È una distinzione importante per leggere correttamente le sue dichiarazioni.
Burry non è sempre stato tempestivo nelle sue previsioni
Nel corso degli anni, Burry ha espresso diverse posizioni molto ribassiste che non hanno prodotto immediatamente l’esito previsto.
Questo elemento non invalida automaticamente la sua analisi, ma suggerisce di considerare il suo punto di vista per quello che è: una tesi d’investimento, non una profezia.
Il problema principale per chi scommette contro un mercato rialzista è il fattore tempo.
Un titolo può essere sopravvalutato e continuare comunque a salire. Un indice può trovarsi in una situazione apparentemente euforica e stabilire nuovi record per mesi.
È esattamente ciò che rende difficili le posizioni short.
La direzione finale può essere corretta, ma il timing può essere completamente sbagliato.

Il mercato può continuare a salire nonostante l’allarme
Ed è forse questa la parte più interessante della vicenda.
Burry stesso riconosce che i nuovi record possono attirare nuovi investitori.
Il suo scenario ribassista, quindi, non implica necessariamente che Wall Street debba invertire immediatamente la rotta.
Al contrario, il mercato potrebbe continuare a salire proprio mentre aumenta la fragilità sottostante.
Questa dinamica è tutt’altro che insolita nei mercati finanziari. Le bolle, quando esistono, non terminano semplicemente perché qualcuno le definisce bolle.
Possono continuare ad alimentarsi finché rimangono disponibili capitale, liquidità, aspettative positive e fiducia nella crescita futura.
La domanda diventa allora non tanto “Burry ha ragione oggi?”, quanto piuttosto “quali condizioni potrebbero trasformare questa forza in vulnerabilità?”
Tre elementi da osservare nelle prossime settimane
Il primo è naturalmente la volatilità.
Se dovesse aumentare rapidamente dopo una fase prolungata di calma, le strategie quantitative potrebbero diventare più prudenti e ridurre l’esposizione.
Il secondo elemento è rappresentato dagli utili e dalle prospettive delle società AI.
Il mercato sta incorporando aspettative molto elevate. Più queste aspettative salgono, maggiore diventa la necessità che i risultati aziendali le confermino.
Il terzo riguarda la leva finanziaria.
Se una parte crescente del rialzo dipende da posizioni costruite utilizzando strumenti derivati o finanziamento, un’inversione può produrre effetti molto più forti rispetto a un mercato dominato esclusivamente da investitori senza leva.
Sono questi, più che il semplice raggiungimento di un nuovo record dell’S&P 500, gli elementi che possono trasformare una normale correzione in qualcosa di più serio.
Wall Street è davvero vicina a un crollo?
La risposta più corretta, oggi, è non lo sappiamo.
Il record dell’S&P 500 non dimostra che un crollo sia imminente. Allo stesso modo, l’ottimismo degli investitori non dimostra che il mercato sia immune da una brusca correzione.
La posizione di Burry deve essere letta come un avvertimento sulla asimmetria del rischio: quando le aspettative diventano molto elevate, basta una sorpresa negativa per produrre una reazione sproporzionata.
Il paragone con il 1987 è quindi soprattutto un monito sulla velocità.
La vera paura non è necessariamente un mercato che perde lentamente il 10% nel corso di molti mesi. È un mercato che, dopo aver abituato gli investitori a continui rialzi, cambia improvvisamente comportamento.
E proprio perché oggi una parte significativa degli scambi è automatizzata, il passaggio dalla calma alla turbolenza potrebbe essere più rapido.

La contraddizione che Wall Street deve affrontare
Da una parte c’è un’economia tecnologica che continua a produrre innovazione, utili e investimenti giganteschi.
Dall’altra c’è un mercato nel quale alcune aspettative sono diventate estremamente elevate e nel quale l’intelligenza artificiale è ormai incorporata nelle valutazioni di numerose società.
È questa contraddizione a rappresentare il cuore della tesi di Burry.
Non serve che l’intelligenza artificiale fallisca perché le azioni possano scendere. Potrebbe essere sufficiente che la crescita reale si dimostri inferiore alle aspettative già incorporate nei prezzi.
E quando un mercato è vicino ai massimi storici, la distanza tra una previsione ottimistica e una realtà semplicemente meno brillante può diventare improvvisamente molto importante.
Per ora, però, Wall Street continua a scommettere sulla crescita.
L’S&P 500 ha segnato nuovi record, il Nasdaq resta sostenuto dai titoli tecnologici e il denaro continua a fluire verso il mercato azionario. Burry, invece, guarda nella direzione opposta.
La sua previsione non significa che il Black Monday stia per ripetersi. Significa che, secondo la sua lettura, un mercato apparentemente fortissimo può nascondere meccanismi di fragilità che diventano visibili soltanto quando la tendenza si interrompe.
E c’è un dettaglio che rende l’avvertimento particolarmente significativo: Burry non ha cambiato idea semplicemente perché gli indici hanno raggiunto nuovi massimi.
Per un investitore che ha costruito la propria reputazione cercando proprio le crepe nascoste dietro le valutazioni più celebrate, è nei momenti di maggiore euforia che vale la pena chiedersi cosa potrebbe accadere se, improvvisamente, tutti decidessero di uscire dalla stessa porta.
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