9:51 am, 3 Agosto 26 calendario

Fibrillazione atriale gli anticoagulanti non bastano:declino cognitivo

Di: Maria Vittoria Puzzo

🌐 La fibrillazione atriale può favorire il declino cognitivo anche nei pazienti anziani che seguono correttamente una terapia anticoagulante. Uno studio italiano, pubblicato su EP Europace, evidenzia un’incidenza del deterioramento cognitivo circa doppia rispetto alla popolazione generale e suggerisce di affiancare allo screening cardiovascolare una valutazione sistematica delle funzioni cognitive e dei fattori di rischio vascolare.

La fibrillazione atriale non mette a rischio solo il cuore

La fibrillazione atriale è già nota come una delle principali cause di ictus e complicanze cardiovascolari negli anziani. Oggi, però, nuove evidenze scientifiche indicano che le sue conseguenze potrebbero estendersi ben oltre il sistema cardiovascolare, coinvolgendo anche la salute del cervello.

Uno studio coordinato da ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e dell’Università di Firenze suggerisce infatti che la terapia anticoagulante, pur essendo fondamentale per prevenire ictus ed eventi tromboembolici, potrebbe non essere sufficiente a proteggere dal deterioramento cognitivo.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica EP Europace, invita a ripensare l’approccio clinico verso questi pazienti, introducendo controlli cognitivi periodici e una gestione più ampia dei fattori di rischio vascolare.

Cos’è la fibrillazione atriale e perché è così diffusa

La fibrillazione atriale è l’aritmia cardiaca più frequente al mondo.

Si verifica quando gli atri del cuore perdono il normale ritmo elettrico, contraendosi in modo rapido e disordinato. Questa alterazione riduce l’efficienza della circolazione sanguigna e favorisce la formazione di coaguli che possono raggiungere il cervello, provocando un ictus.

Secondo le stime internazionali, circa 59 milioni di persone convivono con questa patologia, una cifra destinata ad aumentare con l’invecchiamento della popolazione.

Per questo motivo la terapia con farmaci anticoagulanti rappresenta da anni uno dei pilastri della prevenzione cardiovascolare.

Lo studio italiano che cambia prospettiva

La nuova ricerca ha voluto verificare se la protezione offerta dagli anticoagulanti fosse sufficiente anche per preservare le funzioni cognitive.

Per farlo, gli studiosi hanno seguito 140 pazienti con più di 65 anni, tutti affetti da fibrillazione atriale, già in trattamento anticoagulante e senza segni iniziali di deterioramento cognitivo.

Ogni partecipante è stato sottoposto a una completa valutazione neuropsicologica all’inizio dello studio e successivamente monitorato nel corso di circa due anni.

L’obiettivo era comprendere quanti sviluppassero un declino cognitivo nonostante una corretta prevenzione del rischio tromboembolico.

Un rischio di deterioramento cognitivo quasi doppio

I risultati hanno evidenziato un dato particolarmente significativo.

Durante il periodo di osservazione, 30 pazienti hanno sviluppato un deterioramento cognitivo, corrispondente a un’incidenza stimata di circa 14 nuovi casi ogni 100 persone all’anno.

Secondo i ricercatori, questo valore è circa il doppio rispetto a quello osservato nella popolazione anziana generale.

Il dato suggerisce che la fibrillazione atriale rappresenti un fattore di rischio indipendente anche per il progressivo peggioramento delle funzioni cognitive, pur in presenza di una terapia farmacologica adeguata.

Perché gli anticoagulanti potrebbero non essere sufficienti

Gli anticoagulanti svolgono un ruolo fondamentale nel prevenire la formazione di coaguli e quindi nel ridurre il rischio di ictus.

Tuttavia, secondo gli autori dello studio, i meccanismi che collegano fibrillazione atriale e declino cognitivo sono probabilmente più complessi.

Tra le ipotesi principali figurano:

  • Ipoperfusione cerebrale cronica, cioè una riduzione persistente del flusso sanguigno al cervello.
  • Infiammazione sistemica, che può favorire danni progressivi ai tessuti nervosi.
  • Accumulo di patologie vascolari, che nel tempo compromette la salute cerebrale.

Questi processi potrebbero agire anche in assenza di ictus clinicamente evidenti, contribuendo lentamente al deterioramento delle capacità cognitive.

Le malattie che aumentano ulteriormente il rischio

Lo studio ha identificato alcune condizioni che rendono ancora più probabile il declino cognitivo nei pazienti con fibrillazione atriale.

Tra i principali fattori di rischio emergono:

  • Cardiopatia coronarica.
  • Pregresso ictus.
  • Diabete mellito.

La presenza contemporanea di queste patologie sembra aumentare significativamente la probabilità di sviluppare problemi cognitivi nel corso degli anni.

Questo conferma l’importanza di considerare il paziente nella sua globalità, valutando non soltanto l’aritmia cardiaca ma l’intero quadro cardiovascolare e metabolico.

L’istruzione può rappresentare un fattore protettivo

Accanto ai fattori di rischio, i ricercatori hanno individuato anche elementi associati a una maggiore protezione.

Le persone con un livello di istruzione più elevato e migliori prestazioni cognitive all’inizio dello studio hanno mostrato una probabilità inferiore di sviluppare deterioramento cognitivo.

Questo fenomeno viene spiegato attraverso il concetto di riserva cognitiva.

Secondo questa teoria, anni di studio, attività intellettuali e continuo esercizio mentale consentirebbero al cervello di compensare più a lungo gli effetti delle alterazioni vascolari o neurodegenerative.

Inoltre, un maggiore livello di istruzione è spesso associato a stili di vita più salutari, una migliore aderenza alle terapie e una maggiore attenzione alla prevenzione.

Screening cognitivo: perché potrebbe diventare parte delle cure

Uno dei messaggi più importanti dello studio riguarda la necessità di ampliare il percorso assistenziale.

Secondo gli autori, nei pazienti anziani con fibrillazione atriale non dovrebbe essere monitorato soltanto il rischio cardiovascolare, ma anche l’evoluzione delle capacità cognitive.

L’introduzione di screening neuropsicologici periodici potrebbe consentire di individuare precocemente i primi segnali di deterioramento, favorendo interventi tempestivi.

Parallelamente, sarebbe opportuno controllare in modo rigoroso tutti i principali fattori di rischio vascolare, come pressione arteriosa, diabete, colesterolo e abitudini di vita.

Una ricerca che apre nuove prospettive

Gli stessi ricercatori sottolineano che i risultati dovranno essere confermati attraverso studi multicentrici su un numero maggiore di pazienti.

Tuttavia, questa rappresenta la prima stima dell’incidenza del deterioramento cognitivo in una popolazione di anziani con fibrillazione atriale già sottoposti a terapia anticoagulante.

Si tratta di un’informazione preziosa per programmare nuovi modelli assistenziali e orientare le future strategie di prevenzione.

La salute del cervello passa anche dalla prevenzione cardiovascolare

Lo studio italiano rafforza un concetto sempre più condiviso dalla comunità scientifica: cuore e cervello sono strettamente collegati.

Proteggere il sistema cardiovascolare resta essenziale, ma potrebbe non essere sufficiente per preservare tutte le funzioni cognitive durante l’invecchiamento.

Per gli anziani con fibrillazione atriale diventa quindi fondamentale un approccio multidisciplinare che integri cardiologia, neurologia e medicina preventiva.

L’associazione tra terapia anticoagulante, controllo dei fattori di rischio vascolare e monitoraggio cognitivo potrebbe rappresentare la strategia più efficace per ridurre l’impatto di una patologia destinata a diventare sempre più frequente nei prossimi decenni.

È importante sottolineare che lo studio è osservazionale: evidenzia un’associazione tra fibrillazione atriale e maggiore rischio di declino cognitivo, ma non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto. I risultati, pur rilevanti, dovranno essere confermati da ricerche più ampie prima di tradursi in nuove raccomandazioni cliniche.

3 Agosto 2026 ( modificato il 2 Agosto 2026 | 1:51 )
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