7:18 pm, 5 Giugno 26 calendario

Alessandra Piccioni: rivoluzione gentile che cambia il Terzo Settore

Di: Mascia Consorte
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🌐 Alessandra Piccioni conquista l’Italian Fundraising Award 2026 e diventa Fundraiser dell’Anno. Un riconoscimento che premia una professionista capace di trasformare la raccolta fondi in una relazione autentica tra persone, comunità e organizzazioni. La sua storia racconta l’evoluzione del fundraising italiano e il nuovo volto della solidarietà contemporanea.

Il premio che racconta il cambiamento del fundraising italiano

Ci sono riconoscimenti che celebrano una carriera e altri che fotografano un cambiamento culturale. L’Italian Fundraising Award 2026 appartiene alla seconda categoria.

L’assegnazione del titolo di Fundraiser dell’Anno ad Alessandra Piccioni non rappresenta soltanto il successo professionale di una delle figure più apprezzate del Terzo Settore italiano. È il simbolo di una trasformazione profonda che negli ultimi anni ha interessato il mondo della raccolta fondi, sempre più orientato verso la costruzione di relazioni, fiducia e partecipazione.

La premiazione, avvenuta durante il Festival del Fundraising di Riccione, il più importante appuntamento europeo dedicato alla sostenibilità sociale e alla raccolta fondi, ha acceso i riflettori su una professionista che da tempo opera lontano dai riflettori, ma al centro delle dinamiche che permettono a molte organizzazioni di crescere e generare impatto sociale.

Insieme ad Alessandra Piccioni è stata premiata anche Alessandra Porrini nella categoria Fundraising Young attestando la volontà dell’Italian Fundraising Award di valorizzare anche le figure delle nuove generazioni che contribuiscono allo sviluppo della cultura del dono in Italia.

Un riconoscimento che va oltre il singolo risultato

Nel mondo del fundraising i numeri contano. Ma non bastano.

Chi lavora nella raccolta fondi sa bene che il successo di una campagna non si misura esclusivamente attraverso gli importi raccolti. Esistono indicatori meno visibili ma altrettanto importanti: la fiducia costruita nel tempo, la credibilità conquistata presso i sostenitori, la capacità di trasformare una semplice donazione in una relazione duratura.

È proprio questa visione che emerge dalla storia professionale di Alessandra Piccioni.

La sua attività si è sviluppata attraverso un approccio che mette al centro le persone prima ancora delle strategie. Una filosofia che oggi appare quasi scontata ma che fino a pochi anni fa non era affatto dominante nel settore.

L’Italian Fundraising Award nasce proprio per valorizzare quei professionisti capaci di coniugare competenze tecniche e cura delle relazioni umane, riconoscendo il contributo di chi riesce a far crescere l’intero ecosistema della solidarietà attraverso il proprio lavoro.

La rivoluzione silenziosa del fundraising

Negli ultimi dieci anni il fundraising italiano ha vissuto una trasformazione radicale.

Se in passato il fundraiser era spesso percepito come una figura specializzata nella ricerca di finanziamenti, oggi il suo ruolo è molto più ampio e strategico.

Il professionista della raccolta fondi è diventato un costruttore di comunità, un interprete dei bisogni sociali, un ponte tra cittadini, imprese e organizzazioni.

La carriera di Alessandra Piccioni si inserisce perfettamente in questa evoluzione.

Il suo lavoro racconta una modalità di fare fundraising che non si limita alla richiesta di risorse economiche ma punta alla creazione di un coinvolgimento autentico. Un approccio che riflette la maturazione dell’intero Terzo Settore italiano e che trova sempre più spazio anche a livello internazionale.

In questo contesto il riconoscimento ricevuto assume un significato che va oltre la dimensione personale.

Premiare una fundraiser significa infatti riconoscere il valore di una professione che negli ultimi anni è diventata centrale per la sostenibilità delle organizzazioni sociali.

Dopo la vittoria dell’Italian Fundraising Award 2026, Alessandra Piccioni racconta il significato di un riconoscimento che premia una carriera costruita sulle relazioni umane. In questa intervista emerge il volto più autentico del fundraising: ascolto, fiducia, comunità e la capacità di trasformare la solidarietà in un legame duraturo tra le persone.

“Questo premio non è solo mio”

L’emozione è ancora evidente nella voce di Alessandra Piccioni.

La proclamazione come Fundraiser dell’Anno 2026 al Festival del Fundraising di Riccione è arrivata al termine di un percorso professionale lungo e intenso, fatto di incontri, campagne, progetti e soprattutto persone.

Quando le chiediamo quale sia stato il primo pensiero dopo aver ricevuto il riconoscimento, la risposta arriva senza esitazioni.

“Ho pensato a tutte le persone che ho incontrato in questi anni. Questo premio porta il mio nome, ma in realtà appartiene a una comunità molto più grande. Appartiene ai colleghi con cui ho lavorato, alle organizzazioni che mi hanno dato fiducia e ai donatori che ogni giorno scelgono di sostenere una causa.”

Parole che raccontano già molto della sua idea di fundraising.

Una professione che spesso viene associata ai numeri, alle campagne e agli obiettivi economici, ma che nella sua visione continua a partire dalle relazioni umane.

D – Alessandra, cosa significa per lei essere premiata Fundraiser dell’Anno?

“Significa sentire una responsabilità ancora maggiore.”

Non parla di successo personale.

Non parla di traguardo.

Parla di responsabilità.

“Quando ricevi un riconoscimento così importante capisci che non rappresenti soltanto te stessa. Rappresenti un settore intero. Rappresenti migliaia di professionisti che ogni giorno lavorano per costruire opportunità, sostenere progetti e aiutare le organizzazioni a generare impatto sociale.”

Piccioni sottolinea come il premio arrivi in un momento particolarmente significativo per il Terzo Settore.

Le organizzazioni stanno affrontando trasformazioni profonde, dall’innovazione tecnologica all’evoluzione dei comportamenti dei donatori.

Eppure, secondo lei, esiste un elemento che continua a restare immutato.

“La fiducia. È sempre stata il vero patrimonio del fundraising.”

D – Molti immaginano il fundraiser come qualcuno che chiede donazioni. È davvero così?

Alessandra sorride.

È una domanda che si sente rivolgere spesso.

“No. O almeno non soltanto.”

Poi aggiunge una riflessione che sintetizza l’evoluzione del settore.

“Un fundraiser non raccoglie semplicemente fondi. Costruisce relazioni. Cerca di comprendere le motivazioni delle persone, i loro valori, i loro desideri di cambiamento. Le donazioni arrivano dopo. Prima arriva l’ascolto.”

Un concetto che negli ultimi anni ha modificato profondamente il modo di lavorare delle organizzazioni.

La raccolta fondi non è più una richiesta unidirezionale.

È un dialogo.

“Quando una persona decide di donare non sta soltanto trasferendo una somma di denaro. Sta compiendo un gesto di fiducia. Ti sta dicendo: credo in quello che fai. Credo che insieme possiamo migliorare qualcosa.”

D – C’è un momento della sua carriera che considera decisivo?

Per alcuni secondi rimane in silenzio.

Poi risponde con una sincerità che sorprende.

“Non credo esista un singolo momento. Esistono tante piccole svolte.”

Racconta di incontri apparentemente ordinari diventati fondamentali.

Donatori che hanno condiviso storie personali.

Volontari che hanno insegnato il valore dell’impegno quotidiano.

Organizzazioni capaci di trasformare problemi complessi in opportunità concrete.

“La verità è che questo lavoro ti cambia continuamente. Ti costringe a guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri.”

E forse è proprio questa la caratteristica che emerge con maggiore forza durante l’intervista.

La capacità di considerare ogni relazione come un’occasione di apprendimento.

D – Qual è la lezione più importante che le hanno insegnato i donatori?

La risposta arriva immediata.

“L’umiltà.”

Piccioni spiega che ogni donazione contiene una storia.

A volte grande.

A volte piccolissima.

Ma sempre significativa.

“Ci sono persone che donano cifre importanti e altre che fanno sacrifici enormi per contribuire con pochi euro. Entrambi i gesti meritano lo stesso rispetto.”

È una prospettiva che raramente emerge nei racconti pubblici sul fundraising.

Eppure rappresenta uno degli aspetti più profondi di questa professione.

“Dietro ogni donazione esiste una scelta. Dietro ogni scelta esiste una persona. Se perdiamo di vista questo principio, perdiamo il senso del nostro lavoro.”

D – Oggi si parla molto di tecnologia e intelligenza artificiale. Che impatto avranno sul fundraising?

Il tema è inevitabile.

Anche il Terzo Settore sta vivendo una fase di trasformazione tecnologica senza precedenti.

Ma Alessandra invita a non confondere gli strumenti con gli obiettivi.

“La tecnologia può aiutarci a lavorare meglio. Può migliorare l’analisi dei dati, personalizzare la comunicazione e rendere più efficienti molti processi.”

Poi però arriva la precisazione.

“Ma nessuna tecnologia potrà sostituire l’empatia. Nessun algoritmo potrà replicare completamente la fiducia che nasce tra due persone.”

Una convinzione che appare centrale nella sua visione professionale.

L’innovazione è importante.

Ma il cuore del fundraising continua a essere umano.

D – Cosa ha provato quando il suo nome è stato annunciato sul palco?

Per la prima volta l’emozione prende il sopravvento.

“È stato uno di quei momenti che non riesci davvero a preparare.”

Ricorda gli applausi.

I colleghi.

Le persone incontrate durante il percorso professionale.

E soprattutto ricorda una sensazione precisa.

“Gratitudine.”

Una parola che torna spesso durante la conversazione.

“Ho pensato a tutte le volte in cui qualcuno ha creduto in me. Nessuno costruisce una carriera da solo.”

D – Esiste una qualità indispensabile per chi vuole diventare fundraiser?

La risposta arriva senza bisogno di riflettere.

“La capacità di ascoltare.”

Non cita competenze tecniche.

Non parla di strategie.

Parte dall’ascolto.

“Le tecniche si imparano. Gli strumenti si aggiornano. Le piattaforme cambiano. Ma la capacità di comprendere davvero le persone resta la competenza più importante.”

Secondo Piccioni, il fundraising richiede una combinazione rara di professionalità e sensibilità.

Bisogna sapere leggere i dati.

Ma anche leggere le emozioni.

Bisogna costruire strategie.

Ma anche creare relazioni.

D – Che momento sta vivendo oggi il Terzo Settore italiano?

La risposta è articolata.

Da un lato emerge ottimismo.

Dall’altro realismo.

“Viviamo una fase complessa ma straordinariamente interessante.”

Le organizzazioni sono chiamate a confrontarsi con nuove sfide sociali, economiche e culturali.

Ma allo stesso tempo cresce la consapevolezza del ruolo che il Terzo Settore può svolgere nel generare cambiamento.

“Le persone cercano sempre più occasioni per sentirsi parte di qualcosa di significativo. Vogliono contribuire. Vogliono partecipare. Vogliono fare la differenza.”

Ed è proprio qui che il fundraising può svolgere una funzione decisiva.

D – Se dovesse riassumere il senso del suo lavoro in una frase?

La risposta arriva dopo qualche secondo di riflessione.

Ed è probabilmente il passaggio più intenso dell’intera intervista.

“Aiutare le persone a incontrarsi.”

Non raccogliere fondi.

Non organizzare campagne.

Non raggiungere obiettivi.

Incontrarsi.

“Da una parte ci sono persone che desiderano contribuire a cambiare qualcosa. Dall’altra ci sono organizzazioni che lavorano ogni giorno per affrontare problemi concreti. Il fundraising crea questo incontro.”

Una definizione semplice.

Ma potentissima.

D – Guardando al futuro, quale speranza porta con sé dopo questo premio?

Piccioni sorride.

Questa volta il sorriso è quello di chi guarda avanti.

“Spero che sempre più persone comprendano il valore del dono.”

Non inteso soltanto come contributo economico.

Ma come partecipazione.

Tempo.

Fiducia.

Condivisione.

“Viviamo in una società che spesso ci spinge a concentrarci su ciò che ci divide. Il fundraising, invece, ci ricorda ciò che possiamo costruire insieme.”

Ed è forse questa la vera eredità lasciata dalla Fundraiser dell’Anno 2026.

Una rivoluzione silenziosa.

Fatta di ascolto.

Di relazioni.

Di fiducia.

Perché, come ricorda Alessandra Piccioni al termine della nostra conversazione, “dietro ogni donazione non c’è un numero. C’è una persona che ha scelto di fidarsi.”

Il valore di una rivoluzione discreta

Forse la definizione più efficace per descrivere il percorso di Alessandra Piccioni è quella di “rivoluzione silenziosa”.

Una trasformazione che non produce clamore ma genera cambiamenti profondi.

Una rivoluzione fatta di incontri, dialoghi, relazioni costruite giorno dopo giorno.

Nel tempo della comunicazione istantanea e dell’attenzione frammentata, il successo di una professionista che ha fatto della cura delle persone il proprio tratto distintivo assume un significato particolare.

Perché ricorda al mondo del nonprofit una verità spesso dimenticata.

Dietro ogni donazione esiste una persona.

Dietro ogni progetto esiste una comunità.

Dietro ogni grande organizzazione esiste qualcuno capace di costruire fiducia.

L’Italian Fundraising Award 2026 non celebra soltanto una vincitrice.

Celebra un modo di intendere il fundraising che continua a mettere le persone al centro.

Ed è probabilmente questa la lezione più importante lasciata dall’edizione appena conclusa.

5 Giugno 2026 ( modificato il 6 Giugno 2026 | 21:22 )
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