7:49 am, 28 Gennaio 26 calendario

🌐 Ddl su violenza sessuale: passa e scoppia polemica sul “consenso”

Di: Redazione Metrotoday

Il ddl Bongiorno sulla violenza sessuale passa a maggioranza in Commissione Giustizia al Senato, ma il testo senza la parola chiave “consenso” scatena una accesa polemica politica e sociale, con opposizioni e associazioni femministe in forte disaccordo, mentre la maggioranza difende le modifiche come tutela efficace delle vittime.

In una giornata che segna uno dei passaggi più dibattuti nel recente corso della legislazione sulla violenza di genere, la Commissione Giustizia del Senato ha approvato a maggioranza il nuovo testo base del ddl sulla violenza sessuale proposto dalla senatrice Giulia Bongiorno. Il provvedimento, al centro di un acceso confronto parlamentare e mediatico, è stato adottato con 12 voti favorevoli e 10 contrari fra i senatori, con il sostegno compatto del centrodestra e il netto rifiuto delle opposizioni di Pd, M5S, Italia Viva e Azione.

La discussione sulla legge è esplosa immediatamente dopo il voto, in cui emerge un elemento centrale di controversia: la riformulazione del testo elimina il riferimento esplicito al “consenso libero e attuale” come criterio per definire la violenza sessuale, sostituendolo con la nozione di “volontà contraria” o “dissenso” da parte della persona coinvolta. Questo cambiamento semantico, secondo i critici, rischia di indebolire la tutela delle vittime e allontana il governo dall’accordo bipartisan raggiunto alla Camera dei Deputati.

Il cuore della polemica legislativa riguarda proprio il concetto giuridico di consenso. Nella versione originaria del ddl approvata all’unanimità alla Camera, si faceva esplicito riferimento al “consenso libero e attuale” come criterio decisivo affinché un atto sessuale possa essere considerato legittimo: senza tale consenso, si configurerebbe automaticamente il reato di violenza sessuale. Questo principio, sostenuto da una parte trasversale del Parlamento e da molte associazioni per i diritti delle donne, era definito da molti osservatori come un passo significativo in linea con le migliori pratiche internazionali.

Tuttavia, il testo ora adottato da Bongiorno sposta il baricentro giuridico. Il reato si configura quando una persona “compie atti sessuali contro la volontà di un’altra”, valutando il “dissenso” in base alla situazione e al contesto concreto del fatto. Nel nuovo articolo 609‑bis del Codice penale, la disposizione afferma che l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando “è commesso a sorpresa” o approfittando dell’incapacità di esprimere dissenso.

Le modifiche alle pene e l’inasprimento delle sanzioni

Oltre alla questione terminologica, il testo Bongiorno introduce sanzioni più severe per il reato di violenza sessuale. Le pene previste nel testo base vanno da 6 a 12 anni di reclusione per atti sessuali contro la volontà della persona (rispetto a un range più basso nella prima versione proposta) e da 7 a 13 anni se il fatto è commesso con violenza, minaccia o abuso di autorità. Queste modifiche sono state presentate come un rafforzamento della risposta penale dello Stato.

Per la relatrice, questa riformulazione non solo non mina la protezione delle vittime, ma anzi la rafforza introducendo una presunzione di dissenso anche nei casi di “freezing” — quando la persona è paralizzata dalla paura e non può esprimere verbalmente un rifiuto. Secondo questa interpretazione, il testo si allinea a criteri già adottati in altri ordinamenti e cerca di contemperare tutela della vittima con garanzie di processo.

Opposizioni e società civile: un “grave passo indietro”

Le opposizioni non hanno tardato a definire il voto di oggi come un tradimento del patto politico siglato a Montecitorio tra la premier Giorgia Meloni e la leader del Pd Elly Schlein, che aveva portato all’approvazione unanime del testo originario. Secondo esponenti del PD e del centrosinistra, la cancellazione esplicita della parola “consenso” rappresenta un arretramento culturale e giuridico significativo, che potrebbe complicare la prova in giudizio e ridurre l’efficacia della legge nella protezione delle vittime.

Associazioni femministe e gruppi per i diritti delle donne hanno definito la decisione una “brutta pagina di storia parlamentare”, sostenendo che la legge così come emendata rischia di indebolire la lotta contro la cultura dello stupro e di lasciare margini di interpretazione che favoriscono l’impunità.

Al contrario, i sostenitori della maggioranza e della riformulazione difendono la scelta lessicale. Per Bongiorno e i parlamentari della Lega e del centrodestra, inserire un riferimento troppo rigido al consenso potrebbe creare un “obbligo documentale” e sollevare questioni procedurali che limitano le garanzie difensive nell’ambito processuale. Sulla base di questa argomentazione, il testo adottato sarebbe più rispettoso del diritto di difesa e comunque pienamente efficace nel perseguito degli atti di violenza sessuale.

Un contesto più ampio: dalla Camera al Senato e il dibattito pubblico

Questo voto in Commissione Giustizia al Senato giunge dopo mesi di dibattito sul tema e a seguito di un precedente rinvio al Senato di un provvedimento simile nel 2025, quando un’iniziativa volta a includere la nozione di consenso libero nella legge italiana fu oggetto di rinvio per ulteriori audizioni e modifiche.

L’iter ora prosegue: il testo base dovrà essere discusso in Aula a Palazzo Madama prima di poter essere definitivamente approvato e diventare legge. Intanto, la decisione di oggi ha già acceso un dibattito politico e civile molto intenso, che non accenna a spegnersi, con mobilitazioni, appelli e prese di posizione da parte di parlamentari, associazioni e giuristi.

La maggioranza ha ottenuto l’approvazione del nuovo testo base del ddl Bongiorno sulla violenza sessuale, introducendo una formulazione basata sul dissenso e aumentando le pene per gli autori di reati sessuali, ma eliminando il riferimento esplicito al concetto di consenso. Questa scelta ha suscitato una forte reazione politica e sociale, con rischi di frammentazione parlamentare e accese critiche da parte di chi considera il consenso un elemento imprescindibile nella normativa moderna contro la violenza di genere. L’iter ora proseguirà in Senato, e sarà un banco di prova per il futuro della legislazione italiana sulla tutela delle vittime.

28 Gennaio 2026
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