Grecia, a processo Seán Binder: “La solidarietà non è un crimine”
Amnesty International chiede l’archiviazione delle accuse
Il 4 dicembre 2025, davanti alla corte d’appello di Lesbo, si aprirà un processo che da anni è diventato il simbolo della criminalizzazione della solidarietà in Europa. Sul banco degli imputati ci sarà Seán Binder, 30 anni, volontario irlandese-tedesco che tra il 2017 e il 2018 ha partecipato alle operazioni di ricerca e soccorso dei migranti sull’isola greca, una delle frontiere più esposte del Mediterraneo. Insieme a lui, altri 23 operatori umanitari. Le imputazioni spaziano dalla partecipazione ad associazione criminale al riciclaggio di denaro fino al favoreggiamento dell’ingresso irregolare di migranti: accuse che, se confermate, potrebbero costargli fino a vent’anni di carcere.

Un caso che dura da sette anni
Binder fu arrestato nel 2018 durante un’operazione contro l’organizzazione ERCI, attiva nei soccorsi in mare. Rimase oltre cento giorni in custodia cautelare, poi scarcerato su cauzione. Da allora la sua vita è rimasta sospesa tra udienze rinviate, imputazioni modificate e un’attesa che – come lui stesso ha dichiarato – “è diventata una forma di punizione in sé”.
Negli anni, parte delle accuse è stata archiviata: tra il 2023 e il 2024 sono cadute quelle per spionaggio, uso illecito di frequenze radio e contraffazione. Rimangono però i capi d’imputazione più gravi, ricondotti alla normativa greca contro il traffico di migranti. Proprio quell’impianto legislativo, sostengono numerose organizzazioni internazionali, sarebbe usato in modo arbitrario per colpire le attività umanitarie.
“Se posso essere perseguito io, nessuno è al sicuro”
Binder non ha mai nascosto la frustrazione per un procedimento che considera profondamente ingiusto. «Quando sono stato arrestato, nel 2018, è stato devastante rendermi conto che finivo in carcere solo per aver cercato di salvare vite», ha dichiarato a pochi giorni dall’apertura del processo. «La cosa più inquietante è che, se posso essere perseguito io per aver compiuto un gesto normale, allora nessuno può sentirsi al sicuro. In Grecia è la solidarietà a essere processata».
Le sue parole trovano riscontro in un clima che molte organizzazioni denunciano da anni. Dalla chiusura dei porti ai sequestri delle navi Ong, dai processi a volontari in Italia, Francia e Malta, fino alla pressione su piccole associazioni locali nelle isole greche: l’Europa assiste da tempo a un fenomeno diffuso, che Amnesty International definisce “criminalizzazione della compassione”.

Amnesty International: “Accuse infondate, processo assurdo”
Durissimo il commento di Esther Major, vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa: «Persone come Seán non dovrebbero mai essere perseguite per aver salvato vite. Non è solo un obbligo morale, è un dovere previsto dal diritto internazionale del mare. Tutte le accuse sono infondate e devono essere archiviate».
Un giudizio che Amnesty porta avanti da anni: già in un rapporto del 2020 denunciava l’uso “distorto e strumentale” delle norme anti-traffico da parte di vari stati europei. La stessa agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) aveva più volte sottolineato che equiparare le attività di soccorso a un aiuto all’immigrazione irregolare è contrario ai principi umanitari e alla stessa legislazione internazionale.
Un processo che pesa sull’intera società civile
Il caso Binder è diventato molto più di una vicenda giudiziaria individuale. Per molte associazioni rappresenta un precedente pericoloso, una sorta di messaggio intimidatorio verso chi presta aiuto lungo le frontiere europee. Diverse Ong hanno ridotto o cessato le attività nell’Egeo negli ultimi anni proprio per il timore di conseguenze giudiziarie.
Secondo osservatori indipendenti, la Grecia – già oggetto di critiche per respingimenti illegali e violazioni dei diritti dei richiedenti asilo – avrebbe accentuato negli ultimi anni un approccio securitario alla migrazione. La pressione politica interna, unita alle dinamiche europee, avrebbe contribuito a trasformare i volontari in un capro espiatorio utile a dimostrare “controllo” del territorio.
L’imminente processo arriva mentre le politiche migratorie europee continuano a irrigidirsi. L’approvazione del Patto europeo su migrazione e asilo, con procedure accelerate e più trattenimenti, ha sollevato nuove preoccupazioni tra giuristi e associazioni per i diritti umani. Nel frattempo, le rotte verso la Grecia rimangono tra le più letali: nel 2017, l’anno in cui Binder iniziò il volontariato, oltre tremila persone risultarono morte o disperse nel Mediterraneo.
In questo contesto, il caso Binder diventa il paradigma di una domanda più ampia: può la solidarietà essere trattata come un reato? E cosa significa per una democrazia punire chi salva vite?

In attesa della sentenza
Rappresentanti di Amnesty International parteciperanno all’udienza del 4 dicembre a Lesbo. Nel frattempo, a Roma, il 18 novembre, un incontro all’Università Roma Tre approfondirà la vicenda e il fenomeno della criminalizzazione della solidarietà in Europa. Durante l’evento verrà proiettato il documentario La storia di Seán Binder, realizzato dall’attrice e regista Valeria Solarino.
Per molti, il destino del giovane volontario sarà un test cruciale non solo per la giustizia greca, ma per l’intero progetto europeo. Perché, come ha detto Binder, «se aiutare chi rischia di morire in mare è un crimine, allora abbiamo davvero perso la rotta».
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