Un monito forte rivolto a studenti, famiglie e sistema scuola.
Un avvertimento netto
In un’intervista pubblicata nei giorni scorsi, Schettini ha spiegato che il riferimento principale del suo allarme riguarda l’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) e dei Big Data: «Se l’intelligenza artificiale prende il dominio, siamo al punto di non ritorno» ha affermato, introducendo una riflessione che travalica la semplice tecnologia e approda al cuore della formazione e dell’identità.
I dati – e la capacità di elaborarli e gestirli – stanno diventando centrali come mai prima d’ora: «I computer quantistici e l’IA li hanno resi centrali. Una gestione corretta e veloce dei dati migliora la diagnosi medica, salva vite, permette di gestire meglio le città risparmiando energia». Ma nella stessa frase appare l’ombra: se l’uomo non riesce a stare al passo, se non domina gli strumenti, è lo strumento a dominare lui.
È un messaggio forte. Ed è forte perché da un lato parte da un ambito tecnico‑scientifico (il docente è fisico), dall’altro arriva al cuore della scuola: «In classe, con i ragazzi – ha ricordato – assisto a una concentrazione che scende, un tempo di attenzione che si restringe. E se mettiamo accanto la regola dei “13 secondi”, cioè l’idea che per attirare attenzione oggi serva stimolo ogni 13 secondi, capiamo che il terreno sta cedendo».

Tecnologia, distrazione e fatica educativa
Questo allarme arriva in un momento in cui la scuola italiana sta attraversando più fronti di difficoltà. Non si tratta solo della questione dei docenti, delle classi numerose, delle risorse, ma anche di un cambiamento di mentalità e contesto:
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Da più parti si segnala una perdita della capacità di concentrarsi: smartphone, video brevi, social creano un tempo di attenzione sempre più frammentato. Schettini ha parlato della “regola dei 13 secondi”, evidenziando come gli studenti, abituati a stimoli rapidi, perdano efficacia quando serve un ragionamento più lungo e profondo.
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La tecnologia e l’IA diventano doppio‑taglio: da un lato opportunità indiscutibili (diagnostica, automazione, ricerca); dall’altro motivo di insicurezza educativa se a guidare non sarà la persona con valori, senso critico, coscienza.
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La scuola italiana deve rispondere non solo ai cambiamenti interni (nuovi programmi, digitalizzazione, riforme), ma anche alla pressione di una società che cambia in fretta: i ragazzi sono immersi in ambienti di apprendimento non solo scolastici, ma social e digitali, e ciò richiede modalità nuove, capacità di adattamento e riflessione.
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Alla radice c’è una questione che Schettini ha più volte ribadito: l’impegno, la fatica, la disciplina dello studio. In un’intervista pregressa aveva consigliato ai genitori di «non entrare nelle chat WhatsApp dei genitori», dicendo che «sono solo luoghi in cui l’ansia cresce in maniera inutile», segnalando che lo studio è impegno e sacrificio, non solo performance istantanea.
La preoccupazione del “non ritorno”?
Quando un docente afferma che «siamo al punto di non ritorno», non si riferisce solo a un’emergenza tecnica o a un deficit momentaneo. Vuole indicare un momento di svolta, un bivio da cui non sarà facile tornare indietro.
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Deterioramento della capacità critica e autonoma: se l’attenzione è breve, se la conoscenza diventa fragmentaria, se la cultura digitale prevale su quella disciplinare, si rischia di perdere ciò che rende la scuola luogo di pensiero e non solo di informazione veloce.
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Depotenziamento del ruolo docente‑guida: il docente non è più solo trasmettitore di contenuti, ma facilitatore, stimolatore di pensiero. Se però cresce l’idea che la scuola debba intrattenere, stupire ogni pochi secondi, si perde l’identità della formazione.
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Sviluppo di diseguaglianze nuove: la tecnologia può ampliare le opportunità, ma anche accentuare il divario fra chi ha accesso, chi sa usare e chi resta spettatore. Se lo strumento domina, cresce la diseguaglianza di competenze.
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Cultura della fruizione rapida e superficiale: l’educazione non è un “prodotto” che consumi in pochi secondi; richiede dedizione, ripetizione, approfondimento. Il tempo lungo, la riflessione, il dialogo — vengono messi in crisi.
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La scuola come “parcheggio” anziché fucina di pensiero: già in passato alcuni osservatori avevano denunciato che il sistema scolastico italiano tendeva a diventare un “parcheggio” per i giovani, piuttosto che un luogo di formazione vera. Se a questo si aggiunge distrazione, disimpegno e digitale non guidato, il rischio cresce.

Storie che si intrecciano
L’allarme del prof. Schettini non nasce dal nulla, e si inserisce in una serie di segnali che negli ultimi anni hanno riguardato la scuola in Italia. Alcuni esempi:
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Già nel 2020 era emersa l’obsolescenza del sistema scolastico italiano: riforme lente, modalità tradizionali di insegnamento, infrastrutture datate.
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Anche la pandemia ha mostrato fragilità: la didattica a distanza ha richiesto tempismo, competenze digitali e buone connessioni; ma anche un ripensamento della scuola come comunità e non solo come spazio fisico.
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Più recentemente, temi come l’uso dello smartphone, l’educazione digitale, l’attenzione al benessere degli studenti, il contrasto al bullismo e alla dispersione scolastica sono diventati centrali.
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Il prof. Schettini, già noto per i suoi interventi come divulgatore, aveva denunciato anche la velocità della vita moderna: «Se non rallenti, sbatti e ti fai male… non so dove stiamo andando a finire, stiamo correndo troppo», aveva affermato, riferendosi ai giovani e alla difficoltà di dare senso alla corsa quotidiana.
Leve da azionare
Se la diagnosi è grave, quali sono le risposte concrete che si intravedono — o che servirebbero — per evitare il “non ritorno”:
Rafforzare la formazione del docente: non più solo contenuti disciplinari, ma competenze digitali, capacità di stimolare pensiero critico, gestione della classe moderna.
Ripensare il tempo scolastico e l’attenzione: modelli didattici più flessibili, momenti di pausa, modulazione della lezione che tenga conto dell’attenzione frammentata. La rapidità non può diventare la norma educativa.
Collegare tecnologia e responsabilità: l’IA e i Big Data non devono sostituire l’uomo, ma ampliarne le possibilità. Serve un’etica della tecnologia, una consapevolezza dei limiti e dei rischi.
Educazione al tempo lungo e alla fatica: la scuola però deve recuperare la dimensione dell’apprendimento profondo, della riflessione, della dedizione. Non tutto è “stimolo immediato”.
Coinvolgere famiglie e comunità: il cambiamento educativo non è solo scolastico, ma sociale. Se i giovani vivono in un contesto che valorizza l’impegno e la riflessione, allora la scuola non è sola.
Ridurre diseguaglianze digitali e culturali: l’avanzamento tecnologico rischia di lasciare indietro molti. Garantire accesso, supporto, formazione è essenziale per evitare che la scuola amplifichi la differenza.
Il prof. Schettini ha sottolineato anche un elemento psicologico: l’isolamento. Quando tutto accelera, quando tutto è long‑short, veloce, a breve scadenza, manca lo spazio per fermarsi, per riflettere, per costruire. I giovani lo avvertono: tempo ristretto, stimolo costante, poco momento di vuoto accettato. Eppure il vuoto, quella pausa, è spesso condizione della creatività e del pensiero.
Ecco perché impegnarsi oggi non è più solo studiare, ma imparare a sopravvivere in un mondo dove la scuola è chiamata a cambiare mentre resta legata a modelli precedenti.
Uno sguardo al futuro
Non tutto è destinato a fallire. Il prof. Schettini stesso, nelle sue lectio e nei suoi video‑lezione, prova a far vedere cosa si può fare: usare la fisica come lente per interpretare la realtà, con concetti come vuoto, energia, cambiamento; appello ai ragazzi a non perdere il “fuoco dentro”, a non accontentarsi dello spettacolo facile, ma a diventare protagonisti delle proprie vite.
Insegnare oggi significa anche questo: far capire che l’istruzione è strumento di libertà, non solo obbligo; che il digitale è opportunità, non sostituto; che la scuola è comunità, non parcheggio. Il sistema — ministero, scuole, insegnanti, famiglie — ha davanti a sé una sfida: non reggere il passato, ma reinventarsi nel presente.
Non si tratta solo di studenti che studiano di più o di meno, ma di generazioni che costruiranno una società dove il pensiero vale più dello stimolo rapido, dove la consapevolezza più della reazione, dove l’educazione rappresenta ancora il ponte verso il futuro.
Non si tratta di semplice retorica. È la voce di chi vive la scuola ogni giorno e vede accumularsi i segnali: distrazione, velocità estrema, irrilevanza del tempo lungo, dipendenza dalla tecnologia. Il prof. Vincenzo Schettini non chiede panico, ma lucidità. Non chiede meno tecnologia, ma più umanità.
La scuola italiana oggi si trova al bivio tra restare prigioniera del modello del passato oppure aprirsi a nuove modalità, nuove figure, nuovi tempi.









