8:49 am, 24 Agosto 26 calendario

Vino, birra o superalcolici: cosa cambia davvero per il cuore

Di: Sergio Raffo

🌐 Vino, birra o superalcolici non sembrano avere lo stesso profilo cardiovascolare: un maxi-studio su oltre 340mila persone mostra differenze a bassi e moderati consumi, ma non cancella i rischi dell’alcol.

Per anni la domanda è sembrata relativamente semplice: quanto alcol si beve? La risposta, però, potrebbe non essere sufficiente.

Una nuova analisi condotta su oltre 340mila adulti della UK Biobank, seguiti per più di 13 anni in media, riporta infatti differenze rilevanti a seconda del tipo di bevanda consumata. A parità di una quantità contenuta di alcol, il profilo osservato tra chi beve prevalentemente vino non coincide con quello di chi consuma soprattutto birra, sidro o superalcolici.

Il risultato più discusso riguarda il cuore. Nel gruppo con consumo moderato di vino, i ricercatori hanno osservato una mortalità cardiovascolare inferiore del 21% rispetto al gruppo di riferimento costituito da non bevitori o consumatori occasionali. Per birra, sidro e distillati, invece, anche livelli bassi di consumo risultavano associati a un aumento del rischio cardiovascolare.

È un risultato che può sembrare sorprendente, soprattutto dopo anni di messaggi sanitari incentrati sulla quantità complessiva di etanolo.

Ma sarebbe sbagliato trasformarlo nel titolo semplicistico “il vino fa bene e i superalcolici fanno male”.

La ricerca è osservazionale. Non dimostra che il vino protegga il cuore, né che cambiare bevanda possa ridurre il rischio. E soprattutto non mette in discussione il dato ormai consolidato secondo cui l’alcol è una sostanza cancerogena e il rischio oncologico può aumentare anche a basse quantità.

La vera novità è un’altra: il modo in cui si beve potrebbe essere più complesso di quanto suggerisca il semplice conteggio dei grammi di etanolo.

Il maxi-studio su 340mila persone: cosa ha scoperto

L’analisi presentata nel 2026 all’American College of Cardiology ha utilizzato i dati di 340.924 partecipanti alla UK Biobank, con informazioni sul consumo totale di alcol e sulla bevanda prevalentemente consumata.

I ricercatori hanno distinto diverse categorie di consumo, separando vino, birra o sidro e superalcolici. Il periodo di osservazione ha consentito di valutare non soltanto la mortalità complessiva, ma anche quella dovuta a malattie cardiovascolari e tumori.

La differenza emerge soprattutto alle quantità inferiori.

Per il vino, il consumo moderato è risultato associato a un profilo più favorevole per la mortalità cardiovascolare. Al contrario, birra, sidro e superalcolici mostravano associazioni meno favorevoli già ai livelli più bassi.

Quando però il consumo diventava elevato, il quadro cambiava radicalmente.

Il consumo elevato di alcol risultava associato a un aumento del 24% della mortalità per tutte le cause, del 36% della mortalità per tumore e del 14% della mortalità cardiovascolare.

Il dato più importante, quindi, non è che una bevanda possa trasformarsi in una scelta salutare.

È che il rischio associato all’alcol non sembra distribuirsi in modo identico tra tutte le bevande e a tutti i livelli di consumo.

Quel 21% in meno non significa che il vino protegga il cuore

È il passaggio più delicato dell’intera vicenda.

Un’associazione statistica non equivale a un rapporto di causa-effetto.

Se chi beve moderatamente vino presenta una mortalità cardiovascolare inferiore rispetto a chi non beve o beve occasionalmente, non possiamo concludere automaticamente che sia stato il vino a produrre quella differenza.

Chi sceglie il vino potrebbe avere contemporaneamente un’alimentazione diversa, maggiore attività fisica, un livello socioeconomico differente, abitudini sociali particolari o un diverso profilo complessivo di salute.

Sono i cosiddetti fattori confondenti e rappresentano uno dei problemi più difficili da risolvere negli studi osservazionali sull’alcol.

Esiste inoltre una questione metodologica più generale: confrontare chi beve con chi non beve non è sempre equivalente a confrontare due gruppi identici in tutto il resto.

Per questo il dato del 21% deve essere letto come un’associazione epidemiologica, non come una prescrizione.

Non significa che chi non beve dovrebbe iniziare a bere vino.

Non significa che un bicchiere quotidiano sia una strategia di prevenzione cardiovascolare.

E non significa che i polifenoli possano “neutralizzare” gli effetti dell’etanolo

Vino, birra e superalcolici: perché potrebbero comportarsi diversamente

Una delle ipotesi riguarda la composizione delle bevande.

Il vino contiene, oltre all’etanolo, una serie di composti presenti nell’uva e derivati dalla fermentazione. Tra questi ci sono polifenoli, flavonoidi, antociani e tannini.

Il vino rosso, in particolare, è stato studiato per la presenza di numerosi composti fenolici.

Queste sostanze hanno attirato l’interesse della ricerca cardiovascolare per le loro possibili interazioni con processi ossidativi, infiammazione e funzione vascolare.

Ma da qui a parlare di “effetto protettivo del vino” ce ne passa.

Il corpo umano non assume il vino in condizioni sperimentali isolate. Lo consuma all’interno di uno stile di vita.

E questo introduce un secondo elemento: il contesto in cui viene bevuta la bevanda.

Il vino viene spesso consumato durante i pasti e lentamente. Un distillato può invece essere assunto in quantità più concentrate, magari sotto forma di cocktail o in contesti sociali differenti.

Anche la birra ha modalità di consumo proprie.

Queste differenze possono influenzare la velocità con cui l’alcol viene assunto, il cibo consumato contemporaneamente, il comportamento successivo e altri fattori capaci di incidere sulla salute.

Perciò la bevanda potrebbe essere soltanto uno dei marcatori di uno stile di vita più ampio.

Il secondo studio aggiunge un elemento importante: il sangue non basta, serve un biomarcatore

Il tema non nasce però soltanto dal maxi-studio sulla UK Biobank.

Un’altra ricerca, pubblicata sull’European Heart Journal, ha affrontato il problema da un’angolazione particolarmente interessante: invece di affidarsi esclusivamente a ciò che le persone dichiaravano di bere, ha misurato nelle urine l’acido tartarico, un composto fortemente associato all’assunzione di uva e vino.

Lo studio era inserito nel progetto PREDIMED e comprendeva 1.232 persone appartenenti a una popolazione mediterranea ad alto rischio cardiovascolare.

Il vantaggio di questo approccio è evidente.

Quando si chiede a una persona “quanto vino bevi?”, la risposta può essere imprecisa. Le quantità possono essere sottostimate, ricordate male o interpretate diversamente.

Un biomarcatore può fornire una fotografia più oggettiva dell’esposizione recente.

I ricercatori hanno osservato che concentrazioni urinarie di acido tartarico corrispondenti a circa 3-12 bicchieri di vino al mese erano associate a un rischio cardiovascolare inferiore, mentre livelli corrispondenti approssimativamente a 12-35 bicchieri al mese, cioè nell’ordine di un bicchiere al giorno, mostravano un’associazione ancora più favorevole rispetto al gruppo di riferimento.

Nel gruppo con i livelli più elevati, invece, il vantaggio non risultava mantenersi nello stesso modo.

È un dettaglio importante: anche questo studio non dimostra che bere vino provochi una riduzione degli eventi cardiovascolari.

Dimostra che un biomarcatore oggettivo dell’assunzione di vino è associato a un diverso profilo di rischio.

La possibile “protezione” del vino resta una questione aperta

Il risultato del PREDIMED è interessante anche perché affronta una delle critiche storiche alla ricerca sul vino: l’affidabilità dei questionari alimentari.

L’acido tartarico è presente naturalmente nell’uva e può quindi essere utilizzato come indicatore dell’assunzione di vino, purché vengano considerate anche altre possibili fonti alimentari.

Nel lavoro pubblicato sull’European Heart Journal, il livello di acido tartarico è risultato correlato al consumo dichiarato di vino. I livelli associati a consumi leggeri e moderati mostravano inoltre un’associazione con una minore incidenza di eventi cardiovascolari.

Ma anche questo approccio non elimina completamente il problema della causalità.

Un biomarcatore misura meglio l’esposizione, non trasforma automaticamente uno studio osservazionale in uno studio clinico randomizzato.

Per stabilire se sia davvero il vino a produrre un beneficio cardiovascolare servirebbero condizioni sperimentali molto più rigorose e difficili da realizzare.

Ed è proprio questa cautela che impedisce di trasformare i nuovi dati in una raccomandazione a bere.

Il punto che non cambia: l’alcol resta cancerogeno

Qui entra in gioco la parte più importante per la salute pubblica.

Anche se sul fronte cardiovascolare il vino mostra in alcuni studi osservazionali un’associazione più favorevole, l’etanolo rimane etanolo.

L’Organizzazione mondiale della sanità sottolinea che qualsiasi bevanda alcolica può aumentare il rischio di tumore. Il problema non riguarda quindi soltanto superalcolici o bevande ad alta gradazione: coinvolge anche vino e birra.

Il metabolismo dell’etanolo produce acetaldeide, una sostanza cancerogena. L’alcol è inoltre associato a meccanismi che comprendono danno al DNA, stress ossidativo, alterazioni ormonali e modificazioni del microbiota intestinale.

Le evidenze disponibili collegano il consumo di alcol ad almeno sette tipi di tumore, tra cui quelli della bocca, della faringe, dell’esofago, del fegato, del colon-retto e della mammella.

E questo è il motivo per cui un eventuale segnale favorevole sul cuore non può essere interpretato come un bilancio complessivo positivo per la salute.

Cuore e tumori sono due facce diverse della stessa esposizione.

Il paradosso del bicchiere: meno alcol significa comunque meno rischio

Il quadro che emerge dagli studi è quindi meno intuitivo di una classifica tra bevande.

Sul piano cardiovascolare, alcuni dati osservazionali suggeriscono un profilo più favorevole per il vino a consumi bassi o moderati.

Sul piano oncologico, invece, non esiste una bevanda alcolica che possa essere considerata priva di rischio.

La posizione dell’OMS è particolarmente netta: non è stato identificato un livello di consumo che possa essere definito sicuro rispetto al rischio di cancro. Inoltre, l’OMS avverte che non esistono prove sufficienti per affermare che eventuali benefici cardiovascolari del consumo leggero o moderato compensino, per il singolo individuo, il rischio oncologico.

Questo cambia anche il modo di interpretare il cosiddetto “paradosso francese”, cioè l’osservazione storica secondo cui alcune popolazioni con consumo moderato di vino sembravano presentare un rischio cardiovascolare relativamente contenuto.

La spiegazione potrebbe coinvolgere dieta, attività fisica, distribuzione del consumo, fattori sociali e genetici e numerose altre variabili.

Ridurre tutto al resveratrolo o a un generico “vino che fa bene al cuore” sarebbe quindi una semplificazione.

Bere poco, bere lentamente o non bere: cosa possiamo davvero dire

La nuova ricerca non offre una quantità di vino da prescrivere alla popolazione.

Offre piuttosto un elemento in più per comprendere la complessità dell’associazione tra alcol e salute.

Se una persona già beve, la differenza tra un consumo basso e uno elevato rimane enorme. Il rischio complessivo cresce con la quantità e con la frequenza.

Anche la modalità di assunzione conta. Concentrare grandi quantità di alcol in un breve periodo non equivale a distribuirle nel tempo.

Per chi non beve, invece, i risultati non forniscono una ragione scientificamente valida per iniziare.

E per chi beve abitualmente, soprattutto in quantità elevate, il messaggio più solido resta quello della riduzione del consumo.

Non esiste un “alcol salutare” che possa essere consigliato come misura preventiva.

La vera differenza tra vino e superalcolici potrebbe essere più complessa del previsto

La parte più interessante del maxi-studio del 2026 è dunque proprio questa: la ricerca sull’alcol non può più limitarsi a una semplice equazione tra grammi di etanolo e rischio.

La quantità rimane fondamentale.

Ma gli scienziati stanno cercando di capire anche il ruolo della bevanda, della modalità di consumo, del contesto alimentare, della frequenza e delle caratteristiche individuali.

Il vino sembra emergere in alcuni studi come una categoria particolare, soprattutto quando il consumo è basso o moderato e l’attenzione è concentrata sul sistema cardiovascolare.

Questo non significa che sia “salutare”.

Significa che il suo profilo epidemiologico può essere diverso da quello osservato per birra, sidro e superalcolici.

È una distinzione scientificamente interessante, ma ancora insufficiente per cambiare le raccomandazioni di salute pubblica.

La questione rimane quindi aperta.

Da una parte, il maxi-studio sulla UK Biobank suggerisce che la tipologia di bevanda possa modificare l’associazione tra consumo e mortalità, soprattutto a livelli bassi e moderati.

Dall’altra, il biomarcatore dell’acido tartarico fornisce un ulteriore indizio sul particolare profilo osservato per il vino, ma non risolve il problema della causalità.

E sopra tutto resta il dato più robusto: l’alcol aumenta il rischio di numerose malattie, compresi diversi tumori, e il rischio oncologico non scompare scegliendo il vino al posto della birra o dei distillati.

La conclusione più corretta, quindi, è anche la meno spettacolare: vino, birra e superalcolici non sono necessariamente equivalenti negli studi epidemiologici, ma nessuno dei risultati disponibili autorizza a considerare il vino una medicina.

Il vero spartiacque resta soprattutto la quantità.

E, quando si parla di salute nel lungo periodo, meno alcol resta generalmente una scelta più sicura di più alcol.

24 Agosto 2026 ( modificato il 20 Agosto 2026 | 1:53 )
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