2:01 pm, 31 Agosto 26 calendario

Pompei non era necessariamente una città “dimenticata”

Di: Alessia Sterling

Il dato più interessante del nuovo studio è forse proprio questo. Alcuni frammenti ceramici rinascimentali trovati nell’Insula Meridionalis mostrano che l’area delle rovine continuò a essere frequentata anche tra XV e XVI secolo.

Questo non significa che Pompei fosse allora una città conosciuta e visitata come oggi. Piuttosto, alcune parti delle strutture antiche dovevano essere ancora riconoscibili o affioranti, inserite nel paesaggio rurale.

Pastori, contadini e abitanti della zona potevano quindi convivere con quelle rovine, mentre gli ambienti umanistici italiani sviluppavano contemporaneamente un enorme interesse per l’antichità.

Ed è qui che la storia diventa interessante.

Mantegna e il fascino delle rovine

Nella Deposizione di Cristo attribuita con cautela ad Andrea Mantegna, il paesaggio non è un semplice elemento decorativo.

Compaiono grotte, archi, muri crollati e strutture antiche, cioè un mondo nel quale il passato appare ancora fisicamente presente ma ormai frammentato.

Durante il restauro sarebbero inoltre riemerse due Vittorie alate sugli archivolti di un arco, elementi messi in relazione con la decorazione dell’Arco di Tito e con il Codex Escurialensis.

Questo è perfettamente coerente con una caratteristica fondamentale della cultura di Mantegna: l’antichità non era un repertorio di semplici ornamenti, ma un mondo da ricostruire attraverso ciò che ne rimaneva.

Ma Mantegna è davvero l’autore?

Qui bisogna frenare un po’ l’entusiasmo.

L’opera viene oggi presentata come attribuita a Mantegna, ma l’attribuzione non è unanimemente considerata definitiva. Le alternative comprendono l’intervento della bottega oppure una derivazione da un originale mantegnesco oggi perduto.

La documentazione storica, invece, è particolarmente importante: una Deposizione attribuita a Mantegna era documentata a San Domenico Maggiore a Napoli già nel XVI secolo. Nel 1524 Pietro Summonte la ricordava come opera del maestro.

Poi, però, la traccia documentaria si interrompe.

Ed è proprio questo a rendere il ritrovamento così suggestivo: un’opera che sembrava appartenere soltanto alla storia dell’arte è riemersa materialmente a Pompei.

Il collegamento con Pompei è suggestivo, ma non è una prova

Questa è probabilmente la precisazione più importante dell’intera vicenda.

Non abbiamo elementi per dire:

Mantegna vide Pompei → dipinse le rovine → il quadro arrivò a Pompei.

Non è questo che lo studio sostiene.

Zuchtriegel e Motisi sottolineano infatti che le due vicende sono indipendenti. Le ceramiche rinascimentali documentano una frequentazione dell’area pompeiana; la Deposizione ha invece una storia autonoma, legata alla Napoli del Rinascimento e alla sua cultura antiquaria.

Il vero punto di contatto è la mentalità dell’epoca.

Nel Quattrocento e nel Cinquecento l’Italia era piena di rovine ancora visibili. Roma, Napoli, Campania, Firenze, Urbino e altri centri diventavano laboratori nei quali artisti e intellettuali cercavano di capire e reinterpretare l’antico.

In questo senso, Pompei poteva essere parte di quel paesaggio culturale anche prima degli scavi borbonici.

La parte più sorprendente

La storia, alla fine, racconta due diverse forme di sopravvivenza.

Pompei sopravvisse sotto terra, ma non necessariamente nella memoria.
La Deposizione sopravvisse nella memoria degli storici, ma scomparve dalla circolazione.

Una città e un dipinto percorsero quindi traiettorie opposte: una rimase materialmente nascosta mentre alcune sue tracce continuavano a essere frequentate; l’altro rimase documentato nelle fonti, ma la sua identità fisica si perse per secoli.

Ed è forse questo il vero interesse della ricerca: il Rinascimento non riscoprì semplicemente l’antichità quando cominciarono gli scavi sistematici. La incontrava già, frammentaria, nelle rovine che emergevano dal paesaggio.

La Deposizione attribuita a Mantegna diventa così non la prova che l’artista conoscesse Pompei, ma un piccolo tassello di quella più grande storia italiana in cui rovine, memoria e arte ricominciarono a dialogare molto prima che Pompei tornasse ufficialmente alla luce.

31 Agosto 2026 ( modificato il 27 Agosto 2026 | 14:09 )
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