8:19 am, 15 Settembre 26 calendario

Israele, Naza: minacce di revoca della cittadinanza ai registi

Di: Redazione Metrotoday

🌐 Il documentario Naza, premiato con il Premio Speciale della Giuria a Venezia, scatena la reazione del governo israeliano: il ministro della Cultura Miki Zohar minaccia di revocare la cittadinanza ai registi Yuval Abraham e Rachel Szor, accusandoli di tradimento. Anche il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir attacca duramente i due cineasti.

Da Venezia a un caso politico che scuote Israele

Il riconoscimento arrivato alla Mostra del Cinema di Venezia avrebbe dovuto rappresentare il momento più importante della carriera di Yuval Abraham e Rachel Szor. Invece, nel giro di poche ore, il Premio Speciale della Giuria assegnato a Naza ha trasformato il loro film in un caso politico internazionale.

Il documentario, realizzato dai due registi israeliani, porta sullo schermo le testimonianze anonime di 24 militari e membri dell’intelligence israeliana e affronta il funzionamento dei sistemi utilizzati nella guerra a Gaza per individuare e classificare gli obiettivi. Il film è stato accolto a Venezia da una lunga ovazione e ha ottenuto uno dei principali riconoscimenti della competizione.

La risposta arrivata da Israele è stata durissima.

Il ministro della Cultura Miki Zohar ha annunciato l’intenzione di lavorare per la revoca della cittadinanza israeliana dei due autori, accusandoli di aver tradito il proprio Paese. Una minaccia politica che, proprio perché rivolta a due cittadini israeliani per il contenuto di un’opera cinematografica, apre un confronto molto più ampio: quello sul confine tra critica allo Stato, libertà artistica e accusa di slealtà nazionale.

Il ministro Zohar: “Agirò per revocare la cittadinanza”

La reazione del ministro della Cultura è arrivata dopo la premiazione veneziana. Zohar ha accusato Abraham e Szor di essere disposti a danneggiare il proprio Paese per ottenere consenso internazionale e ha definito il loro comportamento una “tradimento dello Stato”.

Il ministro ha quindi dichiarato di voler intervenire per togliere loro la cittadinanza israeliana. Non si tratta, tuttavia, di una revoca già avvenuta: al momento si parla di un’iniziativa annunciata da un esponente del governo, che dovrebbe comunque confrontarsi con le procedure previste dall’ordinamento israeliano.

La differenza non è secondaria.

La cittadinanza non può essere semplicemente cancellata con una dichiarazione politica. La legislazione israeliana prevede la possibilità di revocarla in circostanze particolari legate, tra l’altro, alla lealtà verso lo Stato, ma si tratta di uno strumento raro e sottoposto a passaggi istituzionali e giudiziari.

Per i due registi, dunque, la minaccia politica rappresenta già un elemento di forte pressione, ma non equivale alla perdita effettiva della cittadinanza.

Anche Ben Gvir attacca i due registi

A rendere ancora più acceso lo scontro è intervenuto anche Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e figura di spicco dell’area ultranazionalista del governo.

Ben Gvir ha definito i due cineasti una vergogna e un disonore per Israele, arrivando a invitarli ad andarsene. Nel suo attacco ha anche evocato Hamas, sostenendo provocatoriamente che i due avrebbero il sostegno dei nemici di Israele.

Non è la prima volta che il lavoro di Abraham viene contestato da esponenti della destra israeliana. Ma questa volta la reazione assume una dimensione diversa perché arriva immediatamente dopo un riconoscimento ottenuto sulla scena internazionale.

Il premio di Venezia ha infatti dato a Naza una visibilità difficilmente paragonabile a quella che avrebbe avuto in una normale distribuzione cinematografica. La pellicola è diventata in poche ore un titolo discusso ben oltre il circuito dei festival.

Che cosa racconta davvero Naza

Per comprendere la portata dello scontro è necessario guardare al contenuto del film.

Naza è un documentario di circa 80 minuti costruito attraverso testimonianze di persone che hanno lavorato nell’apparato militare e di intelligence israeliano. Le identità degli intervistati sono protette e le loro voci e immagini sono state alterate.

I racconti riguardano i sistemi di raccolta delle informazioni, la sorveglianza, l’individuazione dei possibili obiettivi e l’utilizzo di strumenti tecnologici nel conflitto a Gaza.

Uno dei punti più controversi riguarda proprio il ruolo dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi nella selezione dei bersagli. Il documentario sostiene che determinati sistemi avrebbero contribuito a elaborare una quantità enorme di informazioni e a produrre liste di potenziali obiettivi a una velocità tale da sollevare interrogativi sul grado di controllo umano esercitato sulle decisioni.

Tra le testimonianze riportate nel film ci sono anche affermazioni particolarmente gravi sulle modalità con cui sarebbe stato valutato il possibile numero di vittime civili associato a determinati attacchi. Si tratta, è importante sottolinearlo, di testimonianze raccolte dai registi e presentate nel documentario, non di fatti automaticamente trasformati in verità giudiziarie.

L’esercito israeliano ha contestato le ricostruzioni e ha respinto le accuse contenute nel film, mettendo in discussione anche la possibilità di verificare pienamente l’identità e l’attendibilità delle fonti anonime.

Il significato del titolo e la questione delle vittime civili

Anche il titolo della pellicola è parte della controversia.

“Naza” viene presentato come un termine utilizzato nell’ambito dell’intelligence militare israeliana per indicare una stima delle vittime civili previste durante un attacco.

È un concetto che concentra in una sola parola uno dei temi più controversi della guerra: quanto può essere considerata accettabile la previsione di vittime non combattenti quando un attacco viene autorizzato per colpire un determinato obiettivo?

Il film non si limita quindi a documentare le conseguenze dei bombardamenti. Cerca di entrare nel processo decisionale che precede un attacco, mettendo sotto osservazione la tecnologia, le procedure e le responsabilità umane.

È questo il punto che rende Naza particolarmente esplosivo sul piano politico.

Il precedente di No Other Land

Per Abraham, Naza rappresenta anche il proseguimento di un percorso cinematografico già fortemente politico.

Il regista aveva infatti lavorato a No Other Land, documentario realizzato insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, dedicato alla situazione nella Cisgiordania occupata. Il film aveva ottenuto un enorme riconoscimento internazionale, fino alla vittoria dell’Oscar per il miglior documentario.

La collaborazione tra cineasti israeliani e palestinesi aveva già fatto di Abraham una delle voci più osservate del cinema documentario legato al conflitto.

Con Naza il punto di osservazione cambia.

Non sono principalmente le comunità palestinesi a raccontare ciò che accade, ma persone provenienti dall’interno dell’apparato militare e di intelligence israeliano. Il tentativo degli autori è quello di mettere il pubblico davanti alle testimonianze di chi sostiene di aver conosciuto direttamente i meccanismi della macchina bellica.

È anche per questo che la reazione politica ha assunto toni così duri.

Il premio di Venezia diventa una sfida politica

Il riconoscimento veneziano non è arrivato in un’edizione qualsiasi della Mostra.

Il festival si è svolto in un contesto internazionale nel quale la guerra a Gaza continua a essere al centro del dibattito politico e culturale. Naza era l’unico documentario presente nella competizione principale per il Leone d’Oro e la sua presentazione aveva già provocato una forte attenzione mediatica.

Alla prima proiezione il film ha ricevuto una standing ovation di circa 25 minuti, diventando uno dei momenti più discussi dell’intera edizione.

Poi è arrivato il Premio Speciale della Giuria.

E con il premio è esplosa la polemica.

Da una parte, i sostenitori del film lo considerano un’importante operazione di giornalismo investigativo e testimonianza cinematografica. Dall’altra, esponenti del governo israeliano lo accusano di fornire una rappresentazione distorta delle operazioni militari e di danneggiare deliberatamente l’immagine del Paese.

Il contrasto non riguarda quindi soltanto un film.

Riguarda chi ha il diritto di raccontare una guerra, quali testimonianze possono essere ascoltate e fino a che punto la denuncia delle condotte dello Stato possa essere considerata una forma di tradimento.

Libertà artistica e accusa di tradimento

È qui che la vicenda dei due registi assume una portata che supera il cinema.

Abraham e Szor sono cittadini israeliani. Il loro lavoro, però, propone una lettura profondamente critica delle operazioni condotte a Gaza e utilizza testimonianze provenienti dall’interno delle istituzioni militari.

La reazione del governo porta dunque in primo piano una domanda delicatissima: criticando il proprio Paese durante una guerra si esercita un diritto democratico oppure si supera una linea che lo Stato considera incompatibile con la lealtà nazionale?

La risposta non può essere affidata soltanto alla politica.

Le accuse di tradimento rivolte ai registi sono, allo stato attuale, affermazioni politiche e non una condanna giudiziaria. Allo stesso modo, le accuse contenute nel documentario devono essere valutate distinguendo le testimonianze dei whistleblower dalle verifiche indipendenti e dalle contestazioni dell’esercito israeliano.

È proprio questa distinzione a rendere il caso ancora più significativo.

Naza, il film che Israele non può ignorare

Il paradosso è evidente: un film premiato a Venezia per la sua forza documentaria è diventato, nello stesso momento, un bersaglio politico nel Paese dei suoi stessi autori.

Zohar minaccia di intervenire sulla cittadinanza. Ben Gvir attacca pubblicamente i registi. L’esercito contesta le ricostruzioni. E intanto Naza conquista una platea internazionale sempre più vasta.

I due cineasti hanno già fatto sapere di voler portare il film anche al pubblico israeliano. È un passaggio fondamentale, perché il loro obiettivo non sembra essere soltanto quello di parlare all’estero del conflitto.

Vogliono che il film venga visto anche da chi vive in Israele.

Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui la vicenda continua a crescere. Un documentario può essere criticato, contestato, smentito. Ma quando un’opera cinematografica costringe una società a discutere delle proprie responsabilità, il dibattito non rimane più confinato allo schermo.

Dopo il premio di Venezia, Naza è diventato qualcosa di molto più grande di un film: un nuovo fronte dello scontro israeliano sulla guerra di Gaza, sulla libertà di espressione e sul diritto di raccontare dall’interno ciò che accade in nome dello Stato.

15 Settembre 2026
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