Caos alla Vuelta, Erola Jons perde l’accesso ai corridori
🌐 Erola Jons e Tadej Pogačar sono al centro della polemica che ha investito la Vuelta a España 2026: l’influencer, ingaggiata per avvicinare la corsa al pubblico più giovane, ha provocato proteste per il tono delle sue incursioni e ora dovrà ottenere l’autorizzazione dei team prima di parlare con i corridori.
La Vuelta a España è appena entrata nel vivo, ma la prima grande polemica del 2026 non arriva dalla strada. Arriva dai social, dalle aree riservate ai protagonisti e dal difficile equilibrio tra giornalismo sportivo, intrattenimento digitale e ricerca della viralità.
Al centro della vicenda c’è Erola Jons, creator catalana di 28 anni con milioni di follower, scelta dall’organizzazione della corsa per realizzare contenuti destinati soprattutto alle piattaforme digitali e a un pubblico giovane. Il progetto, almeno nelle intenzioni, era semplice: portare una delle grandi corse a tappe del mondo fuori dai confini della tradizionale narrazione ciclistica.
Il risultato delle prime giornate, però, è stato molto diverso da quello immaginato.
Dopo una serie di approcci ai corridori e soprattutto dopo un’interazione con Tadej Pogačar, il tono dei contenuti ha provocato reazioni molto dure tra giornalisti, addetti ai lavori e appassionati. La conseguenza è arrivata rapidamente: la Vuelta ha modificato le regole di accesso di Jons, impedendole di avere contatti diretti con i corridori senza il preventivo via libera delle squadre.
Chi è Erola Jons e perché è stata chiamata alla Vuelta
La presenza di Jons non nasce da un’iniziativa improvvisata.
La creator è conosciuta sui social per contenuti ironici nei quali interagisce con sconosciuti, spesso utilizzando un registro provocatorio e giocando sul flirt. Il suo seguito sulle piattaforme digitali è enorme e proprio questa capacità di intercettare un pubblico distante dalla comunicazione sportiva tradizionale avrebbe convinto l’organizzazione della Vuelta a coinvolgerla.
L’obiettivo era parlare la lingua dei social, rendere il grande ciclismo più immediato e costruire contenuti capaci di raggiungere utenti che normalmente non seguono una gara di tre settimane.
Una strategia comprensibile in un’epoca nella quale anche gli eventi sportivi devono competere per l’attenzione con TikTok, Instagram, YouTube e Twitch.
Il problema è sorto quando il linguaggio utilizzato dalla creator, pensato per altri contesti, è entrato in contatto con un ambiente molto particolare: quello di una gara professionistica nella quale i corridori hanno tempi, procedure, staff e obblighi completamente diversi da quelli di un normale creator content.
Il ciclismo professionistico non è un set televisivo qualsiasi

Il caso Pogačar: la scena che ha fatto esplodere la polemica
La situazione è diventata virale dopo il primo giorno di gara.
Jons ha cercato di coinvolgere Pogačar con una serie di battute e riferimenti personali, arrivando a chiamarlo “Pogachitar” e a rivolgergli una domanda che ha immediatamente attirato l’attenzione online: «Perché iperventili ogni volta che mi vedi?».
Il campione sloveno è apparso sorpreso dalla domanda e ha risposto chiedendo chiarimenti, prima di essere accompagnato via dai suoi impegni. La scena è stata interpretata da molti osservatori come un esempio di contenuto costruito più per generare una reazione che per raccontare la competizione.
Non è stato però soltanto l’episodio con Pogačar a generare malumore.
Nel corso delle prime giornate sono stati segnalati altri approcci ai corridori, con battute dal tono flirtante e provocatorio. Il caso più delicato ha riguardato Josh Tarling, avvicinato in un momento particolarmente sensibile anche alla luce della recente morte del fratello diciannovenne.
La questione, quindi, ha superato rapidamente il semplice giudizio sul “gusto” di un video.
La protesta del mondo del ciclismo
Il punto più discusso è diventato il confine tra intrattenimento e rispetto degli atleti.
Diversi giornalisti hanno criticato la decisione di concedere alla creator un accesso privilegiato a zone nelle quali normalmente operano professionisti accreditati. La contestazione non riguarda necessariamente la presenza di influencer nello sport, ma il modo in cui vengono gestiti accesso, responsabilità e rapporti con i corridori.
Il ciclismo è uno sport nel quale gli atleti trascorrono gran parte della giornata sottoposti a interviste, telecamere e richieste di contenuti. Ma esistono momenti nei quali la priorità resta la preparazione, il recupero o semplicemente la necessità di avere uno spazio protetto.
La ricerca della clip virale non può cancellare questi confini.
La giornalista Laura Meseguer ha inoltre sollevato una questione più ampia legata al ruolo delle donne nel ciclismo e al rischio che determinati comportamenti vengano normalizzati quando presentati come semplice intrattenimento. Il dibattito ha quindi assunto anche una dimensione culturale, oltre quella strettamente sportiva.

La UAE interviene e chiede nuove regole
La reazione più significativa è arrivata dall’ambiente di Pogačar.
La UAE Team Emirates-XRG ha chiesto che eventuali interazioni con i propri corridori fossero preventivamente autorizzate. Una richiesta che ha contribuito a spingere l’organizzazione verso una modifica concreta delle condizioni di lavoro della creator.
La Vuelta ha infatti deciso di limitare l’accesso diretto di Jons agli atleti e alle aree più sensibili, stabilendo che per parlare con i corridori sarà necessario ottenere prima l’autorizzazione delle rispettive squadre.
Non si tratta, dunque, di un allontanamento dalla corsa.
Jons continuerà a produrre contenuti durante la Vuelta, ma con un perimetro operativo più preciso. L’organizzazione le ha inoltre chiesto di adattare tono e stile al contesto di una competizione sportiva di alto livello.
La Vuelta difende l’idea, ma cambia il metodo
Un aspetto interessante della vicenda è che l’organizzazione non sembra aver rinnegato il progetto originario.
Il problema, piuttosto, è stato individuato nel modo in cui il format è stato applicato nelle prime giornate.
La posizione della Vuelta è che Jons sia stata coinvolta come creatrice di contenuti e non come giornalista, con il compito di realizzare materiale umoristico e orientato ai social. L’obiettivo era quindi diverso da quello della stampa tradizionale.
È una distinzione importante.
Un’intervista giornalistica cerca generalmente informazioni, dichiarazioni e contesto. Un contenuto social può invece puntare sull’immediatezza, sulla sorpresa e sulla personalità del creator.
Ma quando i due mondi condividono lo stesso spazio fisico, la differenza di ruolo non elimina la necessità di regole comuni sull’accesso agli atleti.

Il problema dei numeri: viralità sì, ma a quale prezzo?
C’è poi una domanda che riguarda direttamente il futuro dello sport.
Le federazioni e gli organizzatori vogliono conquistare il pubblico più giovane. È una necessità reale. I grandi eventi devono trovare nuovi linguaggi per non rimanere confinati alla televisione tradizionale.
Ma la viralità non coincide necessariamente con il successo editoriale.
Un video può accumulare commenti e visualizzazioni proprio perché suscita indignazione. Può diventare un fenomeno online senza contribuire davvero alla comprensione dello sport.
Ed è qui che si apre il vero dilemma della Vuelta.
Portare nuovi spettatori al ciclismo significa raccontare il ciclismo in modo diverso, non necessariamente trasformarlo in qualcos’altro.
La sfida consiste nel trovare creator capaci di comprendere la cultura dello sport e, contemporaneamente, di utilizzare gli strumenti narrativi delle nuove piattaforme.
Pogačar, intanto, sembra non aver dato troppo peso all’episodio
Un elemento curioso è che Pogačar stesso non sembra aver attribuito alla vicenda la stessa importanza che le è stata data all’esterno.
Quando è stato successivamente interrogato sull’episodio, il campione sloveno ha mostrato di non avere una conoscenza precisa della polemica esplosa online e di non ricordare particolarmente l’interazione.
Questo non cancella le critiche, ma aggiunge una sfumatura importante.
La polemica è diventata molto più grande del momento originale.
È un fenomeno tipico dell’era dei social: una manciata di secondi può essere estratta dal contesto, condivisa migliaia di volte e trasformarsi in una storia autonoma.
Il vero caso della Vuelta è il rapporto tra sport e influencer
Al di là di Erola Jons, la questione interessa ormai tutto il mondo dello sport.
Gli influencer possono portare pubblici nuovi, linguaggi nuovi e una capacità di distribuzione enorme. Ma hanno anche una responsabilità diversa rispetto a quella di un semplice spettatore.
Quando ricevono un pass ufficiale, un microfono e accesso alle zone riservate, diventano parte dell’ecosistema comunicativo dell’evento.

E questo comporta necessariamente dei limiti.
Non significa chiedere contenuti noiosi o trasformare ogni video in una conferenza stampa. Significa capire che un atleta non è soltanto un personaggio da utilizzare per generare engagement.
La Vuelta ha scelto di sperimentare. La prima fase dell’esperimento ha prodotto una quantità di attenzione decisamente superiore a quella probabilmente prevista, ma anche una reazione negativa che ha costretto l’organizzazione a intervenire.
Ora la sfida sarà capire se il nuovo protocollo riuscirà a salvare l’idea originaria senza ripetere gli errori delle prime giornate.
Perché il punto, alla fine, non è stabilire se il ciclismo debba aprirsi ai social.
Il ciclismo ci è già dentro.
La vera domanda è se riuscirà a farlo senza perdere il rispetto per chi, ogni giorno, mette il proprio corpo al limite per correre una gara.
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