8:46 am, 27 Luglio 26 calendario

Anche un mazzo di fiori può essere stalking, provvedimenti in vista

Di: Maria Vittoria Puzzo

🌐 Anche un mazzo di fiori può essere stalking: una nuova sentenza della Corte di Cassazione chiarisce che un gesto normalmente considerato gentile o romantico può integrare il reato di atti persecutori quando si inserisce in un contesto di molestie già accertate. La decisione riguarda il caso di un uomo che, nonostante una precedente condanna e il divieto di contattare l’ex compagna, le aveva inviato due bouquet in giorni diversi. Per i giudici, il significato del gesto dipende dal contesto e dalla percezione della vittima, non dalla sua apparente innocuità.

La Cassazione: non è il gesto in sé a fare la differenza, ma il contesto

Un mazzo di fiori è da sempre associato a sentimenti positivi. Può rappresentare un segno di affetto, un augurio, una richiesta di perdono o una dimostrazione d’amore. Nella cultura comune è difficilmente percepito come qualcosa di minaccioso.

Eppure, la Corte di Cassazione ha stabilito che, in determinate circostanze, anche un gesto di questo tipo può assumere un significato completamente diverso e contribuire a integrare il reato di atti persecutori, comunemente conosciuto come stalking.

La decisione non introduce un nuovo principio giuridico, ma ribadisce un concetto già presente nella giurisprudenza italiana: nessun comportamento può essere valutato isolatamente, senza considerare il rapporto tra autore e destinatario, gli episodi precedenti e gli effetti concreti prodotti sulla vittima.

La sentenza è destinata a far discutere perché riguarda un’azione che, presa singolarmente, potrebbe apparire innocua. Tuttavia, secondo i giudici, quando quel gesto diventa parte di una condotta persecutoria già accertata assume un significato completamente diverso.

Il caso: due bouquet inviati all’ex nonostante il divieto

La vicenda nasce da una storia già segnata da una precedente condanna.

L’uomo protagonista del procedimento era stato riconosciuto colpevole di atti persecutori nei confronti dell’ex fidanzata. Nei suoi confronti era stato disposto anche il divieto di avvicinamento e di comunicazione con la donna.

Nonostante questo provvedimento, nel 2022 decise di farle recapitare due mazzi di fiori, in due occasioni differenti.

Il primo bouquet era accompagnato esclusivamente da un biglietto di auguri per l’onomastico.

Il secondo, invece, conteneva anche frasi offensive e volgari.

Per questi episodi l’uomo è stato condannato sia in primo grado sia in appello.

Successivamente la difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che almeno il primo invio, privo di insulti o minacce, non avrebbe potuto essere considerato penalmente rilevante.

Perché anche il primo mazzo di fiori è stato considerato stalking

Il punto centrale della decisione riguarda proprio il primo bouquet.

Secondo la difesa si trattava semplicemente di un gesto educato e apparentemente privo di qualsiasi contenuto offensivo.

La Cassazione ha respinto questa interpretazione.

I giudici hanno spiegato che il significato di un comportamento non può essere valutato in astratto, ma deve essere inserito nella storia concreta tra le persone coinvolte.

In questo caso esistevano già:

  • una condanna definitiva;
  • un divieto di avvicinamento;
  • un divieto di comunicazione;
  • una situazione di forte sofferenza della vittima.

Alla luce di questo contesto, anche un semplice omaggio floreale assumeva un valore completamente diverso.

Non rappresentava un gesto di cortesia.

Costituiva piuttosto la dimostrazione della volontà dell’uomo di continuare a entrare nella vita della donna, ignorando le decisioni dell’autorità giudiziaria e il desiderio della vittima di interrompere qualsiasi rapporto.

Il principio affermato dalla Corte

La sentenza ribadisce un principio ormai consolidato nel diritto penale italiano.

Per configurare il reato di atti persecutori, non è sufficiente valutare la forma esteriore del comportamento.

Occorre verificare:

  • il contesto;
  • la reiterazione delle condotte;
  • il rapporto tra autore e vittima;
  • gli effetti psicologici provocati.

Un gesto che, tra due persone prive di precedenti conflitti, potrebbe essere perfettamente normale, assume una valenza completamente diversa quando viene compiuto dopo mesi o anni di molestie, minacce o persecuzioni.

In altre parole, non sono i fiori a essere vietati, ma il significato che assumono all’interno di una condotta persecutoria.

Il requisito della reiterazione

La Cassazione ha affrontato anche un altro aspetto importante.

Il reato di stalking richiede infatti una pluralità di comportamenti.

La legge punisce una condotta abituale e non un singolo episodio isolato.

Nel caso esaminato, i giudici hanno ritenuto che:

  • il primo invio dei fiori;
  • il secondo invio accompagnato dagli insulti;

costituissero due distinti episodi persecutori.

Proprio questa ripetizione ha consentito di integrare il requisito della reiterazione richiesto dalla normativa.

Quando un gesto cambia significato

Uno degli elementi più interessanti della decisione riguarda il concetto di contesto relazionale.

Un bouquet può significare molte cose.

Può essere:

  • un regalo;
  • una richiesta di scuse;
  • una dimostrazione d’affetto;
  • un omaggio formale.

Ma può anche trasformarsi in uno strumento di pressione psicologica.

Quando la persona che lo riceve ha già espresso chiaramente la volontà di interrompere ogni rapporto, e quando esistono provvedimenti giudiziari che vietano qualsiasi contatto, quel gesto perde la propria neutralità.

Secondo la Corte, il primo mazzo di fiori comunicava alla vittima un messaggio preciso:

“Non intendo fermarmi.”

È proprio questa percezione ad assumere rilevanza penale.

La tutela della libertà psicologica

Il reato di stalking non tutela soltanto l’incolumità fisica.

Protegge anche la libertà psicologica della persona offesa.

Una vittima di atti persecutori vive spesso una condizione caratterizzata da:

  • paura;
  • ansia;
  • stato di allerta continuo;
  • modifica delle proprie abitudini quotidiane.

Anche un comportamento apparentemente innocuo può riattivare questo stato emotivo.

Ricevere un mazzo di fiori da chi è stato già condannato per persecuzione può rappresentare un forte elemento di stress, proprio perché comunica che il contatto non è realmente terminato.

Perché la sentenza è importante

La decisione della Cassazione non cambia la legge.

Offre però un chiarimento destinato ad avere effetti pratici importanti.

Il messaggio è che i giudici devono sempre valutare il quadro complessivo.

Non basta chiedersi se un gesto, considerato isolatamente, sia offensivo.

Occorre comprendere:

  • chi lo compie;
  • verso chi è diretto;
  • quale storia esiste tra le parti;
  • quale effetto produce.

Questa impostazione evita il rischio di sottovalutare comportamenti che, pur non essendo esplicitamente minacciosi, possono contribuire a mantenere la vittima in uno stato di costante pressione psicologica.

Il confine tra cortesia e molestia

Uno dei motivi per cui la sentenza ha attirato tanta attenzione è proprio la difficoltà di distinguere, in alcuni casi, un gesto di cortesia da una molestia.

Il diritto penale non considera automaticamente illecito l’invio di un regalo.

Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi un mazzo di fiori rappresenta un comportamento perfettamente lecito.

La differenza emerge quando:

  • esistono precedenti episodi persecutori;
  • la vittima ha manifestato il rifiuto di qualsiasi contatto;
  • sono presenti provvedimenti restrittivi;
  • il gesto si inserisce in una condotta reiterata.

In queste situazioni anche un comportamento normalmente positivo può trasformarsi in un mezzo di intimidazione.

Il ruolo dei provvedimenti giudiziari

Nel caso esaminato, assume particolare rilievo il fatto che l’uomo fosse già destinatario di un divieto di avvicinamento e di comunicazione.

Questi provvedimenti hanno proprio la funzione di interrompere ogni forma di contatto tra autore e vittima.

Aggirarli attraverso regali, messaggi indiretti o altre iniziative significa, secondo i giudici, mantenere viva quella pressione che il provvedimento intende eliminare.

La sentenza rafforza quindi il valore concreto delle misure di protezione previste dall’ordinamento.

Una decisione destinata a fare giurisprudenza

Pur riferendosi a un caso specifico, la pronuncia della Cassazione offre un’indicazione importante anche per i futuri procedimenti.

Il principio affermato è destinato a orientare l’interpretazione di situazioni analoghe, ricordando che il diritto penale guarda al significato reale dei comportamenti, non soltanto alla loro apparenza.

Questo non significa che regalare fiori possa essere automaticamente considerato stalking.

Al contrario, la decisione sottolinea che ogni vicenda deve essere valutata nelle sue peculiarità, evitando sia generalizzazioni sia sottovalutazioni.

Il messaggio della sentenza: conta la storia, non solo il gesto

La decisione della Corte di Cassazione rappresenta un ulteriore tassello nell’evoluzione della tutela delle vittime di atti persecutori. Il principio affermato è chiaro: un comportamento apparentemente innocuo può assumere una rilevanza penale quando viene inserito in una sequenza di condotte persecutorie già accertate e quando viola il diritto della vittima a vivere libera da intrusioni e pressioni psicologiche.

Il caso dei due mazzi di fiori dimostra come il significato di un gesto non dipenda esclusivamente dalla sua forma esteriore, ma dal contesto nel quale viene compiuto. In presenza di una precedente condanna, di un divieto di contatto e di una storia di persecuzioni, anche un omaggio floreale può diventare il simbolo della volontà di non interrompere la relazione imposta alla vittima. È proprio questa lettura complessiva, fondata sulla protezione della libertà e della serenità della persona offesa, a costituire il cuore della pronuncia della Suprema Corte.

27 Luglio 2026 ( modificato il 25 Luglio 2026 | 12:50 )
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