Lavitola nega ogni coinvolgimento: “Non sono il mandante”
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Toggle🌐 Lavitola respinge con decisione le accuse della Procura di Roma sull’attentato contro Sigfrido Ranucci. L’imprenditore, indagato come presunto mandante, si è dichiarato estraneo ai fatti, ha parlato di accuse che lo hanno “sconcertato” e ha richiamato il rapporto personale che sostiene di aver avuto con il giornalista. L’inchiesta è ancora nella fase delle indagini preliminari e le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.
Un’inchiesta ancora aperta, con accuse tutte da verificare
L’indagine sull’attentato dinamitardo che ha coinvolto il giornalista Sigfrido Ranucci entra in una fase delicata con l’interrogatorio di Valter Lavitola, indicato dalla Procura di Roma come presunto mandante dell’episodio. Si tratta di un procedimento ancora nella fase investigativa, nella quale le contestazioni dell’accusa devono essere sottoposte al vaglio della magistratura e l’indagato beneficia pienamente della presunzione di innocenza prevista dall’ordinamento.
Nel corso della sua comparizione davanti ai pubblici ministeri, Lavitola ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande, esercitando un diritto riconosciuto a ogni persona sottoposta a indagine. Prima di farlo, però, ha reso dichiarazioni spontanee con cui ha respinto in modo netto ogni addebito.
La sua posizione difensiva è chiara: nega qualsiasi coinvolgimento nell’attentato, afferma di non conoscere gli autori dell’azione e sostiene di non avere alcun movente che possa giustificare un’accusa di questo genere.

La linea difensiva: “Non sono stato io”
Il cuore della strategia difensiva emerge dalle parole pronunciate davanti ai magistrati.
Lavitola ha dichiarato di non essere il responsabile dell’attentato e di non sapere chi possa averlo organizzato. Ha inoltre affermato di non riuscire neppure a immaginare quale possa essere stato il movente dell’episodio.
La scelta di rendere dichiarazioni spontanee prima di avvalersi della facoltà di non rispondere rappresenta una modalità prevista dal codice di procedura penale e consente all’indagato di esporre la propria versione senza sottoporsi all’interrogatorio.
Dal punto di vista della difesa, questo passaggio assume un significato preciso: manifestare fin dall’inizio una totale estraneità ai fatti contestati.
“Sono sconcertato”: il richiamo ai rapporti con Ranucci
Uno degli aspetti più rilevanti delle dichiarazioni rese riguarda il rapporto personale tra Lavitola e Sigfrido Ranucci.
L’imprenditore ha spiegato di essere rimasto profondamente colpito dall’accusa, definendosi “sconcertato” e sostenendo che tra lui e il giornalista esistesse un rapporto di amicizia molto stretto, arrivando a parlare di una relazione di “fraternità”.
Si tratta di un elemento che la difesa considera incompatibile con l’ipotesi accusatoria.
Naturalmente sarà compito degli investigatori verificare la natura dei rapporti intercorsi tra i due e valutarne l’eventuale rilevanza nel quadro complessivo delle indagini.

La presenza nei pressi del luogo dell’attentato
Tra gli elementi finiti all’attenzione degli inquirenti vi sarebbe anche la presenza di Lavitola nella zona dove si è verificato l’attentato alcune settimane prima dei fatti.
Anche su questo punto l’imprenditore ha fornito una spiegazione.
Secondo la sua ricostruzione, si sarebbe recato frequentemente in quel luogo proprio per incontrare Ranucci, circostanza che, nella prospettiva difensiva, renderebbe del tutto naturale la sua presenza nell’area e priva di significato indiziante.
Nella fase delle indagini sarà la Procura a valutare tale spiegazione insieme agli altri elementi raccolti.
Il nodo del presunto intermediario
Un altro passaggio riguarda la figura di Gomes Clesio Tavares, indicato nell’inchiesta come presunto intermediario.
Lavitola ha escluso di avergli affidato incarichi collegati alla vicenda.
Secondo quanto riferito dall’imprenditore, il cittadino straniero si troverebbe abitualmente in Camerun per motivi personali e professionali, una circostanza che, a suo dire, potrebbe essere verificata attraverso la documentazione relativa ai suoi spostamenti.
Anche questa ricostruzione sarà oggetto delle verifiche investigative.
Il significato della facoltà di non rispondere
Nell’opinione pubblica la decisione di non rispondere ai magistrati viene talvolta interpretata come un elemento negativo.
Dal punto di vista giuridico, però, la situazione è diversa.
La facoltà di non rispondere costituisce un diritto fondamentale della difesa, garantito a ogni indagato. Il suo esercizio non può essere interpretato come un’ammissione di responsabilità né come un indizio di colpevolezza.
Per questo motivo la scelta compiuta da Lavitola rientra pienamente nelle garanzie previste dal sistema processuale italiano.
La presunzione di innocenza resta un principio centrale
L’attenzione mediatica che accompagna procedimenti di forte impatto pubblico rischia spesso di sovrapporsi ai tempi della giustizia.
È quindi opportuno ricordare che un’indagine non equivale a una condanna.
Nel nostro ordinamento ogni persona è considerata innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Ciò significa che le accuse formulate dalla Procura rappresentano un’ipotesi investigativa che dovrà essere sostenuta da elementi probatori e sottoposta al contraddittorio tra accusa e difesa.
Cosa dovrà accertare l’inchiesta
Le indagini proseguiranno per chiarire diversi aspetti della vicenda, tra cui:
- l’eventuale movente dell’attentato;
- i rapporti tra i soggetti coinvolti;
- la ricostruzione cronologica dei fatti;
- il ruolo delle persone indicate dagli investigatori;
- la verifica delle dichiarazioni rese dall’indagato.
Solo al termine di questo percorso sarà possibile comprendere se gli elementi raccolti siano sufficienti a sostenere l’accusa in un eventuale processo.

Un procedimento ancora tutto da scrivere
Il caso continua a suscitare grande interesse per la notorietà delle persone coinvolte e per la gravità delle contestazioni formulate dagli inquirenti. Allo stesso tempo, la posizione espressa da Valter Lavitola offre una lettura radicalmente diversa rispetto all’impostazione accusatoria.
L’imprenditore nega ogni responsabilità, afferma di non avere alcun legame con l’organizzazione dell’attentato e sostiene che il rapporto personale con Sigfrido Ranucci renda illogica l’ipotesi di un suo coinvolgimento. Le spiegazioni fornite sulla sua presenza nella zona dei fatti e sul ruolo attribuito al presunto intermediario costituiscono i principali pilastri della sua linea difensiva.
Sarà ora il prosieguo delle indagini, e se necessario l’eventuale processo, a verificare la fondatezza delle accuse e delle contestazioni difensive. Fino ad allora, il principio della presunzione di innocenza impone di considerare le responsabilità come ancora da accertare, nel pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge per tutte le parti coinvolte.
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