9:25 am, 28 Gennaio 26 calendario

🌐 Iran, repressione militare e blackout: denunciati i massacri

Di: Redazione Metrotoday
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Amnesty International denuncia una massiccia repressione militare in Iran per nascondere i massacri dei manifestanti con arresti di massa, sparizioni forzate, blackout di internet e intimidazioni alle famiglie delle vittime. La comunità internazionale intensifica la pressione e si prepara una sessione speciale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.

In Iran, mentre il mondo guarda con crescente inquietudine, le autorità stanno conducendo una repressione militare senza precedenti per soffocare il dissenso e tentare di occultare i massacri dei manifestanti scoppiati l’8 e il 9 gennaio 2026. Secondo un rapporto di Amnesty International, arresti sommari e di massa, sparizioni forzate, divieti di raduno e azioni intimidatorie contro le famiglie delle vittime stanno caratterizzando una soffocante militarizzazione del paese.

Una repressione coordinata e militarizzata

Dopo i due giorni di sangue dell’8 e 9 gennaio, quando le forze di sicurezza iraniane compirono uccisioni illegali su scala mai vista prima di oggi, le autorità hanno lanciato una campagna nazionale coordinata per impedire ulteriori espressioni di dissenso e nascondere le prove dei crimini commessi.

Le misure adottate includono il blackout totale di internet, il dispiegamento di pattuglie armate con armi pesanti, coprifuoco notturni e il divieto di raduni di più di due persone. Queste azioni hanno trasformato intere città in zone militarizzate, dove persino spostarsi da un quartiere all’altro è diventato pericoloso e difficile.

Numeri che divergono: dalla censura ai dati interni

Il bilancio delle vittime resta controverso e profondamente dipendente dalle fonti. Il governo iraniano ha annunciato ufficialmente la morte di 3.117 manifestanti, mentre la Relatrice speciale delle Nazioni Unite per l’Iran, Mai Sato, ha parlato di almeno 5.000 morti in un’intervista prima della fine del mese di gennaio.

Fonti giornalistiche internazionali, citando funzionari sanitari anonimi all’interno dell’Iran, hanno riferito che nelle sole 48 ore dell’8 e 9 gennaio potrebbero essere state uccise più di 30.000 persone, in una escalation di violenza che ha saturato gli ospedali e richiesto l’uso di camion per il trasporto delle salme.

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Arresti arbitrari e sparizioni forzate

Oltre ai decessi, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente in tutto il paese, tra cui studenti, difensori dei diritti umani, giornalisti e membri delle minoranze etniche e religiose. Amnesty International ha raccolto testimonianze che descrivono incursioni notturne nelle case, arresti nei luoghi di lavoro e persino all’interno di ospedali, dove pazienti feriti sono stati prelevati dalle forze di sicurezza e portati in centri di detenzione non ufficiali.

Le persone arrestate sono spesso vittime di sparizione forzata — trattenute in strutture non registrate, senza informazioni disponibili sulla loro sorte. Ad alcuni sono state fatte firmare confessioni forzate di crimini mai commessi, trasmesse poi dalle televisioni di stato per giustificare la repressione.

Tortura e violenze in custodia

Le testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani parlano anche di maltrattamenti, torture fisiche e sessuali, minacce di esecuzione e negazione di cure mediche adeguate ai detenuti. Un rapporto del Kurdistan Human Rights Network ha confermato che almeno un minorenne, 16 anni, è stato sessualmente aggredito in custodia dalle forze di sicurezza.

Intimidazioni sistematiche alle famiglie delle vittime

Le autorità non si limitano ai manifestanti: le famiglie delle persone uccise o arrestate sono sottoposte a pressioni indiscriminate. In molte province, i corpi non vengono consegnati senza il pagamento di somme elevate o la firma di impegni a rimanere in silenzio; in altri casi, ai parenti viene chiesto di apparire in video di propaganda per sostenere la narrazione ufficiale secondo cui le vittime erano membri delle milizie basij uccisi dai “terroristi”.

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Blackout e isolamento mediatico

L’imposizione di un blackout di internet a partire dall’8 gennaio ha reso estremamente difficile la raccolta di informazioni indipendenti e la documentazione delle violazioni dei diritti umani. Questo oscuramento dei flussi informativi — denunciato come una grave violazione dei diritti umani — ha isolato 90 milioni di persone dal resto del mondo e ha ostacolato la condivisione di prove cruciali, come video e fotografie.

Pressione internazionale in crescita

La gravità della situazione ha spinto l’ONU a convocare una sessione speciale del Consiglio dei diritti umani, dove il capo dei diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato la repressione come “brutale” e ha esortato l’Iran a porre fine alle violazioni.

Tuttavia, la risposta diplomatica resta frammentata: alcuni paesi, tra cui India e altri Stati, hanno votato contro risoluzioni che condannano Teheran, evidenziando tensioni geopolitiche in seno all’ONU.

Appelli per azioni urgenti

Amnesty International chiede, tra l’altro, il ripristino immediato dell’accesso a internet, la scarcerazione di tutti i detenuti arbitrariamente arrestati, la protezione dei detenuti da torture e maltrattamenti e la cessazione di tutte le intimidazioni contro le famiglie delle vittime.

Mentre la comunità internazionale discute possibili meccanismi indipendenti di giustizia e responsabilità penale internazionale, il popolo iraniano continua a scontrarsi con la violenza di uno Stato determinato a mantenere il controllo anche attraverso il terrore.

In Iran, la repressione militare non è solo una risposta alle proteste: è un tentativo deliberato di cancellare la verità e costringere il silenzio su una tragedia che potrebbe segnare uno dei capitoli più oscuri della storia recente del paese.

28 Gennaio 2026 ( modificato il 26 Gennaio 2026 | 22:29 )
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