8:55 am, 26 Gennaio 26 calendario

🌐 Cina, 17mila meganavi da pesca per la distruzione dei mari

Di: Redazione Metrotoday
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Una flotta di circa 17 mila pescherecci cinesi opera nei mari di tutto il mondo con impatti ambientali, sociali ed economici. Secondo stime indipendenti, questi mezzi costituiscono una delle più grandi “armate” di pesca lontano dalle acque nazionali, con gravi conseguenze per gli ecosistemi marini, la sicurezza alimentare e le comunità costiere. La Cina rivendica controlli e sostenibilità, ma osservatori internazionali denunciano scarsa trasparenza e pratiche insostenibili.

Dal Pacifico all’Atlantico, dal largo delle coste africane alle acque dell’America Latina, una “flotta di distruzione” cinese sta cambiando i mari del mondo. Il reportage pubblicato su Huffington Post ha richiamato l’attenzione sull’espansione massiccia delle operazioni di pesca cinesi, con una stima di circa 17 mila grandi imbarcazioni da pesca operanti in alto mare, un numero che surclassa di gran lunga le flotte distanti di molte altre nazioni.

Questi pescherecci viaggiano spesso lontano dalle acque territoriali cinesi, operando in zone economiche esclusive di altri Stati come quelle del West Africa e del Sud Pacifico. La loro presenza è resa possibile da sostanziosi sussidi statali, tecnologie avanzate di pesca e attività di lunga durata in mare, che consentono loro di operare per settimane o mesi senza rientrare nei porti.

Secondo analisti indipendenti, questa armata di imbarcazioni non solo cattura enormi quantità di risorse ittiche, ma lo fa con metodi che sono spesso descritti come devastanti per l’ambiente, inclusa la pesca di fondo e altri sistemi industriali che danneggiano gli ecosistemi marini.

Un’espansione oltre le stime

L’idea che la Cina possa schierare una flotta di quasi 17 mila pescherecci da pesca in acque internazionali e straniere proviene da studi come quello dell’Overseas Development Institute (ODI), secondo cui la flotta di pesca in alto mare — spesso definita Distant Water Fishing (DWF) — sarebbe ben più ampia di quanto riconosciuto ufficialmente.

“Le stime più recenti suggeriscono che la flotta da pesca in alto mare cinese sia cinque‑otto volte più grande di quanto si pensasse,” afferma il rapporto dell’ODI. In totale sono stati identificati circa 16 966 pescherecci, molti dei quali battenti bandiera cinese o registrati in paesi con capacità di monitoraggio limitata, come diverse nazioni africane.

Questa dimensione non ha precedenti: confrontata con altre potenze marittime, la flotta cinese supera di gran lunga quelle di Unione Europea o Stati Uniti, che contano appena poche centinaia di grandi imbarcazioni operative al largo.

Impatto sull’ambiente e gli ecosistemi marini

L’espansione della flotta cinese è oggi considerata una delle principali cause di stress per gli ecosistemi marini globali. La pesca industriale intensiva e indiscriminata — in particolare con tecniche come il trawling di fondo — può alterare profondamente le catene alimentari oceaniche.

Secondo un rapporto del Daily Mirror citato da analisti ambientali, questi pescherecci operano con scarsa trasparenza, monitoraggio debole e frequenti violazioni di norme locali, in alcune aree causando crolli significativi delle risorse ittiche e distruzione di habitat come barriere coralline e fondali marini.

I dati raccolti mostrano che nel periodo 2022‑2024 le imbarcazioni cinesi hanno rappresentato oltre il 44 % dell’attività industriale di pesca visibile a livello globale, con oltre 110 milioni di ore trascorse in mare. Questo livello di presenza è ritenuto insostenibile da ONG e ricercatori, che parlano di una “pressione ecologica senza precedenti”.

Conseguenze sociali ed economiche

L’afflusso massiccio di pescherecci cinesi nelle acque esterne ha impatti non solo sull’ambiente, ma anche sulle economie locali e sulla sicurezza alimentare delle comunità costiere.

In molte nazioni dell’Africa occidentale, per esempio, fino a qualche decennio fa le comunità locali vivevano principalmente di pesca artigianale. Oggi, l’arrivo della flotta cinese ha soffocato le piccole imbarcazioni tradizionali, che non riescono a competere con l’efficienza, la scala e le sovvenzioni statali delle grandi navi industriali.

Questa invasione marina ha provocato un calo delle catture per i pescatori locali, portando a un aumento della disoccupazione e alla perdita di reddito in molte comunità con basse risorse. In Nigeria, ad esempio, si stima che la pesca illegale abbia causato perdite economiche di decine di milioni di dollari, con gravi effetti sulla sicurezza alimentare e sulle attività economiche locali.

La risposta della Cina

Di fronte alle critiche internazionali, Pechino ha avanzato risposte ufficiali volte a sostenere che le accuse di espansione incontrollata e pesca illegale siano esagerate o distorte. Secondo una pubblicazione governativa, le autorità cinesi sostengono di aver limitato il numero di pescherecci distanti a circa 2 500 e controllato rigorosamente la gestione delle flotte, con multe e sospensioni per chi viola le regole.

Tuttavia, osservatori indipendenti osservano che queste dichiarazioni ufficiali spesso non combaciano con le evidenze satellitari e le analisi delle rotte di pesca, che mostrano migliaia di navi cinesi al lavoro sui mari di mezzo mondo.

Il governo cinese ha inoltre introdotto nuove linee guida e normative per combattere la pesca illegale, migliorare la tracciabilità e rafforzare l’ispezione nei porti, in linea con accordi internazionali come l’Accordo sulle misure nello Stato di porto della FAO.

L’espansione delle pescherecce cinesi ha sollevato un ampio dibattito internazionale su come bilanciare sovranità nazionale, sviluppo economico e tutela delle risorse naturali marine. Paesi costieri, organismi internazionali e ONG chiedono una maggiore trasparenza, regole di gestione condivise e standard più rigorosi per il monitoraggio dei pescherecci in alto mare.

Molti esperti sostengono che l’enorme scala dell’attività di pesca cinese sia insostenibile per la salute degli oceani e per le comunità umane che dipendono dalle risorse ittiche, richiedendo un coordinamento globale più efficace per prevenire ulteriori danni.

Un oceano in bilico

La notizia della Cina e della sua flotta di quasi 17 mila pescherecci in alto mare non è solo un fatto isolato, ma un indicatore di sfide fondamentali per la governance degli oceani nel XXI secolo. La capacità produttiva cinese, sostenuta da ingenti sussidi e tecnologie avanzate, ha trasformato l’economia della pesca globale, ma ha anche alzato un campanello d’allarme per ecosistemi marini, economie costiere e sicurezza alimentare a livello mondiale.

26 Gennaio 2026 ( modificato il 17 Gennaio 2026 | 23:01 )
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