12:43 pm, 18 Gennaio 26 calendario

🌐 Smart glasses Meta, tecnologia e diritti in conflitto

Di: Redazione Metrotoday
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Gli occhiali intelligenti conosciuti come smart glasses prodotti da Meta, in collaborazione con EssilorLuxottica, sono diventati ben più di un gadget tecnologico di moda: sono il fulcro di un acceso confronto tra diritto alla privacy, innovazione digitale e responsabilità delle autorità di controllo.

La vicenda è esplosa con un servizio della trasmissione Report di Rai 3, che ha sollevato dubbi sulla gestione dell’indagine da parte del Garante per la protezione dei dati personali sulla conformità dei Ray‑Ban Stories (la prima generazione di smart glasses lanciata nel 2021) alle norme europee sulla privacy e sul trattamento dei dati.

Al centro del dibattito c’è l’accusa che Meta avrebbe violato la normativa sulla protezione dei dati personali, perché i dispositivi permettono di registrare immagini e audio con telecamere integrate mentre il soggetto ripreso potrebbe non esserne consapevole. Secondo l’anticipazione pubblicata da Repubblica, inizialmente era stata proposta una multa di circa 44 milioni di euro a Meta, poi ridotta a una cifra significativamente inferiore e infine annullata per decorrenza dei termini, suscitando forti critiche.

Come funzionano gli occhiali smart di Meta (e perché ...

Come funzionano gli smart glasses Meta

Gli smart glasses di Meta (in particolare i Ray‑Ban Meta, evoluzione dei Ray‑Ban Stories) integrano telecamere, microfoni, altoparlanti e connessioni wireless, oltre a funzioni di intelligenza artificiale che possono scattare foto e registrare video direttamente dal punto di vista dell’utilizzatore. Essi si connettono via Bluetooth a uno smartphone e consentono di salvare o condividere contenuti tramite app dedicate.

Queste funzionalità, pur rappresentando un’innovazione nel campo dei dispositivi wearable connessi, sollevano preoccupazioni sulla trasparenza della registrazione delle immagini e sul consenso delle persone che non indossano gli occhiali ma possono essere riprese. La piccola luce LED che dovrebbe segnalare l’avvio di una registrazione, secondo critici e regolatori, è spesso considerata insufficiente a mettere gli astanti in condizione di sapere che stanno per essere filmati.

Il ruolo del Garante per la Privacy e lo scontro con Report

Secondo gli investigatori della trasmissione Rai, il Garante avrebbe gestito l’istruttoria in modo poco trasparente, con la trasformazione di una proposta di sanzione molto alta in una sanzione minima — e poi un suo annullamento per motivi procedurali — suscitando sospetti di “protezione eccessiva” nei confronti della Big Tech americana.

La tensione ha portato a un’indagine della Procura di Roma sul collegio del Garante per ipotesi di reati quali peculato e corruzione, tra cui la gestione delle sanzioni contestate a Meta e ad altre società come Ita Airways per criticità nelle procedure di tutela dei dati.

Diverse fonti sottolineano come l’inchiesta di Report sia stata considerata dal Garante “destituita di ogni fondamento o frutto di una scarsa conoscenza della disciplina o, peggio, di malafede”, e l’Autorità avrebbe chiesto di non mandare in onda il servizio, pur confermando che non vi siano rischi di danno erariale configurabili nel corso del procedimento.

Il conduttore Sigfrido Ranucci ha replicato accusando il Garante di tentare di fermare la trasmissione e di non voler affrontare un dibattito pubblico su come siano state gestite le sanzioni e le procedure tecniche.

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Alle origini delle preoccupazioni: privacy e tecnologia wearable

Il caso italiano si inserisce in un quadro europeo più ampio di preoccupazioni legate alla diffusione di dispositivi con telecamere integrate. Già nel 2021, la Data Protection Commission irlandese — principale autorità regolatrice per Meta in Europa — aveva sollevato dubbi sull’efficacia della piccola luce LED sugli occhiali smart per informare le persone inquadrate che stavano per essere registrate.

Negli anni successivi, gruppi per i diritti digitali hanno evidenziato come questi dispositivi possano metttere a rischio la privacy dei non utilizzatori in spazi pubblici o privati, e come la raccolta di dati, soprattutto se combinata con tecnologie di intelligenza artificiale, possa generare analisi comportamentali, tracciamenti e persino inferenze su attributi sensibili degli utenti e delle persone riprese — un tema esplorato anche nella ricerca accademica su realtà aumentata e dati biometrici.

Big Tech e governance digitale: cosa ci insegna il caso

Il dibattito sugli smart glasses Meta evidenzia una tensione crescente tra innovazione tecnologica e tutela dei diritti fondamentali in un’epoca in cui dispositivi indossabili più sofisticati stanno entrando nella vita quotidiana. Protagonisti globali come Meta puntano a fare di questi dispositivi non soltanto strumenti per catturare contenuti, ma anche punti di accesso avanzati ad ambienti digitali e di intelligenza artificiale.

Allo stesso tempo, le autorità di controllo — sia nazionali che europee — sono chiamate a interpretare regole spesso formulate prima dell’avvento di tecnologie così pervasive, bilanciando la protezione della privacy con la libertà di innovare e la certezza del diritto.

Il caso ha assunto anche una dimensione politica: alcuni osservatori hanno sottolineato come dispute di questo tipo possano influenzare la percezione pubblica delle istituzioni di controllo e la fiducia nei regolatori, mentre altri vedono l’esposizione mediatica come un catalizzatore per aggiornare normative e standard in materia di tecnologie di sorveglianza e wearable digitali.

In questo senso, la vicenda degli smart glasses non è soltanto una questione tecnica o giuridica, ma un esempio emblematico della sfida che la società moderna deve affrontare per conciliare diritti digitali, trasparenza e sviluppo tecnologico responsabile.

18 Gennaio 2026 ( modificato il 17 Gennaio 2026 | 22:49 )
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