Jaguarundi, il raro gatto lontra nato alla Torbiera
Ha il muso di un piccolo felino, il corpo allungato di una donnola e una coda che sembra appartenere a un animale completamente diverso. Per questo lo hanno soprannominato “gatto lontra”.
Il suo vero nome è jaguarundi, Herpailurus yagouaroundi, ed è uno dei felini più insoliti dell’America Centrale e Meridionale.
Ora un esemplare ancora più particolare è arrivato in Italia.
Al Parco Faunistico La Torbiera di Agrate Conturbia, in provincia di Novara, è nato un cucciolo di jaguarundi. La notizia ha attirato rapidamente l’attenzione del pubblico, anche grazie all’aspetto quasi “da peluche” del piccolo.
Ma dietro la tenerezza delle immagini c’è una storia molto più interessante.
Perché il jaguarundi è un animale difficile da vedere, poco conosciuto rispetto a giaguari, puma e ocelot e ancora oggi caratterizzato da grandi lacune nelle conoscenze sulla consistenza delle popolazioni selvatiche. La specie è classificata globalmente come “Least Concern” dalla IUCN, quindi non è corretto definirla a livello mondiale una specie prossima all’estinzione. In diverse aree, tuttavia, le popolazioni sono considerate più vulnerabili e le principali minacce sono la perdita e la frammentazione degli habitat.
Il cucciolo di Novara, insomma, non è soltanto una nuova attrazione per i visitatori.
È anche l’occasione per conoscere un felino che vive nell’ombra di specie molto più celebri, ma che ha una biologia straordinaria.
Che animale è il jaguarundi, il felino che sembra una lontra
La prima cosa che colpisce è la forma.
Il jaguarundi possiede un corpo lungo e snello, zampe relativamente corte, testa piccola e appiattita, orecchie arrotondate e una coda molto lunga. È una combinazione quasi unica tra i felini neotropicali.
Il peso di un adulto può variare indicativamente tra 2,5 e 7,6 chilogrammi, mentre il corpo può raggiungere circa 75 centimetri, a cui si aggiunge una coda che può superare il mezzo metro.
Anche il mantello contribuisce a renderlo particolare.
Esistono infatti diverse colorazioni naturali, principalmente bruno-nerastre, grigie e rossicce, senza il tipico disegno a macchie che associamo a molti altri piccoli felini americani.
È proprio questa silhouette insolita ad avergli procurato, in diverse lingue e culture, soprannomi legati a donnole, lontre o altri piccoli carnivori.
Eppure è un felino a tutti gli effetti.

Un gatto selvatico che preferisce il giorno alla notte
C’è un’altra caratteristica che rende il jaguarundi diverso da molti suoi parenti.
È prevalentemente diurno.
Mentre numerosi felini selvatici concentrano l’attività nelle ore notturne o crepuscolari, il jaguarundi tende a muoversi durante il giorno. Le osservazioni raccolte dal gruppo specialistico sui felini dell’IUCN indicano picchi di attività soprattutto nelle ore mattutine e nel tardo pomeriggio.
Questa abitudine potrebbe sembrare un vantaggio per chi vuole osservarlo.
In realtà non è così semplice.
Il jaguarundi è un animale generalmente discreto, poco appariscente e difficile da censire. Il suo comportamento e l’uso di habitat con vegetazione fitta possono renderlo sfuggente anche nelle aree in cui è effettivamente presente.
Ed è proprio questa difficoltà di osservazione ad aver contribuito, per molto tempo, alla percezione di una specie più comune di quanto probabilmente sia in alcune regioni.
Gli esperti sottolineano infatti che le informazioni sulla densità delle popolazioni rimangono limitate e che il jaguarundi può presentarsi con densità molto basse, anche nell’ordine di pochi individui per 100 chilometri quadrati.
Dove vive il “gatto lontra”
Il suo areale è enorme.
Il jaguarundi è presente dal Messico attraverso l’America Centrale fino a gran parte del Sud America, arrivando in Paesi come Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. La specie occupa quindi uno dei più ampi areali tra i piccoli felini del continente americano.
E non è legato a un solo tipo di ambiente.
Può vivere in foreste tropicali e subtropicali, savane, macchie, zone umide, praterie e habitat secondari, purché trovi sufficiente copertura vegetale e disponibilità di prede.
Questa flessibilità è uno degli aspetti più interessanti della sua ecologia.
Il jaguarundi non è necessariamente un animale delle foreste più fitte. In diverse aree sembra preferire mosaici di vegetazione, margini forestali e ambienti nei quali può trovare riparo e contemporaneamente muoversi alla ricerca di prede.
Ma la capacità di adattarsi non significa essere immune alla trasformazione del territorio.
Un paesaggio può sembrare ancora verde e, allo stesso tempo, non essere più sufficientemente connesso per sostenere una popolazione di felini selvatici.
La frammentazione crea infatti piccole isole di habitat separate da strade, coltivazioni e insediamenti.

Cosa mangia il jaguarundi
La dieta è altrettanto sorprendente.
Il jaguarundi caccia prevalentemente a terra e può nutrirsi di piccoli mammiferi, uccelli e rettili. In alcune circostanze può catturare anche prede più grandi, come conigli, pesci e opossum.
È quindi un predatore opportunista, capace di sfruttare ciò che l’ambiente mette a disposizione.
La sua attività diurna lo porta inoltre a occupare una nicchia ecologica particolare rispetto ad altri piccoli felini neotropicali.
Non è soltanto una curiosità zoologica.
Il ruolo di un predatore di piccole dimensioni all’interno di un ecosistema significa contribuire alla regolazione delle popolazioni delle sue prede e partecipare alla complessa rete alimentare che mantiene in equilibrio l’ambiente.
Il cucciolo della Torbiera: perché la nascita è importante
La nascita di un animale in un parco faunistico non equivale automaticamente alla conservazione della specie in natura.
Ma può avere un significato importante, soprattutto quando riguarda un felino poco conosciuto e difficilmente osservabile.
La Torbiera ospita il jaguarundi e dedica una scheda specifica alla specie, descrivendone habitat, alimentazione e caratteristiche riproduttive. Il parco indica una gestazione di circa 63-75 giorni e cucciolate generalmente composte da uno a quattro piccoli.
La madre, nelle prime fasi, ha un comportamento particolarmente protettivo.
In natura prepara il rifugio in luoghi riparati, come vegetazione molto fitta o cavità, e può spostarlo se percepisce una minaccia o un disturbo. I piccoli vengono progressivamente svezzati e imparano dalla madre a procurarsi il cibo e a muoversi nell’ambiente. L’indipendenza arriva intorno ai 10 mesi.
È un processo che nessun recinto può riprodurre integralmente.
Per il cucciolo nato in Italia, però, la priorità è diversa: crescere in condizioni adeguate, mantenere il benessere dell’animale e, se inserito in un programma riproduttivo, contribuire alla gestione della popolazione in cattività.
Perché questo cucciolo non tornerà nelle foreste americane
È la parte meno romantica della storia.
Il piccolo jaguarundi è nato in cattività e non è destinato a essere liberato nelle foreste del Sud America.
A prima vista può sembrare una contraddizione: se l’obiettivo è conservare una specie selvatica, perché farla nascere lontano dal suo habitat?
La risposta sta nella differenza tra conservazione in situ e conservazione ex situ.
La prima protegge le popolazioni direttamente nei loro ecosistemi naturali. La seconda mantiene popolazioni animali al di fuori dell’areale originario, per esempio in strutture zoologiche, con l’obiettivo di conservare patrimonio genetico, sviluppare conoscenze sulla specie e, in determinati casi, sostenere programmi coordinati di riproduzione.
La riproduzione in cattività, tuttavia, non è automaticamente sinonimo di conservazione efficace.
Perché una popolazione mantenuta in strutture zoologiche abbia un valore concreto, servono gestione genetica, coordinamento tra strutture, benessere animale e obiettivi conservazionistici chiari.
E soprattutto serve proteggere l’ambiente naturale.
Un jaguarundi nato in Italia non può compensare la perdita di migliaia di ettari di habitat in America Latina.

La minaccia principale non è il bracconaggio: è il territorio che cambia
Il jaguarundi non è uno dei grandi felini maggiormente perseguitati dal commercio illegale di pellicce.
Le minacce più importanti sono legate soprattutto alla perdita e alla frammentazione dell’habitat, alla riduzione delle prede e alla mortalità stradale. In alcune regioni esistono inoltre episodi di persecuzione legati alla predazione del pollame e altri casi di sfruttamento locale.
L’agricoltura rappresenta un fattore particolarmente importante in alcune aree del Brasile, dove la trasformazione degli habitat naturali può ridurre la disponibilità di copertura e interrompere la continuità degli ecosistemi.
Il problema è aggravato dal fatto che sappiamo ancora troppo poco sulla specie.
Non conoscere con precisione la distribuzione, la densità e l’andamento delle popolazioni rende più difficile capire dove intervenire e con quale urgenza.
La stessa IUCN Cat Specialist Group evidenzia che la valutazione dello stato del jaguarundi è complicata proprio dalla limitatezza dei dati disponibili sulla sua abbondanza e sulle densità locali.
Non è corretto dire che il jaguarundi sia “quasi estinto”
La viralità della notizia può facilmente spingere verso titoli molto più drammatici della realtà.
Il jaguarundi è attualmente classificato come Least Concern, cioè “rischio minimo”, a livello globale.
Questo non significa che la specie sia fuori pericolo ovunque.
Il quadro cambia da regione a regione. In alcune aree è considerata minacciata o vulnerabile, mentre in altre le popolazioni sembrano più stabili. La disponibilità di dati è inoltre molto diversa tra i vari Paesi.
È quindi più corretto parlare di specie poco studiata, localmente rara e sottoposta a pressioni ambientali, piuttosto che di animale globalmente sull’orlo dell’estinzione.
Questa distinzione è importante.
La conservazione funziona meglio quando la comunicazione non ha bisogno di esagerare il pericolo per attirare attenzione.
Il jaguarundi è interessante già così.

Un felino che comunica in modo quasi sorprendente
Tra le curiosità più affascinanti c’è anche il suo repertorio vocale.
Secondo il gruppo specialistico dell’IUCN, il jaguarundi può utilizzare almeno 13 diversi tipi di vocalizzazione, tra cui fusa, fischi, cinguettii e suoni simili a quelli degli uccelli.
È un dettaglio che contribuisce a separarlo ulteriormente dall’immagine stereotipata del “gatto selvatico”.
Il jaguarundi è un animale evolutivamente particolare anche per la sua collocazione nel gruppo dei felini.
Le analisi filogenetiche lo collocano infatti nella linea evolutiva del puma, risultando più vicino a puma e ghepardo che a diversi altri piccoli felini neotropicali.
Dietro quell’aspetto da lontra si nasconde quindi un parente evolutivo di predatori molto più celebri.
La nascita italiana racconta anche una storia europea
Il cucciolo di La Torbiera non è un episodio isolato.
Il jaguarundi è presente in diverse strutture zoologiche europee e la sua gestione richiede il coordinamento tra istituzioni che ospitano esemplari della specie. I dati disponibili sulle strutture zoologiche mostrano una presenza distribuita in diversi Paesi europei, con La Torbiera tra le strutture italiane che lo ospitano.
Questo rende ogni nascita potenzialmente importante anche dal punto di vista della gestione della popolazione in cattività.
Ma c’è una lezione ancora più importante.
La conservazione di un animale non si misura dal numero di cuccioli nati negli zoo, ma dalla capacità di mantenere popolazioni selvatiche sane nei loro ecosistemi.
Il cucciolo di Agrate Conturbia può contribuire alla conoscenza e alla conservazione ex situ della specie. Il suo futuro, però, sarà inevitabilmente diverso da quello di un jaguarundi nato in America Latina.
Non imparerà dalla madre a muoversi lungo un mosaico di foresta e vegetazione naturale.
Non dovrà cercare roditori o rettili per sopravvivere.
Non dovrà attraversare un territorio frammentato dalle strade.
Avrà invece un’altra funzione: rappresentare una specie che milioni di persone probabilmente non avrebbero mai visto da vicino.

Dal “gatto lontra” alla vera sfida della conservazione
È facile innamorarsi del cucciolo.
È piccolo, ha grandi occhi, zampe sproporzionate e un aspetto che sembra uscito da un cartone animato. Ma la parte più interessante della sua storia comincia proprio quando si supera l’effetto “tenero”.
Il jaguarundi obbliga a guardare alla conservazione in modo più complesso.
Non tutte le specie rare sono necessariamente prossime all’estinzione. Non tutte le nascite in cattività significano salvezza in natura. E non tutti gli animali che si adattano agli ambienti modificati dall’uomo riescono a sopravvivere indefinitamente alla frammentazione del territorio.
Il suo caso mostra anche quanto poco sappiamo ancora dei piccoli carnivori.
Il jaguarundi ha un areale enorme, occupa habitat differenti, è attivo di giorno e possiede comportamenti insoliti. Eppure rimane molto meno studiato di giaguari e puma.
La nascita alla Torbiera offre dunque una rara occasione di accendere i riflettori su di lui.
Il piccolo crescerà lontano dalle foreste americane, è vero.
Ma questo non rende la sua nascita priva di significato.
Se il pubblico che oggi si ferma davanti alle immagini del cucciolo inizierà a chiedersi dove vive, perché è difficile da vedere e cosa sta succedendo ai suoi habitat, allora quel piccolo felino avrà già fatto qualcosa di importante.
Avrà trasformato la curiosità in conoscenza.
E, per una specie che ha trascorso gran parte della propria storia naturale lontana dagli occhi degli esseri umani, potrebbe essere questo il primo passo verso una maggiore attenzione alla sua vera casa: gli ecosistemi dell’America Latina da cui il “gatto lontra” proviene e dai quali, oggi, dipende ancora la sua sopravvivenza nel mondo selvatico.
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