1:33 pm, 11 Agosto 26 calendario

Copenhagen Fashion Week SS27: il nuovo volto del minimalismo

Di: Ginevra Fiano

🌐 Copenhagen Fashion Week SS27 cambia le regole della moda sostenibile: più colore, artigianalità, durata e libertà espressiva per un nuovo minimalismo scandinavo.

C’è un momento, nelle settimane della moda, in cui vale la pena smettere di cercare il prossimo trend e provare a capire che cosa sta cambiando davvero nel modo in cui la moda viene progettata, prodotta e desiderata. Copenhagen Fashion Week SS27 appartiene a questa categoria.

Dal 3 al 7 agosto 2026 la capitale danese ha celebrato il ventesimo anniversario della manifestazione con un calendario ufficiale composto da 34 show e presentazioni, confermando il ruolo sempre più internazionale di Copenhagen. Accanto ai nomi della scena nordica sono arrivati nuovi designer e ospiti internazionali, con Collina Strada scelta per il primo International Guest Slot.

Ma il dato più interessante non riguarda soltanto chi ha sfilato.

Riguarda l’idea di moda che Copenhagen sta contribuendo a costruire.

Perché la città che per anni è stata associata al minimalismo scandinavo più riconoscibile — colori neutri, tailoring rilassato, maglieria, denim, funzionalità e apparente semplicità — oggi sembra voler superare proprio quella formula.

Non per abbandonarla.

Per renderla più libera.

Copenhagen Fashion Week SS27 porta il minimalismo oltre il beige

Il vecchio codice dello stile danese era basato su una sottrazione quasi matematica: togliere tutto ciò che non serve, lasciare spazio alla qualità del taglio, scegliere capi facilmente combinabili e costruire un guardaroba capace di attraversare più stagioni.

SS27 introduce una nuova variabile: l’espressività.

Il minimalismo non scompare, ma perde la rigidità del dogma. Le collezioni hanno lasciato maggiore spazio a colori intensi, texture, pizzi, trasparenze, volant e dettagli decorativi. Anche lo styling è apparso meno prevedibile, più personale, talvolta persino ironico.

È un passaggio importante perché modifica una convinzione radicata nella moda contemporanea: quella secondo cui un prodotto responsabile debba necessariamente comunicare la propria sostenibilità anche attraverso l’estetica.

A Copenhagen il messaggio è quasi opposto.

Un capo sostenibile non deve sembrare sostenibile.

Può essere sofisticato. Può essere sensuale. Può essere colorato. Può avere una forte componente artigianale oppure giocare deliberatamente con l’eccesso.

La responsabilità, in altre parole, si sposta dall’apparenza al processo.

Ed è proprio questa evoluzione a rendere Copenhagen particolarmente interessante nel panorama internazionale.

La sostenibilità entra nella struttura della Fashion Week

Il punto di forza della Copenhagen Fashion Week non è semplicemente il numero di brand che parlano di sostenibilità. È il fatto che la sostenibilità è stata inserita nel meccanismo di accesso al calendario ufficiale.

Il Sustainability Requirements Framework introdotto da CPHFW comprende 19 Minimum Standards dedicati a questioni ambientali e sociali lungo la catena del valore. I brand che aspirano a entrare nel calendario devono fornire documentazione e informazioni relative a questi criteri, mentre durante la Fashion Week possono essere effettuati controlli sugli standard applicabili agli show.

È una differenza sostanziale rispetto alla sostenibilità utilizzata semplicemente come argomento di comunicazione.

Qui la domanda non è soltanto: “Quanto è sostenibile questa collezione?”

La domanda diventa: “Quali condizioni devono essere rispettate perché questa collezione possa essere presentata?”

Il modello non è perfetto e la stessa Copenhagen Fashion Week lo dimostra con una scelta significativa per SS27. Per questa stagione gli standard numero 6 e 7, relativi ai materiali, non sono stati applicati in attesa di maggiore chiarezza e allineamento del settore e degli sviluppi normativi europei.

È un dettaglio che merita attenzione.

Perché racconta una moda sostenibile non come sistema già concluso, ma come processo in costruzione.

E forse è proprio questa la sua forma più credibile.

Il vero lusso? Un capo che non ha fretta di essere sostituito

La questione della durata è diventata centrale.

Per anni il lusso ha venduto soprattutto esclusività, status e riconoscibilità. Oggi, almeno nella visione che emerge da Copenhagen, il concetto può essere letto in maniera diversa.

Il lusso diventa tempo incorporato in un oggetto.

Un cappotto che mantiene la propria forma dopo anni di utilizzo. Un maglione che può essere riparato. Una giacca che non dipende da una singola tendenza. Un pantalone sufficientemente preciso da funzionare con un paio di sneakers ma anche con una scarpa più elegante.

Sono prodotti apparentemente semplici.

In realtà richiedono una grande quantità di progettazione.

La longevità non nasce per caso. Dipende da materiali, costruzione, vestibilità, manutenzione e capacità di immaginare il modo in cui un consumatore utilizzerà un capo nella vita reale.

Ed è qui che il minimalismo danese assume un significato nuovo.

Non si tratta più soltanto di comprare meno. Si tratta di progettare affinché ciò che compriamo venga utilizzato di più.

Questa è una delle idee più forti emerse dalla settimana.

Aiayu e la moda che torna a parlare di materiali

In questo scenario, la presenza di Aiayu è particolarmente significativa.

Il brand ha portato nel programma SS27 Notes on Materials, un appuntamento costruito intorno a materiali e savoir-faire. L’inserimento dell’evento nel calendario ufficiale racconta una trasformazione importante: il materiale non è più soltanto una specifica tecnica da nascondere dietro il prodotto finito, ma diventa parte della narrazione creativa.

È un cambio di prospettiva sottile.

Quando una moda parla esclusivamente dell’immagine finale, il consumatore vede il capo.

Quando parla anche del materiale, della costruzione e della cura, vede il percorso che ha portato a quel capo.

Ed è proprio questo percorso che può generare un rapporto più lungo con l’abbigliamento.

La manutenzione, in questa logica, smette di essere una seccatura. Diventa parte dell’esperienza.

Riparare un maglione, rammendare una superficie consumata, modificare un dettaglio o semplicemente imparare a trattare correttamente una fibra significa accettare che l’abbigliamento possa cambiare insieme a chi lo indossa.

Il difetto non è necessariamente la fine della vita di un capo. Può essere l’inizio della sua seconda vita.

Mfpen e la domanda più radicale: perché produrre ancora?

Tra i nomi che meglio rappresentano questa sensibilità c’è Mfpen, tornato nel calendario SS27 e presente con uno show nella giornata del 5 agosto.

Il brand danese ha costruito negli anni una parte importante della propria identità attorno alla riflessione sui materiali esistenti e sulla possibilità di sottrarre valore alla logica tradizionale del “nuovo a tutti i costi”.

La domanda cambia.

Non più soltanto: che cosa possiamo creare?

Ma: che cosa possiamo trasformare?

È una distinzione enorme per un’industria che vive di collezioni, calendari e continui lanci.

Se il sistema moda è abituato a generare desiderio attraverso la novità, lavorare con ciò che esiste già significa spostare il centro della creatività.

La novità non deve necessariamente coincidere con una materia prima appena prodotta.

Può essere una nuova interpretazione di qualcosa che esiste già.

È un principio che diventa particolarmente interessante in una stagione in cui la sostenibilità non viene più raccontata soltanto come un valore morale, ma come una questione di progettazione.

Collina Strada porta a Copenhagen un’altra idea di responsabilità

L’arrivo di Collina Strada rende ancora più evidente il superamento dello stereotipo estetico scandinavo.

Il brand newyorkese, noto per un linguaggio molto più colorato, sperimentale e legato all’upcycling, è stato scelto come primo nome dell’International Guest Slot della Copenhagen Fashion Week SS27. L’iniziativa nasce per rafforzare il dialogo internazionale e collegare Copenhagen ad altre comunità creative.

La scelta è simbolica.

Se Copenhagen avesse voluto semplicemente consolidare la propria reputazione, avrebbe potuto continuare a invitare brand perfettamente compatibili con l’estetica nordica.

Ha scelto invece una voce differente.

È come se la Fashion Week stesse dicendo che la sostenibilità non appartiene a un solo stile.

Può convivere con il minimalismo, ma anche con il punk, il romanticismo, il craft, il colore e l’ironia.

Questa apertura è importante soprattutto in un momento in cui la moda rischia di trasformare la sostenibilità in un codice estetico facilmente riconoscibile e, proprio per questo, facilmente svuotabile di significato.

Dalla moda “responsabile” alla moda desiderabile

Il problema più difficile per la moda sostenibile non è mai stato soltanto convincere le persone a comprare meglio.

È stato convincerle che comprare meglio può essere anche desiderabile.

Copenhagen sembra aver capito che le due cose devono procedere insieme.

Un guardaroba responsabile che non suscita emozione rischia di rimanere una scelta teorica. Un prodotto bellissimo ma costruito secondo logiche insostenibili produce invece un problema opposto.

La sfida consiste nel trovare il punto d’incontro.

SS27 mostra proprio questo.

Da una parte ci sono materiali, durata, artigianalità, riparazione, riuso e criteri di produzione.

Dall’altra ci sono pizzo, trasparenze, colori, silhouette più audaci e styling meno prevedibili.

Non sono elementi incompatibili.

Anzi, potrebbero rappresentare la prossima evoluzione del concetto stesso di moda responsabile.

Il nuovo Scandi style è più personale

Per capire davvero ciò che sta succedendo a Copenhagen bisogna quindi smettere di considerare lo stile scandinavo come un’immagine fissa.

Il nuovo Scandi style non è necessariamente bianco, grigio, nero o beige.

Può essere verde acceso.

Può essere trasparente.

Può essere decorato.

Può essere romantico.

Può persino essere eccentrico.

Ciò che rimane è un principio più profondo: la funzionalità deve avere un rapporto con la vita reale.

È per questo che il minimalismo non muore quando compaiono pizzi o colori forti.

Si trasforma.

La vera eredità nordica non è infatti una palette cromatica. È un modo di progettare.

Un abito deve poter essere vissuto.

Una giacca deve poter essere riutilizzata.

Un materiale deve avere una ragione.

Un dettaglio deve aggiungere qualcosa.

E soprattutto, un capo dovrebbe avere una possibilità di esistere anche quando la stagione che lo ha generato è finita.

Copenhagen guarda già alla moda del dopo-trend

Il risultato più interessante della SS27 è allora quasi paradossale.

Proprio mentre il calendario della moda continua a moltiplicare appuntamenti, collezioni e contenuti, Copenhagen prova a ridimensionare il potere della stagione.

Il messaggio non è “non seguire le tendenze”.

È più sofisticato: non lasciare che una tendenza determini la durata di ciò che possiedi.

Un capo può essere contemporaneo senza essere usa e getta.

Può essere sperimentale senza diventare irrilevante dopo pochi mesi.

Può essere sostenibile senza assumere un’estetica austera.

Può essere responsabile e, allo stesso tempo, desiderabile.

Questa potrebbe essere la vera rivoluzione silenziosa di Copenhagen.

Non una nuova silhouette destinata a dominare i feed social.

Non un colore destinato a diventare il tormentone della stagione.

Ma un’idea molto più difficile da vendere e molto più importante da costruire: la moda può creare desiderio senza alimentare necessariamente l’obsolescenza.

La lezione della Copenhagen Fashion Week SS27

A vent’anni dalla nascita della manifestazione, Copenhagen sembra dunque avere meno interesse a dimostrare di essere “la città della moda sostenibile” e più interesse a mostrare come potrebbe funzionare una moda diversa.

Una moda nella quale la sostenibilità entra nei criteri organizzativi, nella scelta dei materiali, nella costruzione dei brand e nella relazione con chi indossa i vestiti.

Una moda in cui la riparazione non è un gesto nostalgico, ma una possibilità creativa.

Una moda in cui il deadstock può diventare materia prima narrativa.

Una moda in cui il craft torna al centro.

E, soprattutto, una moda nella quale responsabilità e desiderio non devono più essere avversari.

È questa la direzione che SS27 lascia intravedere.

Il minimalismo scandinavo non è finito. Ha semplicemente smesso di essere una divisa.

Adesso può avere colore, pizzo, texture, ironia e persino una dose di caos.

Quello che non cambia è l’idea che dietro un capo debba esserci un’intenzione.

Comprare meno, usare meglio, scegliere con più consapevolezza e desiderare qualcosa abbastanza da volerlo tenere a lungo.

In un’industria che corre sempre più velocemente, Copenhagen propone una forma diversa di modernità: non correre dietro alla novità, ma progettare ciò che merita di restare.

11 Agosto 2026 ( modificato il 12 Agosto 2026 | 17:18 )
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