12:31 pm, 15 Agosto 26 calendario

Calamari volanti nel Pacifico: il mistero dei 30 metri

Di: Francis Rosewell

🌐 Calamari volanti: un gruppo di circa 100 esemplari è stato immortalato mentre usciva dall’acqua e planava per decine di metri nel Pacifico. Non è fantascienza: ecco come riescono a trasformare il proprio corpo in un piccolo “aereo” naturale.

Sembrano creature uscite da un film di fantascienza. Un centinaio di corpi affusolati che abbandonano improvvisamente l’oceano, si dispongono in aria e scivolano sopra la superficie dell’acqua come una formazione di piccoli velivoli. Per qualche istante, il confine tra mare e cielo sembra scomparire.

Eppure quei “visitatori” non arrivavano dallo spazio.

Erano calamari volanti, animali reali capaci di sfruttare una combinazione sorprendente di propulsione, aerodinamica e controllo del corpo per uscire dall’acqua e percorrere in aria distanze considerevoli.

L’episodio che ha riacceso l’attenzione su questo comportamento risale a circa 15 anni fa. Una spedizione scientifica giapponese, nel Pacifico a circa 370 miglia da Tokyo, si trovò davanti a una scena che fino a quel momento apparteneva soprattutto ai racconti dei marinai: un gruppo di circa 100 calamari che si sollevava contemporaneamente dall’oceano e planava per circa 30 metri accanto alla nave.

Le fotografie scattate durante quell’osservazione hanno trasformato un comportamento quasi leggendario in una testimonianza scientifica.

La specie più probabilmente coinvolta è il calamaro volante al neon, Ommastrephes bartramii, un cefalopode oceanico altamente migratorio diffuso in vaste aree degli oceani Pacifico, Atlantico e Indiano. La letteratura scientifica documenta da tempo la capacità di questi animali di uscire dall’acqua e compiere brevi traiettorie aeree. Già osservazioni condotte nel Pacifico avevano registrato gruppi di decine o centinaia di esemplari capaci di percorrere 10-20 metri a poca altezza dalla superficie.

La vera sorpresa, però, non è soltanto che riescano a “volare”.

È il modo in cui lo fanno.

Come fanno a volare i calamari

Naturalmente, chiamarlo volo è una semplificazione.

I calamari non possiedono ali e non possono mantenersi indefinitamente in aria come un uccello. Il loro “volo” è piuttosto una combinazione di propulsione iniziale e planata, ottenuta sfruttando in modo estremamente efficiente il proprio corpo.

Il meccanismo parte dall’acqua.

Come altri cefalopodi, il calamaro possiede un organo chiamato iponome, una struttura muscolare simile a un imbuto. Attraverso questo apparato l’animale può espellere rapidamente l’acqua e generare una spinta.

È lo stesso principio generale che consente a un calamaro di muoversi velocemente sott’acqua: l’acqua viene aspirata nella cavità del corpo e poi espulsa con forza attraverso l’iponome.

La conseguenza è una spinta nella direzione opposta.

Quando il calamaro accelera verso la superficie, può quindi sfruttare quella stessa propulsione per uscire dall’acqua con una velocità sufficiente a proiettarsi nell’aria.

Da quel momento cambia tutto.

Non deve più spingersi contro l’acqua. Deve invece sfruttare il proprio corpo per ridurre la perdita di velocità e controllare la traiettoria.

Il corpo diventa una sorta di ala

È qui che il comportamento diventa davvero sorprendente.

Una volta fuori dall’acqua, il calamaro può distendere le braccia e modificare la posizione del corpo. I suoi arti, insieme alla particolare conformazione del mantello, aumentano la superficie esposta all’aria.

Il risultato è una struttura che, per alcuni istanti, può comportarsi in maniera simile a una superficie portante.

Non è un’ala nel senso tradizionale del termine, ma consente all’animale di sfruttare le forze aerodinamiche per mantenere una traiettoria relativamente stabile.

Le osservazioni sui calamari volanti hanno infatti mostrato comportamenti assimilabili alla planata dei pesci volanti. In uno studio condotto nel Pacifico, gruppi di 10-300 calamari furono osservati percorrere 10-20 metri a circa 1-2 metri sopra la superficie marina.

Il fenomeno è quindi molto più antico dell’episodio fotografato e non rappresenta un’anomalia biologica inventata dalle immagini.

La vera rarità è assistere al comportamento su larga scala e in formazione.

Cento calamari insieme: perché lo fanno?

È questa una delle domande che rimangono più affascinanti.

Perché un gruppo così numeroso dovrebbe lasciare contemporaneamente l’acqua?

La spiegazione più plausibile è legata alla fuga da un predatore.

Il calamaro volante al neon vive in mare aperto ed è una preda importante per numerosi animali marini. Studi sulla specie indicano che la sua dieta comprende principalmente pesci, altri calamari e crostacei, mentre tra i suoi predatori figurano mammiferi marini e grandi pesci pelagici.

Quando un predatore attacca un banco, la fuga verso l’alto potrebbe quindi rappresentare una strategia estrema.

Abbandonare per qualche secondo l’ambiente acquatico significa uscire dalla traiettoria del predatore e sfruttare una dimensione nella quale molti inseguitori non possono seguire immediatamente la preda.

È una tattica rischiosa, naturalmente.

In aria il calamaro può diventare vulnerabile agli uccelli marini e deve inoltre tornare in acqua prima di perdere completamente la velocità.

Ma in una situazione di emergenza, anche pochi metri possono rappresentare una differenza enorme tra la vita e la morte.

Non è la prima volta che i calamari “volano”

L’immagine di un calamaro che plana sopra il Pacifico può sembrare una scoperta recentissima, ma la capacità di questi animali di uscire dall’acqua è nota alla scienza da decenni.

Le osservazioni condotte negli anni Ottanta avevano già documentato Ommastrephes bartramii in movimento sopra la superficie marina. Gli animali osservati viaggiavano nella stessa direzione e mostravano una configurazione del corpo compatibile con una modalità di volo planato.

La specie, inoltre, è tutt’altro che rara.

È un calamaro oceanico diffuso nelle acque temperate e subtropicali di diversi oceani e presenta una notevole capacità migratoria. Nel Pacifico settentrionale esistono differenti gruppi stagionali, con migrazioni legate alle condizioni oceanografiche e alla disponibilità di cibo.

Può raggiungere dimensioni notevoli. Le femmine possono arrivare a circa 60 centimetri di lunghezza del mantello, mentre i maschi possono raggiungere circa 45 centimetri. La specie ha un ciclo vitale relativamente breve, vicino a un anno.

Non stiamo quindi parlando di piccoli animali costieri che occasionalmente saltano fuori dall’acqua.

Sono predatori oceanici veloci e altamente specializzati.

Il segreto è nella velocità

Per capire come un calamaro possa arrivare in aria bisogna considerare la sua capacità di accelerare.

Il movimento a getto prodotto dall’iponome consente al calamaro di generare una spinta notevole. Nell’acqua, dove la resistenza è molto maggiore rispetto all’aria, questi animali sono già estremamente agili.

La loro anatomia è progettata per trasformare rapidamente l’espulsione dell’acqua in movimento.

Quando raggiungono la superficie con sufficiente velocità, il salto diventa una prosecuzione naturale della fuga.

Il passaggio successivo è quello più interessante: il calamaro non si limita a saltare, ma cerca di prolungare il movimento.

Distendendo gli arti e modificando la posizione del corpo, può aumentare la resistenza aerodinamica e controllare meglio la discesa.

È una soluzione evolutiva sorprendente perché sfrutta due ambienti completamente diversi.

Prima l’acqua fornisce la spinta.

Poi l’aria permette di trasformare quella velocità in distanza.

Il paragone con i pesci volanti

Il calamaro non è l’unico animale marino ad avere sviluppato una strategia del genere.

I pesci volanti sono probabilmente il paragone più immediato. Anche loro utilizzano la velocità accumulata sott’acqua per emergere e planare sopra la superficie.

La differenza è che i pesci volanti hanno sviluppato pinne pettorali particolarmente ampie che funzionano come superfici alari.

Il calamaro utilizza invece una combinazione molto diversa di mantello, braccia e controllo del corpo.

Il risultato finale, tuttavia, è simile: trasformare una fuga acquatica in una traiettoria aerea.

È una delle tante dimostrazioni di come l’evoluzione possa arrivare a soluzioni differenti per risolvere problemi simili.

Non servono necessariamente ali vere e proprie per muoversi nell’aria.

Serve trovare un modo efficace per generare velocità, controllare la superficie esposta e sfruttare le forze aerodinamiche.

Una specie più sociale di quanto si immagini

Il calamaro volante al neon è interessante anche per un altro motivo.

Nell’immaginario collettivo, quando si parla di cefalopodi l’attenzione va quasi sempre al polpo. Il calamaro viene spesso considerato semplicemente come un animale marino destinato alla pesca o alla cucina.

La realtà è molto più complessa.

I calamari possiedono sistemi nervosi sofisticati, capacità visive importanti e un controllo estremamente preciso del movimento. Possono inoltre modificare rapidamente la colorazione del corpo attraverso cellule specializzate.

E, soprattutto, molte specie di calamari mostrano comportamenti sociali.

Il confronto con il polpo è particolarmente interessante: il polpo tende a essere un animale solitario, mentre molte specie di calamari vivono e si muovono in gruppi.

Questo aiuta a comprendere anche l’immagine dei cento esemplari che sembrano attraversare insieme il cielo.

Non si tratta necessariamente di cento animali che hanno deciso di imitarsi a vicenda. Potrebbe essere il risultato di una risposta collettiva a uno stimolo comune, come la presenza di un predatore.

Una striscia dorata che potrebbe aiutare il mimetismo

Il calamaro volante al neon presenta anche una caratteristica visiva particolare: una striscia dorata o argentata lungo la parte inferiore del corpo.

In mare aperto, dove la luce cambia rapidamente con la profondità, una colorazione del genere può avere una funzione mimetica.

La superficie inferiore del corpo può riflettere la luce e contribuire a rendere l’animale meno visibile ai predatori che lo osservano dal basso.

È un altro esempio di quanto la vita del calamaro sia legata alla necessità di evitare di essere individuato.

Il suo ambiente è un’enorme distesa tridimensionale nella quale ogni direzione può diventare una via di fuga.

E quando il mare non è più sufficiente, il calamaro può utilizzare anche il cielo.

Il volo è breve, ma può essere decisivo

Non bisogna immaginare questi animali come uccelli marini.

Il loro volo è brevissimo e strettamente legato alla velocità iniziale acquisita in acqua.

Il calamaro non può decollare da fermo, né mantenersi indefinitamente in aria. La sua strategia funziona perché sfrutta una sequenza rapidissima: propulsione, uscita dall’acqua, configurazione del corpo, planata e rientro.

In condizioni favorevoli può comunque percorrere una distanza sorprendente rispetto alle proprie dimensioni.

Per un animale lungo poche decine di centimetri, 30 metri rappresentano una distanza enorme.

È come se un essere umano riuscisse a trasformare uno scatto in una planata lunga decine di volte la propria altezza.

Ed è proprio questa proporzione a rendere il fenomeno tanto spettacolare.

Perché osservare un calamaro volante resta così difficile

La capacità biologica è nota. Quello che rimane raro è poterla osservare direttamente.

L’oceano è enorme e la superficie marina nasconde gran parte di ciò che accade sotto e sopra l’acqua. Un banco di calamari può emergere per pochi secondi, lontano da qualsiasi imbarcazione.

Per questo gli avvistamenti sono spesso casuali.

Le osservazioni scientifiche hanno documentato gruppi numerosi, ma non è facile prevedere quando e dove gli animali decideranno di uscire dall’acqua.

La scena osservata dalla nave giapponese è diventata quindi particolarmente preziosa perché ha permesso di fotografare un comportamento che fino a quel momento era stato raccontato soprattutto attraverso testimonianze.

E quelle fotografie hanno contribuito a trasformare una storia apparentemente incredibile in una domanda scientifica concreta.

Non più: “I calamari possono davvero volare?”

Ma: “Quali condizioni spingono un intero gruppo a farlo contemporaneamente?”

La domanda ancora senza risposta

La capacità di planare è ormai documentata.

Il motivo preciso per cui un gruppo così numeroso decida di farlo nello stesso momento, invece, resta più difficile da determinare.

La fuga da un predatore è una delle ipotesi più plausibili, soprattutto perché comportamenti simili sono stati osservati in contesti di inseguimento. Ma un singolo avvistamento non basta per stabilire una regola universale.

Potrebbero entrare in gioco anche condizioni ambientali, comportamento alimentare, dinamiche del banco o una combinazione di fattori.

Il problema è che la maggior parte di queste sequenze avviene troppo rapidamente per consentire agli scienziati di osservare ogni dettaglio.

Servirebbero molte più osservazioni, possibilmente ottenute con telecamere ad alta velocità e strumenti capaci di seguire contemporaneamente il movimento degli animali e quello dell’acqua.

È proprio questo uno dei motivi per cui i calamari volanti continuano a sorprendere.

Un “aereo naturale” costruito dall’evoluzione

La storia dei calamari volanti dimostra quanto sia facile sottovalutare gli animali che vivono lontano dal nostro sguardo.

Per gran parte della loro vita, questi cefalopodi rimangono nell’oceano. Si muovono rapidamente, cacciano, migrano e sfuggono ai predatori.

Solo per pochi istanti abbandonano il loro mondo.

E quando lo fanno, trasformano un organo nato per espellere acqua in un sistema di propulsione, utilizzano il proprio corpo per controllare la traiettoria e sfruttano l’aria per prolungare la fuga.

Non è un volo nel senso umano del termine.

Ma è abbastanza simile a una planata da lasciare senza parole chiunque abbia la fortuna di assistervi.

Il centinaio di calamari fotografato nel Pacifico non era dunque un’invasione aliena. Era qualcosa di molto più interessante: una straordinaria soluzione evolutiva perfettamente reale.

E forse il dettaglio più affascinante è proprio questo: sotto la superficie dell’oceano esistono ancora comportamenti capaci di sembrare impossibili finché qualcuno non riesce, per puro caso o con grande fortuna scientifica, a fotografarli.

15 Agosto 2026 ( modificato il 13 Agosto 2026 | 22:35 )
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