2:43 pm, 2 Agosto 26 calendario

Iran, Amnesty denuncia nuova ondata di esecuzioni contro manifestanti

Di: sp

🌐 Pena di morte in Iran, Amnesty International lancia l’allarme su una nuova escalation di condanne ed esecuzioni contro persone coinvolte nelle proteste: decine di detenuti rischiano la stessa sorte dopo processi contestati e accuse legate alla sicurezza nazionale.

Una nuova fase della repressione politica scuote l’Iran, dove secondo Amnesty International si starebbe verificando una crescente applicazione della pena di morte contro persone arrestate nel contesto delle proteste del gennaio 2026.

L’organizzazione per i diritti umani ha denunciato l’esecuzione pubblica di Amir Hossein Safari e Abolfazl Sepahi, avvenuta il 28 luglio, definendola parte di una più ampia campagna di condanne capitali utilizzate per reprimere il dissenso interno.

Secondo Amnesty, almeno 60 persone sarebbero attualmente a rischio di esecuzione dopo essere state condannate a morte, tra cui tre individui arrestati quando erano ancora minorenni. Molte altre persone, inoltre, sarebbero sotto processo con accuse che prevedono la pena capitale.

Amnesty: “Una terrificante ondata di condanne a morte”

L’organizzazione sostiene che le autorità iraniane abbiano intensificato il ricorso alla pena capitale come strumento di controllo politico.

“Le autorità iraniane stanno scatenando una terrificante ondata di condanne a morte ed esecuzioni per punire il dissenso”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice regionale per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

Secondo l’organizzazione, la repressione si sarebbe rafforzata dopo le proteste di gennaio e nel contesto delle tensioni internazionali che hanno coinvolto l’Iran.

Amnesty accusa la comunità internazionale di aver finora esercitato una pressione insufficiente sulle autorità iraniane, chiedendo un’azione diplomatica coordinata per fermare nuove esecuzioni.

Le accuse contestate: sicurezza nazionale, spionaggio e “inimicizia contro Dio”

Al centro delle denunce di Amnesty ci sono i procedimenti giudiziari condotti contro numerosi manifestanti attraverso accuse definite dall’organizzazione come ampie e vaghe.

Tra i reati contestati figurano accuse come “inimicizia contro Dio” (moharebeh) e “corruzione sulla terra” (efsad-e fel-arz), formule previste dal sistema giudiziario iraniano che possono portare alla condanna capitale.

Secondo Amnesty, in diversi casi le condanne sarebbero state emesse per comportamenti che, secondo gli standard internazionali, non raggiungerebbero la soglia dei “reati più gravi” per i quali può essere applicata la pena di morte.

L’organizzazione cita episodi come presunti incendi, danneggiamenti di beni pubblici, blocchi stradali o disturbi dell’ordine pubblico, sostenendo che tali accuse non dovrebbero comportare una condanna capitale secondo il diritto internazionale.

Processi contestati e accuse di confessioni estorte

Amnesty International denuncia inoltre che molti procedimenti sarebbero stati caratterizzati da gravi violazioni delle garanzie processuali.

Secondo l’organizzazione, alcune condanne sarebbero state basate su confessioni ottenute durante la detenzione, in alcuni casi attraverso torture o pressioni psicologiche.

Tra le testimonianze raccolte figurano quelle di familiari di persone arrestate e di avvocati che operano in Iran.

L’organizzazione afferma di aver analizzato anche dichiarazioni ufficiali delle autorità iraniane, comunicati degli organi di informazione statali e rapporti di altre organizzazioni per i diritti umani.

Le esecuzioni di Esfahan dopo le proteste di gennaio

Tra i casi piĂš recenti citati da Amnesty ci sono quelli di Amir Hossein Safari e Abolfazl Sepahi, messi a morte pubblicamente il 28 luglio 2026.

I due erano stati arrestati durante le proteste dell’8 gennaio a Esfahan e condannati alla pena capitale al termine di un procedimento definito dall’organizzazione “gravemente iniquo”.

Il processo riguardava accuse relative alla morte di quattro agenti di polizia durante gli scontri avvenuti nella piazza Alikhani della cittĂ , oltre a contestazioni legate al possesso di armi, danneggiamenti e incendi.

Secondo Amnesty, il procedimento avrebbe coinvolto numerosi imputati e sarebbe stato segnato dall’utilizzo di confessioni raccolte durante la detenzione.

Prima delle esecuzioni di Safari e Sepahi, altri due imputati dello stesso procedimento, Erfan Esfandiari e Gol-Mohammad Mohammadi, erano giĂ  stati messi a morte il 19 luglio.

Altri detenuti rischiano l’impiccagione

Amnesty segnala che altre otto persone condannate nello stesso procedimento potrebbero essere giustiziate in qualsiasi momento.

Tra queste figurano Ali Dashti, Alireza Raisi, Abolfazl Ebrahimi, Alireza Sepahi, Amirhossein Ebrahimi, Amirhossein Maleki, Ghaem Hosseini e Shervin Bagherian.

Secondo una fonte citata dall’organizzazione, Bagherian sarebbe stato sottoposto a sparizione forzata per 21 giorni e avrebbe subito torture e maltrattamenti.

La sua confessione sarebbe poi stata diffusa in un video propagandistico prima dell’inizio del processo, mentre durante la fase investigativa gli sarebbe stato negato l’accesso a un avvocato.

Il nodo della legge sullo spionaggio

Un altro elemento indicato da Amnesty riguarda l’utilizzo della cosiddetta Legge sull’inasprimento delle pene per lo spionaggio e la collaborazione con il regime sionista e gli Stati ostili.

Secondo l’organizzazione, questa normativa introdotta dopo la guerra dei 12 giorni del giugno 2025 avrebbe ampliato il ricorso a reati legati alla sicurezza nazionale.

Amnesty sostiene che alcune condotte tutelate dal diritto internazionale, come la partecipazione pacifica alle proteste o la condivisione di informazioni con organi di stampa, sarebbero state ricondotte a fattispecie penali molto gravi.

Migliaia di arresti e il timore di nuove condanne

Secondo le stime dell’organizzazione, migliaia di persone sarebbero state arrestate durante le proteste del gennaio 2026.

Amnesty sottolinea inoltre che molti familiari delle persone condannate eviterebbero di rendere pubbliche le informazioni per paura di ritorsioni.

Questo, secondo l’organizzazione, renderebbe difficile conoscere l’effettiva dimensione del fenomeno e potrebbe significare che altre persone siano a rischio di condanna a morte senza che la notizia sia ancora emersa pubblicamente.

L’appello alla comunità internazionale

Amnesty International ha chiesto agli Stati membri delle Nazioni Unite di intervenire con maggiore decisione attraverso iniziative diplomatiche coordinate.

Tra le richieste avanzate figurano pressioni sulle autoritĂ  iraniane per fermare le esecuzioni, il sostegno a meccanismi indipendenti di accertamento delle violazioni e un maggiore coinvolgimento degli organismi internazionali.

La questione della pena di morte in Iran continua cosĂŹ a rappresentare uno dei principali punti di tensione sul fronte dei diritti umani.

La denuncia di Amnesty riaccende l’attenzione su un sistema repressivo che, secondo l’organizzazione, utilizza le condanne capitali non solo come strumento giudiziario, ma anche come mezzo per intimidire e scoraggiare nuove forme di protesta.

2 Agosto 2026
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