12:34 pm, 26 Marzo 26 calendario

🌐  Diari di viaggio: San Servolo, un’isola bella da impazzire

Di: Redazione Metrotoday
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di Pietro Scidurlo

Sono passate alcune settimane da quando quella che doveva essere una semplice gita di lavoro a Venezia si è trasformata in un’occasione unica di scoperta dell’isola di San Servolo. Un taxi boat impeccabile mi ha prelevato a Piazzale Roma, vicino al Ponte Papadopoli, e con l’aiuto di una piattaforma elevatrice mi sono imbarcato facilmente con la mia sedia a ruote (costo 40 €). Man mano che ci allontanavamo dalla città, il rumore delle gondole svaniva, sostituito dal beccheggio del motoscafo, e all’improvviso è apparsa l’isola.

La serenità che mi colpì subito era rara: niente folle, solo il suono del vento tra gli alberi e l’acqua che accarezza gli scogli. L’isola, un tempo rifugio di eremiti e poi ospedale psichiatrico, è oggi una gemma nascosta nella laguna di Venezia. Arrivare in sedia a ruote mi fece riflettere su quanto fosse diverso da altri luoghi che avevo visitato. Sono abituato a pianificare ogni dettaglio dei miei viaggi: accessibilità, percorsi, persino servizi igienici. Ma San Servolo è diverso. Qui, il tempo sembra rallentare e le barriere, sia fisiche che mentali, svaniscono come nebbia al mattino.
Arrivato al piccolo porticciolo, il cielo era limpido e blu come non mai. Il silenzio che regnava e la cortesia di chi ci accoglieva ci misero subito a nostro agio. Tutto si muoveva con una sincronia inaspettata, quasi sinfonica.

Ogni dettaglio sembrava pensato per rendere l’esperienza fluida, come se l’isola stessa avesse creato un ambiente perfetto per ogni ospite.
Le istruzioni per raggiungere le stanze non prevedevano la via più panoramica, ma io scelsi di percorrere i viali che si snodano tra gli edifici storici, con il mare che li sfiorava da ogni lato. La pavimentazione di pietra, sebbene irregolare, era facilmente percorribile e mi fermavo ogni tanto per annusare l’aria salmastra che proveniva dalla vegetazione, che mescolava piante esotiche come la palma delle Canarie con tigli, platani e pittosporo.
So che poco dopo l’isola sarebbe stata invasa da turisti, ma per ora tutto era calmo e solitario. Iniziavo a godermi ogni angolo, quando incontrai un anziano signore seduto su una panchina, con un libro e occhiali da sole. Mi sorride mentre passo, e, quando quasi perdo l’equilibrio, mi si avvicina con sorprendente agilità. “Posso aiutarti?” mi chiede, e la sua prontezza mi stupisce. “Dove vai?” mi domanda con curiosità. Gli racconto che sto esplorando l’isola prima di raggiungere la stanza. “C’è anche un museo, ma attenzione”, dice, “alcune stanze sono piene di suoni, è il modo in cui raccontano la storia dell’isola”. Mi sorride, come se mi stesse rivelando un segreto.

Il mio interesse cresce. Dopo aver lasciato la valigia nella stanza, mi dirigo verso il museo. Un ingresso a vetri si apre, e, con un po’ di rincorsa, riesco a superare lo scalino. Dentro, la sala della farmacia mi accoglie silenziosa, l’eco dei miei passi riecheggia tra le ampolle di vetro, piene di sostanze misteriose. Qui, mi trovo davanti alla storia degli ospiti dell’isola: una vita difficile, fatta di sofferenza, ma anche di speranza. Mi colpisce la stanza dedicata agli strumenti musicali, donati dai pazienti nei momenti più drammatici delle loro vite. C’è una pianola a mano, scalfita dal tempo, e un violino che sembra in attesa di essere suonato. L’atmosfera è quasi mistica.

Poi, un dipinto che ritrae l’isola nei primi anni del Novecento attira la mia attenzione. Mentre lo osservo, una giovane ricercatrice si avvicina e, con curiosità, mi chiede se è la prima volta che visito l’isola. Mi racconta che sta scrivendo una tesi su San Servolo, e le sue parole sono affascinanti. Mi parla della trasformazione dell’isola, da rifugio spirituale a manicomio, fino a diventare oggi un centro di cultura. Mi perdo nel suo racconto, come se anch’essa fosse una presenza sospesa tra passato e presente.

Quando il mio stomaco inizia a farsi sentire, mi dirigo verso il ristorante. Mentre cammino, il suono dell’acqua del secondo pontile mi rilassa. Un piccolo scoiattolo, apparentemente padrone dell’isola, corre via con una velocità impressionante. “Spero che non morda i pali del porticciolo”, penso, sorridendo.

Arrivato al ristorante, trovo i miei compagni di viaggio che mi cercano disperatamente, preoccupati dato che il telefonino squillava a vuoto. Sorrido e penso già al pranzo che ci aspetta (tre portate, dessert, caffè, acqua e vino inclusi 70 € a persona). Nel pomeriggio, mentre il sole tramonta dietro le colline di Venezia, rifletto sulla bellezza di quest’isola. San Servolo è un luogo di memorie, di storie intrecciate come fili invisibili. Ogni angolo racconta una vita, ogni pietra conserva un ricordo. E, a differenza di altri posti che lasciano un senso di freddezza, qui c’è una sensazione di calore, di accoglienza, anche nei momenti più difficili.

In sedia a ruote, ho visto molti luoghi, ma San Servolo mi ha lasciato qualcosa di unico: un sorriso di benvenuto, una risata inattesa, la possibilità di fermarsi e riflettere. È un’isola che accoglie senza fare domande. Forse è questo il suo segreto: accogliere tutti, anche chi non se lo aspetta.

Il diario che avete appena letto ha partecipato al Premio letterario Per Caso TV

Metro in collaborazione con Per Caso TV 



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26 Marzo 2026 ( modificato il 27 Marzo 2026 | 1:09 )
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