đ Diari di viaggio: San Servolo, unâisola bella da impazzire

di Pietro Scidurlo
Sono passate alcune settimane da quando quella che doveva essere una semplice gita di lavoro a Venezia si è trasformata in unâoccasione unica di scoperta dellâisola di San Servolo. Un taxi boat impeccabile mi ha prelevato a Piazzale Roma, vicino al Ponte Papadopoli, e con lâaiuto di una piattaforma elevatrice mi sono imbarcato facilmente con la mia sedia a ruote (costo 40 âŹ). Man mano che ci allontanavamo dalla cittĂ , il rumore delle gondole svaniva, sostituito dal beccheggio del motoscafo, e allâimprovviso è apparsa lâisola.

La serenitĂ che mi colpĂŹ subito era rara: niente folle, solo il suono del vento tra gli alberi e lâacqua che accarezza gli scogli. Lâisola, un tempo rifugio di eremiti e poi ospedale psichiatrico, è oggi una gemma nascosta nella laguna di Venezia. Arrivare in sedia a ruote mi fece riflettere su quanto fosse diverso da altri luoghi che avevo visitato. Sono abituato a pianificare ogni dettaglio dei miei viaggi: accessibilitĂ , percorsi, persino servizi igienici. Ma San Servolo è diverso. Qui, il tempo sembra rallentare e le barriere, sia fisiche che mentali, svaniscono come nebbia al mattino.
Arrivato al piccolo porticciolo, il cielo era limpido e blu come non mai. Il silenzio che regnava e la cortesia di chi ci accoglieva ci misero subito a nostro agio. Tutto si muoveva con una sincronia inaspettata, quasi sinfonica.

Ogni dettaglio sembrava pensato per rendere lâesperienza fluida, come se lâisola stessa avesse creato un ambiente perfetto per ogni ospite.
Le istruzioni per raggiungere le stanze non prevedevano la via piĂš panoramica, ma io scelsi di percorrere i viali che si snodano tra gli edifici storici, con il mare che li sfiorava da ogni lato. La pavimentazione di pietra, sebbene irregolare, era facilmente percorribile e mi fermavo ogni tanto per annusare lâaria salmastra che proveniva dalla vegetazione, che mescolava piante esotiche come la palma delle Canarie con tigli, platani e pittosporo.
So che poco dopo lâisola sarebbe stata invasa da turisti, ma per ora tutto era calmo e solitario. Iniziavo a godermi ogni angolo, quando incontrai un anziano signore seduto su una panchina, con un libro e occhiali da sole. Mi sorride mentre passo, e, quando quasi perdo lâequilibrio, mi si avvicina con sorprendente agilitĂ . âPosso aiutarti?â mi chiede, e la sua prontezza mi stupisce. âDove vai?â mi domanda con curiositĂ . Gli racconto che sto esplorando lâisola prima di raggiungere la stanza. âCâè anche un museo, ma attenzioneâ, dice, âalcune stanze sono piene di suoni, è il modo in cui raccontano la storia dellâisolaâ. Mi sorride, come se mi stesse rivelando un segreto.

Il mio interesse cresce. Dopo aver lasciato la valigia nella stanza, mi dirigo verso il museo. Un ingresso a vetri si apre, e, con un poâ di rincorsa, riesco a superare lo scalino. Dentro, la sala della farmacia mi accoglie silenziosa, lâeco dei miei passi riecheggia tra le ampolle di vetro, piene di sostanze misteriose. Qui, mi trovo davanti alla storia degli ospiti dellâisola: una vita difficile, fatta di sofferenza, ma anche di speranza. Mi colpisce la stanza dedicata agli strumenti musicali, donati dai pazienti nei momenti piĂš drammatici delle loro vite. Câè una pianola a mano, scalfita dal tempo, e un violino che sembra in attesa di essere suonato. Lâatmosfera è quasi mistica.
Poi, un dipinto che ritrae lâisola nei primi anni del Novecento attira la mia attenzione. Mentre lo osservo, una giovane ricercatrice si avvicina e, con curiositĂ , mi chiede se è la prima volta che visito lâisola. Mi racconta che sta scrivendo una tesi su San Servolo, e le sue parole sono affascinanti. Mi parla della trasformazione dellâisola, da rifugio spirituale a manicomio, fino a diventare oggi un centro di cultura. Mi perdo nel suo racconto, come se anchâessa fosse una presenza sospesa tra passato e presente.

Quando il mio stomaco inizia a farsi sentire, mi dirigo verso il ristorante. Mentre cammino, il suono dellâacqua del secondo pontile mi rilassa. Un piccolo scoiattolo, apparentemente padrone dellâisola, corre via con una velocitĂ impressionante. âSpero che non morda i pali del porticcioloâ, penso, sorridendo.

Arrivato al ristorante, trovo i miei compagni di viaggio che mi cercano disperatamente, preoccupati dato che il telefonino squillava a vuoto. Sorrido e penso giĂ al pranzo che ci aspetta (tre portate, dessert, caffè, acqua e vino inclusi 70 ⏠a persona). Nel pomeriggio, mentre il sole tramonta dietro le colline di Venezia, rifletto sulla bellezza di questâisola. San Servolo è un luogo di memorie, di storie intrecciate come fili invisibili. Ogni angolo racconta una vita, ogni pietra conserva un ricordo. E, a differenza di altri posti che lasciano un senso di freddezza, qui câè una sensazione di calore, di accoglienza, anche nei momenti piĂš difficili.
In sedia a ruote, ho visto molti luoghi, ma San Servolo mi ha lasciato qualcosa di unico: un sorriso di benvenuto, una risata inattesa, la possibilitĂ di fermarsi e riflettere. Ă unâisola che accoglie senza fare domande. Forse è questo il suo segreto: accogliere tutti, anche chi non se lo aspetta.
Il diario che avete appena letto ha partecipato al Premio letterario Per Caso TV
Metro in collaborazione con Per Caso TV
il canale televisivo h24 che vi racconta i viaggi di Patrizio Roversi,Syusy Blady e tutti gli Ambassador di Slow tour
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