🌐 Giorni della Merla: xché si chiamano così e che leggenda raccontano
I Giorni della Merla, tradizione popolare legata ai 29, 30 e 31 gennaio, sono considerati – secondo la leggenda – i tre giorni più freddi dell’anno. La credenza ha radici profonde nel folklore italiano e collega clima, mito e osservazioni antiche sulla natura.
In Italia, quando si parla dei Giorni della Merla, si entra in un affascinante intreccio tra meteorologia popolare, leggende e la storia culturale delle stagioni. Secondo la tradizione, infatti, i 29, 30 e 31 gennaio vengono definiti proprio così perché rappresentano i giorni più rigidi dell’inverno, quelli in cui il gelo raggiunge la sua massima intensità prima dell’avvicinarsi della primavera popolare.
Le origini della tradizione: tra leggenda e osservazione naturale
Secondo una delle versioni più diffuse della leggenda, prima che il calendario assumesse la forma attuale il mese di gennaio durava solo 28 giorni. In quell’epoca, una merla dal candido piumaggio bianco – protagonista della narrazione – soffriva terribilmente il freddo e, alla fine del mese, si trovò improvvisamente ad affrontare condizioni climatiche ancora più avverse. Per sfuggire alla gelida morsa dell’inverno, trovò rifugio in un camino insieme ai suoi pulcini e vi rimase per tre giorni interi. Quando alla fine uscì, *il suo piumaggio era diventato completamente nero a causa della fuliggine, dando così origine alla curiosa spiegazione popolare sul perché i merli hanno le piume scure.
Questa narrazione, ricca di simbolismo, collega la figura della merla ad un periodo di penombra e difficoltà e spiega – attraverso il colore – un fenomeno naturale osservato dalla cultura contadina. In alcune varianti della leggenda, i piccoli merli emergono anch’essi anneriti dalla cenere, consolidando così l’associazione del colore nero con questi giorni gelidi.
I racconti e le spiegazioni non si limitano a una sola versione. Altre varianti popolari associano il nome “merla” non all’uccello, ma a un cannone o a un carro chiamato “La Merla”, usato anticamente per guadare il fiume Po quando la superficie era gelata – possibile solo nei giorni più freddi dell’anno. Secondo questa interpretazione storica, il termine sarebbe di origine locale, collegando il clima ai segni culturali di un tempo.

La tradizione meteorologica e la memoria collettiva
Anche se non esistono prove scientifiche che confermino che i tre giorni finali di gennaio siano sempre i più freddi dell’anno, la tradizione rimane fortemente radicata nel tessuto culturale italiano. Secondo i racconti popolari, se i Giorni della Merla sono davvero gelidi, allora la primavera che seguirà sarà mite e anticipata; se invece queste giornate sono più clementi, allora l’inverno potrebbe prolungarsi e la primavera tardare ad arrivare. Questa credenza si è tramandata di generazione in generazione, diventando un modo semplice e suggestivo per leggere le stagioni.
La passione per queste storie è talmente forte da farle entrare non solo nella memoria orale, ma anche nella letteratura e persino nei modi di dire regionali. Nel XIII canto del Purgatorio della Divina Commedia, Dante Alighieri sembra alludere a un clima rigido associato a questa simbologia legata ai merli.
Zuppe e riti: la cultura materiale dei Giorni della Merla
Nei contesti rurali e nelle campagne italiane, i giorni della Merla non erano solo un racconto da tramandare, ma anche un momento di preparazione pratica alle sfide dell’inverno. Le basse temperature facevano sì che le famiglie si radunassero attorno al camino o alla stufa, preparando minestre e zuppe tradizionali, dal cavolo nero alla ribollita in Toscana, dalla polenta in Lombardia alle ricette con verze nelle regioni settentrionali.
L’orto invernale offriva le sue ultime risorse – soprattutto verdure come le verze – che, con il gelo, diventavano ancora più saporite e nutrienti. In questo modo la cultura gastronomica si intrecciava con quella meteorologica: il gelo non era visto solo con timore, ma come una indicazione naturale di un passaggio stagionale.

Tra scienza e mito: cosa dicono i climatologi
Da un punto di vista scientifico moderno, i dati meteorologici non confermano la credenza popolare che i Giorni della Merla siano sempre i più freddi dell’anno. Le temperature dipendono da vari fattori – correnti artiche, inversioni termiche, posizionamenti delle alte e basse pressioni – e possono variare anche di molto da un anno all’altro e da una regione all’altra. In effetti, le ondate di gelo intense possono manifestarsi anche in altri periodi dell’inverno, soprattutto nella prima decade di gennaio.
Eppure, l’immaginario collettivo continua a essere influenzato dalla tradizione: quando si avvicina il 29 gennaio, molte persone in Italia iniziano a parlare dei “Giorni della Merla” come se fosse un rito da rispettare, mettendo sotto controllo le previsioni del tempo con occhi pieni di attesa e curiosità.
Leggende alternative e varianti culturali
Una delle varianti meno “ornitologiche” della leggenda vuole che il nome derivi da una nobile signora di Caravaggio, chiamata De Merli, la quale avrebbe potuto attraversare il fiume Po – ghiacciato solo in quei fini di gennaio – proprio nei giorni indicati. Queste versioni alternative, meno popolari ma diffuse in alcune aree locali, mostrano quanto ricca e sfaccettata sia la tradizione dei Giorni della Merla.
Al di là delle singole narrazioni, ciò che permane è la forza della tradizione popolare italiana di spiegare il mondo naturale attraverso storie e simboli, e di conservare racconti che, pur non essendo scientifici, fanno parte integrante dell’immaginario collettivo.

I Giorni della Merla – i 29, 30 e 31 gennaio – sono profondamente radicati nella cultura italiana come simbolo tradizionale dei giorni più freddi dell’inverno. Da leggenda della merla bianca che si annerisce per il freddo, alle varianti regionali legate a storie storiche, questa tradizione popolare racconta molto sul rapporto tra l’uomo, il clima e il desiderio di interpretare i cicli della natura. Pur non avendo fondamento meteorologico certo, la leggenda continua a vivere nelle campagne, nelle cucine e nella memoria collettiva degli italiani ogni anno.
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