8:14 am, 23 Gennaio 26 calendario

🌐  New Gaza tra piano Usa di sviluppo e violenze continue

Di: Redazione Metrotoday
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Gli Stati Uniti presentano un ambizioso piano di sviluppo per una “New Gaza” post-guerra mentre Israele continua il fuoco che uccide civili palestinesi, un contrasto che riflette le profondità della crisi umanitaria, le tensioni geopolitiche e gli interrogativi su pace, ricostruzione e diritti nel territorio dilaniato della Striscia di Gaza.

Un piano ambizioso mentre il conflitto persiste

Nei giorni scorsi a Davos, in Svizzera, gli Stati Uniti hanno presentato un piano di sviluppo denominato New Gaza, proposto come parte della più ampia iniziativa di pace voluta dall’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump. La visione per la ricostruzione del territorio — duramente colpito da anni di conflitto — include torri residenziali, centri dati, parchi industriali e servizi moderni, con l’obiettivo dichiarato di trasformare la Striscia in un motore economico regionale.

Il piano è stato illustrato da Jared Kushner con immagini che richiamano skyline tipici di Dubai o Singapore, e un’enfasi sulla potenziale attrattiva del territorio come “bellezza immobiliare”. Donald Trump, intervenendo durante un evento del Board of Peace, ha definito Gaza un “beautiful piece of property”, sottolineando la propria identità di real estate person at heart mentre promuoveva la visione di sviluppo.

Tuttavia, critici e osservatori internazionali hanno sottolineato che il piano non affronta aspetti chiave come i diritti di proprietà dei palestinesi, il rimpatrio dei profughi, le compensazioni per case distrutte e dove vivranno le popolazioni sfollate durante la ricostruzione.

La ‘New Gaza’ e il ‘Board of Peace’

La proposta di New Gaza è strettamente collegata alla creazione del Board of Peace, un organismo internazionale presentato a Davos e presieduto da Trump, che mira a supervisionare il processo di transizione, demilitarizzazione e ricostruzione nella Striscia. L’UN ha approvato una risoluzione — spinta dagli Stati Uniti — per istituire una Forza Internazionale di Stabilizzazione e un comitato esecutivo tecnico per gestire le fasi iniziali della transizione, non senza controversie e opposizioni da varie parti coinvolte.

Il piano Trump/Kushner prevede la disarmamento di Hamas, il ritiro delle truppe israeliane e la graduale gestione del territorio da parte di un esecutivo palestinese tecnocratico, ma molte tappe proceduralmente delicate restano irrisolte e legate a condizioni preliminari difficili da soddisfare in un contesto ancora segnato dalla violenza.

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Violenze e morti sul terreno

Mentre si parla di sviluppo futuro, la realtà sul terreno è ancora dominata da violenze, con scontri e morti civili. Nel giorno della presentazione del piano New Gaza, colpi di artiglieria e bombardamenti israeliani hanno ucciso almeno cinque palestinesi a Gaza, segnalando come la tregua non abbia cancellato il rischio di ulteriori escalation.

La situazione sul campo rimane complessa: nonostante alcune aperture diplomatiche, come l’annuncio della riapertura del valico di Rafah con l’Egitto, gli ostacoli alla piena pacificazione sono ancora legati a condizioni non soddisfatte da Hamas, problemi di sicurezza e disaccordi sulle modalità di controllo territoriale.

Un progetto con ambizioni e critiche

Le reazioni internazionali alla New Gaza sono divergenti. Alcuni media e governi vedono nel piano un possibile stimolo alla ripresa economica e alla stabilità, mentre altri sottolineano le lacune nelle proposte e l’assenza di impegni finanziari chiari da parte di attori globali.

Velocizzare la rimozione delle decine di milioni di tonnellate di macerie accumulate durante il conflitto è una delle priorità indicate, ma il piano manca di dettagli concreti su come verranno mobilitati i mezzi, dove verranno destinati gli sfollati e come si affronteranno le questioni di compensazione e diritti di proprietà.

Un’analisi del Financial Times e del Washington Post segnala che mentre i rendering mostrano una nuova Gaza con grattacieli e viali alberati, la realtà attuale è quella di infrastrutture distrutte, milioni di persone sfollate e una tregua fragile che potrebbe essere facilmente infranta senza un sostegno politico e finanziario internazionale consolidato.

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Sfide diplomatiche e geopolitiche

La questione di Gaza non è isolata dal panorama più ampio del Medio Oriente. Accordi multilaterali come la “Pace di Sharm el-Sheikh” del 2025 hanno cercato di gettare le basi per la fine del conflitto, coinvolgendo Usa, Egitto e altri mediatori.

Tuttavia, la realizzazione di qualsiasi progetto di pace dipende da un accordo sostenibile tra le parti — inclusa Hamas, Israele, Stati Uniti, potenze regionali e la comunità internazionale — qualcosa che non è ancora stato pienamente raggiunto.

Il piano di Trump, in particolare, è stato descritto da alcuni come una possibile reinterpretazione dei tradizionali “piani di pace”, con enfasi su gestione tecnica, sviluppo economico e presenza internazionale piuttosto che su una soluzione politica di lungo termine basata su relazioni tra Stati e popoli.

Le persone al centro: dubbi e speranze

Per i cittadini palestinesi di Gaza — oltre 2 milioni dei quali sono stati internamente sfollati dal conflitto — l’idea di una New Gaza, con infrastrutture moderne e opportunità economiche, rappresenta sia una speranza sia una fonte di scetticismo. Molti ricordano che la ricostruzione dopo conflitti simili in altre aree richiede decenni e ingenti risorse, e spesso i piani di grande visione rimangono lettera morta se non sostenuti da impegni politici e umanitari concreti.

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Visione e realtà in conflitto

La presentazione del piano New Gaza da parte degli Stati Uniti segna un momento significativo nella diplomazia intorno alla crisi israelo-palestinese: una visione di rinascita è stata formalmente proposta, ma essa si confronta con la realtà quotidiana di violenza, distruzione e fragilità politica.

Se il piano sarà in grado di trasformarsi da progetto ideale in un percorso concreto di pace e ricostruzione, dipenderà non solo dalla volontà degli Stati Uniti e di Israele ma anche dall’effettiva inclusione delle comunità palestinesi come protagoniste del proprio futuro — una sfida che rimane aperta e controversa.

23 Gennaio 2026
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