🌐 Europa in uscita dal coordinamento Gaza Usa: diplomazia in bilico
Alcuni Stati europei stanno ripensando la loro presenza alla base di coordinamento per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti, criticando l’inefficacia nel facilitare gli aiuti umanitari e nel promuovere progressi politici verso una pace duratura.
In un momento di profonde incertezze per la diplomazia internazionale, alcuni Paesi europei stanno valutando di ridurre o addirittura sospendere la loro presenza presso il Civil‑Military Coordination Centre (CMCC), la struttura di coordinamento civile‑militare voluta dagli Stati Uniti in Israele per gestire la situazione post‑guerra a Gaza.
La notizia, basata su fonti diplomatiche europee in contatto con Reuters, riflette l’aumento della frustrazione europea sulle prospettive di pace in Medio Oriente e sulle reali capacità operative del centro, istituito come parte del piano di pace statunitense.
Un centro nato sotto grandi promesse
📌 Il CMCC, situato nei pressi della città di Kiryat Gat, nel sud di Israele, è stato creato nell’ottobre 2025 “per monitorare il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, facilitare l’ingresso di aiuti umanitari e contribuire a modellare le politiche per una soluzione politica duratura”. Centrato sulla cooperazione tra militari e civili, il centro vedeva all’inizio la partecipazione di decine di nazioni, incluse potenze europee come Germania, Francia e Regno Unito, insieme a Paesi del Medio Oriente come Egitto e Emirati Arabi Uniti.

Tuttavia, dopo alcuni mesi di attività, le aspettative di progressi significativi — sia sul fronte dell’assistenza ai civili a Gaza sia su quello di un percorso politico inclusivo — sembrano deluse per molti delegati europei.
Secondo diplomatici occidentali, la struttura è percepita come “senza una direzione chiara” e incapace di ottenere risultati tangibili, tanto che in alcune capitali europee i funzionari non sono nemmeno rientrati al centro dopo le vacanze di Natale e Capodanno.
Critiche sulla gestione degli aiuti e sull’assenza palestinese
Una delle principali critiche mosse riguarda proprio il ruolo del CMCC nel facilitare l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, dove la crisi umanitaria continua a essere tra le più gravi al mondo. Secondo fonti europee, nonostante il cessate il fuoco e i frequenti annunci politici, l’effettivo flusso di aiuti non è aumentato in maniera significativa.
Le restrizioni israeliane sull’ingresso di merci considerate “a duplice uso” (dual‑use) — incluse componenti essenziali per la ricostruzione, come i pali di metallo per le tende — sono state perlopiù mantenute, complicando ulteriormente gli sforzi umanitari.
Un’altra polemica riguarda l’assenza di rappresentanti palestinesi nel CMCC, fatto che, secondo gli osservatori europei, rischia di dare ad altre parti una influenza sproporzionata sulle scelte riguardanti Gaza, compromettendo la credibilità e l’equilibrio delle decisioni sul futuro post‑conflitto.

La diplomazia europea: tra condanna e cautela
Il ripensamento sulla partecipazione europea avviene in un contesto geopolitico globale complesso, in cui la fiducia tra gli alleati occidentali è messa alla prova da iniziative statunitensi giudicate troppo unilaterali o poco coordinate con i partner. Oltre alle critiche rivolte al piano per Gaza, molte capitali europee si sono mostrate critiche anche sulle recenti politiche Usa riguardo ad altri dossier caldi — tra cui le tensioni sull’acquisizione della Groenlandia o le iniziative in Venezuela — percepite come “non convenzionali” e potenzialmente destabilizzanti per le relazioni multilaterali.
Nonostante non siano attualmente previsti annunci formali di ritiro dai Paesi coinvolti, alcuni diplomatici europei hanno ammesso che “la frustrazione interna è notevole” e che le rispettive capitali stanno valutando varie opzioni — dal limitare la partecipazione a certe attività del CMCC al sospendere completamente l’invio di personale.
Il ruolo incerto del “Board of Peace”
La situazione è ulteriormente complicata dall’avanzamento del cosiddetto “Board of Peace,” un organismo di alto profilo voluto dall’amministrazione Usa per supervisionare il processo di pace e di governance nella regione. Mentre Washington ha invitato anche l’Unione Europea a far parte di questo meccanismo, molti europei guardano con scetticismo alla sua struttura e alle implicazioni di un modello che potrebbe marginalizzare gli stessi protagonisti locali, come i rappresentanti palestinesi.
Secondo fonti diplomatiche, la transizione verso la seconda fase del piano di pace statunitense — che dovrebbe includere demilitarizzazione, governance e ricostruzione — manca ancora di dettagli operativi chiari e di garanzie su aspetti fondamentali come i ritiri militari e l’effettiva apertura di punti di accesso per gli aiuti.

Rischi e conseguenze di un possibile ritiro
La decisione di un Paese di ridurre o interrompere il proprio coinvolgimento nel CMCC potrebbe avere impatti significativi sulla dinamica politica e militare nella regione. Alcuni esperti avvertono che un ritiro europeo potrebbe aumentare l’influenza di attori come Israele o Stati Uniti nelle scelte strategiche riguardanti Gaza, riducendo lo spazio per mediazioni multilaterali più equilibrate.
Al contrario, sostenitori di una linea più cauta sottolineano che mantenere personale in un’organizzazione percepita come inefficace potrebbe finire per legittimare un processo che non risponde ai bisogni umanitari reali e che manca di un’ampia base di legittimità interna.
Un bivio nella diplomazia mediorientale
Il ripensamento europeo sulla partecipazione al CMCC segnala una crescente insoddisfazione verso gli schemi tradizionali di mediazione internazionale, soprattutto quando questi vengono percepiti come non in grado di migliorare concretamente la vita delle popolazioni colpite dal conflitto. In un momento in cui Gaza continua a registrare condizioni di vita estremamente difficili, la capacità di coordinare efficacemente aiuti, sicurezza e percorsi politici resta una priorità urgente per la comunità internazionale.
Questa riflessione critica da parte dei Paesi europei potrebbe segnare un cambiamento di paradigma nel modo in cui le potenze occidentali affrontano i conflitti e le transizioni post‑belliche, spingendo verso strategie che diano maggiore peso alle esigenze delle popolazioni locali oltre che agli interessi geopolitici.
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