🌐 Gaza, fase due del piano USA: disarmo Hamas e ritiro israeliano
Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno dichiarato l’avvio della fase due del Gaza plan — un ambizioso progetto di cessate il fuoco, disarmo di Hamas e progressivo ritiro delle forze israeliane — ma la tregua resta fragile e le violazioni persistono, mentre la comunità internazionale si interroga sugli ostacoli diplomatici e umanitari di un accordo che potrebbe riscrivere il futuro della Striscia.
Cosa prevede la “fase due”
📌 Gli Stati Uniti, tramite il loro inviato speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff, hanno ufficialmente annunciato il lancio della seconda fase del piano di pace per Gaza, un elemento chiave della più ampia ceasefire negoziata con Israele e Hamas nel corso del 2025 e ratificata a ottobre con un accordo in oltre venti punti.
Questa fase, descritta come un passaggio cruciale dal “cessate il fuoco” alla “demilitarizzazione, governance tecnica e ricostruzione”, include l’istituzione di un comitato di tecnocrati palestinesi responsabile dell’amministrazione quotidiana nella Striscia e la prospettiva, sul piano politico, del disarmo completo di Hamas e del progressivo ritiro delle forze israeliane da ampie zone del territorio.
Secondo la bozza del piano statunitense, la nuova governance transitoria sarebbe guidata da figure come l’ex ministro Ali Shaath e supervisionata da un “Board of Peace” internazionale con membri chiamati a facilitare la transizione.
Il nodo del disarmo e le reazioni di Hamas
Tuttavia, la prospettiva del disarmo totale di Hamas rimane profondamente contestata dall’organizzazione stessa e da altri gruppi armati palestinesi. Hamas ha più volte ribadito che rinunciare alle proprie armi in maniera definitiva è “fuori discussione”, considerando le armi come strumento di autodifesa contro quella che definisce occupazione israeliana.
Le difficoltà negoziali emergono con forza proprio sul capitolo militare: se per Tel Aviv l’eliminazione delle capacità belliche di Hamas è condizione sine qua non di una pace duratura, per molti esponenti palestinesi questa richiesta equivale a una resa incondizionata. Le trattative che si svolgono a Il Cairo con la mediazione egiziana continuano a scontrarsi con diffidenze reciproche e polarizzazioni interne alle fazioni palestinesi.
Ritiro di Israele e cessate il fuoco
La seconda fase del piano dovrebbe includere il ritiro progressivo delle forze israeliane dalle aree urbane e da molte zone della Striscia di Gaza, segnando un allontanamento dalle aree controllate con la famosa linea gialla, che durante la fase uno era stata definita come limite entro cui si sarebbe dovuto arretrare.
Tuttavia, molti degli obiettivi del piano originale non si sono concretizzati sul terreno: la piena ritirata delle truppe non è stata completata e gli attacchi intermittenti sono proseguiti, con raid e bombardamenti anche dopo l’annuncio della tregua.
Una tregua fragile: violazioni e crisi umanitaria
Nonostante l’annuncio formale, la tregua resta fragile e il cessate il fuoco è costantemente violato. Secondo fonti locali e rapporti giornalistici, le forze israeliane continuano le operazioni in diverse zone della Striscia, causando morti tra la popolazione civile e tra miliziani, mentre le infrastrutture rimangono devastate.
Sul piano umanitario, la situazione è drammatica: dopo mesi di bombardamenti, oltre l’80% delle abitazioni e delle infrastrutture a Gaza è danneggiato o distrutto, con centinaia di migliaia di sfollati, rifugiati in accampamenti di fortuna e una carenza cronica di acqua potabile, medicinali e generi di prima necessità. La pressione internazionale sulle autorità israeliane affinché permettano l’ingresso senza restrizioni degli aiuti umanitari non accenna ad allentarsi.
Reazioni internazionali e dinamiche geopolitiche
🗣️ Il piano statunitense ha suscitato reazioni contrastanti su scala globale. L’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno sollecitato una soluzione duratura basata sul rispetto dei diritti umani e sulla protezione dei civili, mentre alcuni paesi arabi vedono nelle trattative una possibile apertura verso una pace strutturata.
La Russia e la Cina, pur avendo espresso riserve su certi aspetti dell’accordo, non hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizza l’invio di una forza internazionale di stabilizzazione, un passo simbolico verso un maggiore coinvolgimento multilaterale.
Soluzione a due Stati e pace duratura
Una delle questioni più spinose resta l’assenza di un impegno formale verso la soluzione dei due Stati, un principio a lungo considerato fondamentale per la pace in Medio Oriente ma sempre più marginale nei negoziati attuali. Mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito più volte il suo rifiuto a uno Stato palestinese sovrano nella Striscia, molti analisti internazionali temono che il piano statunitense finisca per consolidare uno status quo che non affronta le radici profonde del conflitto.
Tra speranze di stabilità e ostacoli reali
La fase due del piano per Gaza rappresenta un tentativo ambizioso di trasformare una tregua fragile in un processo politico strutturato di smilitarizzazione e governance civile. Ma tra disarmo, ritiro e governance condivisa, le incognite restano alte: tradurre gli accordi internazionali in cambiamenti reali sul terreno richiederà compromessi difficili, una volontà politica sostenuta da tutte le parti e un impegno concreto della comunità internazionale.
In un conflitto che ha già causato migliaia di vittime e sofferenze inimmaginabili, ogni passo avanti deve confrontarsi con un passato di diffidenza e sfiducia. La pace, sebbene desiderata da molti, sembra ancora distare molto più di quanto la semplice dichiarazione di una “fase due” possa lasciare sperare.
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