🌐 Si SCATENA LA BUFERA SULL’AUTORITÀ CHE CONTROLLA I DATI
Il Garante per la protezione dei dati personali nel mirino di un acceso dibattito pubblico: tra sanzioni ai giornali, ritardi istruttori e un’indagine giudiziaria che scuote l’Authority, si riaccendono i nodi tra privacy, diritto di cronaca e poteri sanzionatori.
Al centro della scena c’è un dossier aperto da anni sull’uso dei dati da parte dei siti dei giornali, che secondo alcune fonti locali è rimasto sospeso «come in un mistero procedurale», e l’attività sanzionatoria dell’Authority nei confronti di emittenti e testate, con particolare riferimento a casi come quello della trasmissione Report della Rai.
Il “mistero dell’istruttoria” e le sanzioni ai giornali
Un articolo di prima pagina della Repubblica racconta di un’istruttoria aperta nel 2022 sulla profilazione degli utenti da parte dei siti d’informazione, che però non avrebbe mai portato a conclusioni o provvedimenti definitivi. Secondo la testata, il dossier è rimasto “bloccato” per anni, alimentando critiche sul ritmo e sulla trasparenza dell’attività del Garante.
Se da un lato l’Authority ha competenze ben precise – previste dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) e dal Codice italiano della privacy – e può irrogare sanzioni fino a 10 milioni di euro o al 2% del fatturato globale per violazioni dei dati personali, dall’altro l’esercizio di tali poteri deve essere tempestivo e motivato.
Critici del settore sostengono che l’attività istruttoria rallentata crea incertezza nei confronti dei giornali online e dei loro modelli di business digitali, che si fondano sull’uso di cookie e tecnologie di profilazione per personalizzare i contenuti e generare ricavi pubblicitari. I rischi di una normativa rigida e applicata con lentezza, secondo alcuni commentatori, sono un possibile indebolimento del pluralismo informativo e un aumento dei costi di conformità per le testate.
Il caso Report e le sanzioni contestate
La tensione tra il Garante e i media non nasce oggi. Nel corso del 2025, l’Authority ha comminato una sanzione alla Rai e alla trasmissione Report per presunte violazioni della privacy legate alla pubblicazione di contenuti audio considerati personali. Questa decisione ha scatenato un acceso dibattito nel mondo media e tra giuristi, con il conduttore Sigfrido Ranucci che ha definito la multa “una punizione politica” e un tentativo di intimidire il giornalismo investigativo.
Dal punto di vista giuridico, però, l’azione del Garante sarebbe conforme alle norme: esperti di diritto digitale hanno sottolineato che la protezione dei dati personali non può essere sacrificata anche in nome del diritto di cronaca, quando vengono rivelati elementi che identificano direttamente persone private nei loro aspetti più intimi.
Tuttavia, la Corte di Cassazione ha recentemente fissato limiti stringenti ai poteri sanzionatori dell’Authority, stabilendo che il Garante non può esercitare tali poteri oltre determinati termini temporali, con una sentenza che ha annullato sanzioni inflitte in passato proprio per decorrenza dei termini. Questo pronunciamento della Cassazione aggiunge un ulteriore elemento di dibattito sul confine tra vigilanza dei dati e diritto di informare.
Il contesto giudiziario e politico che travolge l’Authority
La spirale di tensioni istituzionali è stata aggravata da un’inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura di Roma, che ha portato alla perquisizione della sede del Garante e all’iscrizione nel registro degli indagati del presidente Pasquale Stanzione e dell’intero collegio direttivo con l’accusa di corruzione e peculato legata alla gestione delle spese e agli atti sanzionatori dell’Authority.
In risposta, il collegio dell’Authority ha affermato di avere “piena fiducia nella magistratura” e di voler proseguire il proprio lavoro, sostenendo la propria estraneità ai fatti contestati.
Questa svolta giudiziaria ha travalicato i confini del dibattito tecnico sulla privacy, coinvolgendo direttamente la politica: opposizioni e media criticano la gestione dell’ente, mentre alcuni settori della maggioranza chiedono chiarezza e riforme strutturali. La nomina degli organi del Garante e le relative competenze sono tornate al centro di discussioni politiche trasversali, con proposte di intervento sulla composizione e sul metodo di nomina dei membri.

Tra libertà di stampa e tutela dei dati: il nodo irrisolto
La vicenda delle sanzioni ai giornali e più in generale il ruolo del Garante della Privacy evidenziano un conflitto di fondo tra due principi costituzionali fondamentali: il diritto alla libertà di stampa e di espressione, e il diritto alla protezione dei dati personali. Mentre alcune voci chiedono poteri più chiari e limiti precisi per l’Authority, altre sottolineano l’importanza di una vigilanza rigorosa sulle pratiche digitali invasive, anche da parte dei media.
Nel frattempo, il dibattito pubblico si intensifica, con opinionisti che invocano maggiore trasparenza nei processi decisionali dell’Authority e garantisti che ammoniscono contro “colpi di spugna” che indebolirebbero la protezione effettiva dei diritti digitali dei cittadini.
Uno sguardo all’orizzonte regolatorio europeo
Il caso italiano si inserisce in un panorama europeo di rafforzamento delle norme sulla privacy e dei poteri delle autorità nazionali, che hanno inflitto sanzioni pesanti anche a grandi compagnie tecnologiche per violazioni del GDPR come nei casi di OpenAI e Replika.
Questa tendenza segnala che la protezione dei dati personali sta diventando sempre più centrale nei rapporti tra istituzioni, imprese e cittadini, ma che l’equilibrio con altri diritti fondamentali resta un terreno di complesso confronto giuridico e politico.
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