🌐 Iran: almeno 5.000 morti nelle proteste
Un funzionario iraniano afferma che almeno 5.000 persone sono state uccise nelle proteste anti‑governative, includendo circa 500 membri delle forze di sicurezza, mentre la magistratura lascia intendere che si procederà a processi rapidi e possibili esecuzioni per i detenuti. La repressione, iniziata per motivi economici, si è trasformata in una delle crisi più sanguinose della Repubblica Islamica.
La crisi più sanguinosa dalla rivoluzione del 1979
Un funzionario iraniano ha dichiarato che le autorità del paese hanno verificato almeno 5.000 morti nel corso delle proteste anti‑governative esplose il 28 dicembre 2025, inclusi circa 500 membri delle forze di sicurezza. Questa cifra è stata resa nota in un’intervista alla Reuters e rappresenta il primo riconoscimento ufficiale di un bilancio così elevato da parte del governo di Teheran.
Le proteste, inizialmente alimentate da preoccupazioni economiche, inflazione crescente e crollo del valore della valuta, sono rapidamente degenerati in diffuse manifestazioni contro la guida clericale e la gestione politica del paese.

Un bilancio controverso e numeri che divergono
Organizzazioni per i diritti umani, come l’agenzia HRANA con sede negli Stati Uniti, hanno stimato un numero diverso, indicando almeno 3.308 morti confermati con altri 4.382 casi sotto revisione. Tuttavia, la reale entità delle vittime rimane difficile da verificare a causa delle restrizioni sull’accesso alle informazioni, blocchi di internet e limiti imposti ai media indipendenti. Analisti e fonti attiviste internazionali suggeriscono anche cifre potenzialmente molto più alte se si includono tutte le segnalazioni mediche interne.
Secondo tali fonti alternative, compilate da medici e ospedali nella Repubblica Islamica, le morti potrebbero aver superato le 16.500 vittime, con centinaia di migliaia di feriti, specialmente tra giovani sotto i 30 anni. Queste stime, pur non verificabili in modo indipendente, descrivono una repressione di una violenza senza precedenti negli ultimi decenni.
La narrativa ufficiale: “terroristi” e interferenze straniere
Il governo iraniano ha attribuito la responsabilità della violenza a “terroristi” e presunti “assetati di sangue” schierati contro lo Stato, sostenendo che gruppi armati e forze straniere, a suo dire supportate da Stati Uniti e Israele, abbiano alimentato la ribellione. Il leader supremo, Ayatollah Ali Khamenei, ha rilanciato questa denuncia nei confronti delle potenze straniere, affermando che “non permetterà che nemici interni e internazionali restino impuniti”.

Questa lettura ufficiale del conflitto segue una lunga tradizione retorica del regime che tende a inquadrare le proteste come sabotaggio esterno piuttosto che esprimere un malcontento sociale interno. Tuttavia, molti osservatori indipendenti sottolineano che il malessere economico e le richieste di libertà politica sono stati i motivi principali che hanno spinto milioni di iraniani nelle piazze.
La giustizia iraniana: processi accelerati e minaccia di esecuzioni
In parallelo alla repressione sul terreno, la magistratura iraniana ha lasciato intendere che potrebbero seguire processi rapidi e possibili esecuzioni per i manifestanti e i leader arrestati. In base al codice penale iraniano, alcuni reati legati alle proteste – in particolare l’accusa di Mohareb, ovvero “combattere contro Dio” – possono essere puniti con la pena capitale.
Questa prospettiva ha suscitato forti preoccupazioni internazionali, con numerose organizzazioni per i diritti umani che denunciano un sistema giudiziario che viola standard di giustizia e diritti fondamentali. Anche Stati Uniti e Unione Europea hanno condannato la repressione, minacciando nuove sanzioni e misure contro il regime.

Reazioni globali: condanne e minacce di sanzioni
La comunità internazionale ha reagito con allarme alla diffusione delle notizie sul massacro. I paesi del G7 hanno espresso “profonda preoccupazione” e avvertito che ulteriori misure restrittive sono pronte se le violazioni continueranno.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno ribadito l’importanza del rispetto dei diritti umani e hanno sottolineato che qualsiasi esecuzione di manifestanti potrebbe portare a una risposta più dura da parte di Washington.
Il quadro interno: repressione, paura e futuro incerto
All’interno dell’Iran, la situazione resta tesa. Dopo settimane di scontri, le grandi manifestazioni sembrano essere state attenuate dalla repressione, ma tensioni profonde permangono in molte regioni, soprattutto nelle province curde dove gli scontri sono stati più violenti.
Molti analisti ritengono che, nonostante la repressione attuale, la rabbia sociale potrebbe riaffiorare non appena si allenteranno le misure di controllo, soprattutto se non verranno affrontate le cause economiche e politiche che hanno scatenato la protesta.

Un capitolo drammatico nella storia dell’Iran
La conferma ufficiale di almeno 5.000 morti tra civili e forze di sicurezza segna uno dei capitoli più tragici nella storia recente dell’Iran. Le prospettive di processi rapidi e potenziali esecuzioni aggiungono un ulteriore elemento di tensione in un paese già profondamente scosso da una crisi di legittimità interna e da crescenti pressioni internazionali.
Con le stime alternative che indicano numeri ancora più alti di vittime, la comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani chiedono trasparenza, giustizia e rispetto dei diritti fondamentali in un momento di crisi senza precedenti.
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