8:42 am, 15 Gennaio 26 calendario

🌐 Strage di Paolo Borsellino, scontro Gip‑Procura sui mandanti “neri”

Di: Redazione Metrotoday
condividi

Lo scontro Gip‑Procura sulle indagini sulle stragi di mafia del 1992 – in particolare sul filone dei “mandanti esterni” della strage di via D’Amelio – riapre ferite giudiziarie e politiche: dalla decisione della gip di rifiutare l’archiviazione alla Procura di Caltanissetta che presenta ricorso alla Cassazione, emergono tensioni che potrebbero avere serie conseguenze sul percorso delle indagini e sulla ricerca della verità su uno degli eventi più traumatici della storia repubblicana.

Trentaquattro anni dopo il tragico attentato del 19 luglio 1992 in via D’Amelio, nel quale persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta, si è riacceso un duro conflitto tra magistratura requirente e giudice per le indagini preliminari (gip) di Caltanissetta su come proseguire gli accertamenti sui presunti mandanti esterni delle stragi di mafia. Lo scontro Gip‑Procura riguarda il rifiuto continuo da parte della gip Grazia Luparello di accogliere la richiesta di archiviazione presentata dai pm, e l’azione della Procura — guidata da Salvatore De Luca — che ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, definendola «abnorme».

Il nodo dell’indagine: nuovi accertamenti

La querelle nasce dal dossier investigativo relativo alla possibile esistenza di mandanti esterni alle stragi del 1992, in particolare per la strage di via D’Amelio, dove fu ucciso Borsellino. In più occasioni dal 2022 la gip di Caltanissetta ha respinto le richieste di archiviazione avanzate dai pm, che ritenevano non necessari ulteriori accertamenti, e ha disposto l’apertura di nuovi filoni di indagine, tra cui possibili collegamenti con ambienti eversivi e neofascisti oltre alla tradizionale pista mafiosa.

È qui che nasce lo scontro: pur essendo un elemento del processo di verifica, la disposizione di approfondire con «attività a sorpresa» — cioè indagini coperte da segreto e contraddistinte dall’urgenza — non è stata eseguita dalla Procura, che ha preferito presentare un ricorso alla Cassazione contro il rigetto dell’archiviazione. Secondo i pm, l’atto del giudice sarebbe “abnorme” e non conforme alle esigenze processuali.

Questa dinamica ha acceso un confronto istituzionale insolito: un magistrato requirente contro un magistrato giudicante, mentre sullo sfondo rimane il desiderio — condiviso dalla società civile — di fare piena luce sui mandanti occulti delle stragi che insanguinarono il Paese nel 1992.

Al centro del dibattito: la pista “nera” 

Parte delle istanze della gip si basano su elementi e verbali emersi negli anni, tra cui documenti relativi al possibile coinvolgimento di esponenti dell’estremismo politico di destra, nell’ambito di una cosiddetta pista nera, che in passato fu oggetto di verifica sia per la strage di Capaci che per quella di via D’Amelio.

Questa ipotesi si intreccia ad altri filoni, tra cui le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia e le analisi dello scenario delle mafie e delle relazioni criminali dell’epoca. Tuttavia — come riportato nelle inchieste giornalistiche e nelle cronache giudiziarie — gli accertamenti su possibili contatti tra ambienti mafiosi e gruppi eversivi di destra restano controversi e difficili da confermare in sede processuale.

Secondo gli esperti, la recente decisione di approfondire questi aspetti potrebbe portare a sviluppi importanti o, al contrario, a un nuovo stallo giudiziario se la Cassazione dovesse accogliere il ricorso della Procura e annullare la disposizione del gip.

Reazioni istituzionali e civiche

La rinnovata contesa giudiziaria intorno alla strage ha già suscitato reazioni nel mondo politico e civile. La storia di Borsellino continua a essere evocata non solo come lutto nazionale ma anche come simbolo della lotta alla mafia e dell’impegno per la verità.

Negli ultimi anni il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha più volte ribadito la necessità di onorare il «debito di verità» verso la memoria di Borsellino e della sua scorta e ha invitato le istituzioni a sostenere le indagini più ampie sulle stragi. Parallelamente, associazioni civiche e familiari delle vittime hanno ribadito che finché non sarà chiarito ogni aspetto delle stragi, la ferita della Repubblica non potrà dirsi definitivamente sanata.

Dal mondo politico non mancano posizioni divergenti: mentre alcuni sostengono la necessità di portare avanti ogni pista investigativa possibile, altri accusano di strumentalizzazione o di voler utilizzare la memoria delle stragi per fini politici contemporanei.

Le conseguenze dello scontro

La posta in gioco di questo confronto istituzionale è alta. Se la Cassazione dovesse accogliere il ricorso della Procura e ribaltare la decisione del gip, si prospetterebbe un ritorno a una gestione più tradizionale delle indagini sulle stragi del 1992, con un possibile irrigidimento delle posizioni investigativi sulla famigerata pista “nera”.

Al contrario, una conferma del giudice di Caltanissetta potrebbe comportare:

  • una nuova stagione di investigazioni giudiziarie, con attività segrete e approfondite su mandanti esterni alle stragi;

  • possibili riaperture di casi giudiziari chiusi o archiviati da tempo;

  • implicazioni politiche e istituzionali sul ruolo delle procure e dei gip nei grandi processi di mafia.

In ogni caso, l’effetto di questa controversia risuona nelle istituzioni giudiziarie e nella società civile come un monito: la ricerca della verità sulle stragi rimane non solo un atto di giustizia, ma una questione di democrazia, capace di misurare la capacità del sistema giudiziario di affrontare senza timori anche i nodi più spinosi della storia repubblicana italiana.

15 Gennaio 2026 ( modificato il 14 Gennaio 2026 | 11:46 )
© RIPRODUZIONE RISERVATA