🌐 Jesi tra afa, cipolle meteo e meno pioggia
Jesi e buona parte delle Marche stanno vivendo un periodo meteorologico particolarmente anomalo. Da mesi con precipitazioni costantemente inferiori alla media a ondate di afa e caldo persistente, fino alla comparsa improvvisa di grandine e nevicate nei giorni recenti, il territorio si ritrova al centro di un caleidoscopio di fenomeni che raccontano tanto il meteo locale quanto la più ampia storia dei cambiamenti climatici. Le “cipolle meteo”, previsionali e popolari, sono diventate uno strumento per leggere questa complessità climaticamente variabile, ma i segnali sul lungo periodo restano preoccupanti e significa che non si tratta solo di variabilità stagionale.
Un inverno “strano” tra pioggia, neve e afa
Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da stagioni di transizione climatiche imprevedibili: se da un lato alcune giornate di dicembre e dei primi giorni del 2026 hanno visto pioggia e abbassamento delle temperature con precipitazioni nevose nelle Marche, dall’altro la stagione precedente è stata contrassegnata da afa persistente e scarse precipitazioni. Previsioni parlano infatti di aria fredda artica e piogge diffuse in molte regioni italiane, cosa che ha portato a un ritorno della neve anche nelle zone interne adriatiche, contrastando gli andamenti secchi dei mesi precedenti.
Questa alternanza di pattern, con periodi prolungati asciutti e punte acute di maltempo, riflette la variabilità estrema del clima europeo degli ultimi anni, dove ondate di caldo, stagioni secche e fenomeni improvvisi come neve fuori stagione o grandinate intense si verificano con crescente frequenza.

“Anno della variabilità”: la tradizione delle cipolle meteo a Jesi
📌 Nel comprensorio jese e nella provincia anconetana, una tradizione meteorologica locale — quella delle cipolle meteo — ha preso il sopravvento nei discorsi e nei titoli: si tratta di un approccio popolare per prevedere l’andamento climatico dell’anno attraverso la simbologia delle cipolle, spesso accompagnato da osservazioni empiriche di contadini, agricoltori e appassionati di meteo. Secondo le cipolle meteo per il 2026, l’anno è stato definito “anno della variabilità”, con aspettative di clima altalenante, meno pioggia di quella necessaria e fenomeni meteorologici che non risparmieranno nessuna stagione.
Pur essendo un rito folkloristico più che una scienza, questa tradizione riflette una percezione radicata nel tessuto sociale: si osservano pattern decennali dove stagioni sempre più secche, estate con afa prolungata e inverni instabili sembrano la nuova norma, spingendo contadini e cittadini a interrogarsi sui cambiamenti in corso.
I dati regionali e la scarsità d’acqua: un problema crescente
Nel complesso, i dati climatici monitorati sul territorio marchigiano mostrano un quadro di precipitazioni al di sotto della media storica negli anni recenti, con oscillazioni mensili che confermano periodi prolungati di siccità. Sebbene alcune stagioni come aprile o la tarda estate possano portare quanto piovuto in eccesso, l’impressione generale è quella di una tendenza a periodi più lunghi senza pioggia significativa che influiscono negativamente su falde, agricoltura e gestione delle risorse idriche.
Questo trend non è isolato: l’Italia nel suo complesso ha visto quasi 400 eventi meteorologici estremi nel 2025, incluse ondate di caldo record, fenomeni di vento, mareggiate e intense piogge in alcune aree, mentre altre zone soffrono di drought e siccità. Gli eventi estremi sono aumentati di quasi il 6% rispetto all’anno precedente, e segnali di emergenza climatica sono evidenti sia nel nord che nel sud della penisola.
Afa prolungata: mesi sempre più caldi e poche piogge
Le ondate di afa e alte temperature fuori stagione sono ormai un fenomeno regolare in Italia. Studi e osservazioni sull’ultima decade rivelano che molti mesi, specie in primavera e inizio estate, registrano temperature ben al di sopra delle medie storiche con precipitazioni sporadiche e insufficienti. Questo contribuisce a congestioni di calore urbano e stress idrico, penalizzando soprattutto le coltivazioni, l’agricoltura tradizionale e il turismo outdoor nelle regioni interne come le Marche meridionali.
Inoltre, le ondate di caldo nel 2024 e nel 2025 sono state tra le più intense registrate in Europa, con temperature estreme e mortalità significativa collegata al calore prolungato. Questi episodi si inseriscono in un quadro climatico dove periodi secchi e caldi si alternano con narrazioni stagionali più difficili da prevedere rispetto al passato.

Grandine, temporali e fenomeni improvvisi
Nonostante la tendenza generale verso siccità e meno pioggia, non mancano fenomeni intensi e locali come grandinate, temporali violenti e precipitazioni improvvise che possono causare disagi, danni a coltivazioni e infrastrutture. Nelle Marche, nel corso del 2025, si sono verificati casi di grandine con chicchi grandi come palline da ping‑pong, accompagnati da temporali e allagamenti improvvisi, capaci di invertire temporaneamente il trend secco.
Questi eventi — molto spesso localizzati e violenti — sono un segnale dell’instabilità atmosferica che caratterizza le transizioni stagionali, con fronti temporaleschi spesso in grado di generare grandine o venti forti, accompagnati da piogge intense. Tuttavia, la loro capacità di “ristabilire” un equilibrio idrico duraturo è limitata se confrontata con periodi prolungati di secchezza.
La neve torna, ma non risolve la scarsità
Con l’arrivo del freddo invernale, le nevicate sono tornate a interessare le montagne e alcune aree interne delle Marche, spingendo comprensori montani e zone di collina a sperare in una stagione sciistica più regolare dopo uno stop dovuto alle condizioni di dicembre. Tuttavia, la neve — soprattutto se cade solo in quota e in quantità modesta — non basta a riequilibrare l’indice pluviometrico stagionale o a fornire un contributo significativo alla ricarica delle falde idriche.
La neve è spesso considerata un indicatore di normalità climatica, ma in una fase di cambiamenti climatici, anche la neve può diventare irregolare e dipendente da fronti atlantici e correnti artiche occasionali, piuttosto che da condizioni climatiche “tradizionali”.

Le coltivazioni rispondono alle anomalie
La poca pioggia, l’afa prolungata e la variabilità stagionale impattano direttamente l’agricoltura locale. Coltivazioni come vigneti, uliveti e cereali richiedono un bilancio idrico regolare: in periodi di siccità, la resa e la qualità del raccolto possono diminuire, mentre l’uso irrigativo diventa più intenso, facendo aumentare la competizione per risorse idriche già scarse.
In molte aree, gli agricoltori stanno adottando pratiche di adattamento come irrigazione mirata, varietà più resistenti alla siccità e monitoraggio climatico avanzato, ma senza cambiamenti strutturali nelle grandi dinamiche climatiche le soluzioni rimangono parziali piuttosto che risolutive.
La percezione collettiva nelle comunità come Jesi è che il clima stia diventando meno prevedibile e più estremo, con tre mesi di tendenze che oscillano tra afa, siccità e irruzioni fredde. Questo richiede non solo strategie locali ma anche una coscienza più ampia di adattamento climatico, integrazione con piani regionali di gestione dell’acqua e attenzione alle infrastrutture verde‑blu che possono mitigare parte degli impatti.
L’adozione e l’attuazione di piani nazionali e locali per l’adattamento ai cambiamenti climatici, come previsto da vari osservatori ambientali, resta un tassello fondamentale per fronteggiare un futuro che, secondo gli scienziati, continuerà a portare fenomeni meteorologici estremi, alternanza di periodi secchi e perturbazioni intense, e difficoltà nella gestione delle risorse naturali.
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