🌐 Allevamento intensivo di polpi accende il dibattito su ecosistemi
La proposta di creare il primo allevamento commerciale di polpi (Octopus vulgaris) ha catturato l’attenzione di biologi, ambientalisti, operatori dell’industria ittica e consumatori.
Al cuore della questione c’è un nodo spinoso che unisce acquacoltura carnivora, pressione sugli stock ittici selvatici, benessere animale e modelli sostenibili di produzione alimentare. Mentre alcuni vedono nell’idea una possibile soluzione alla crescente domanda globale di cefalopodi, altri la definiscono un “nuovo orrore dell’acquacoltura” che minaccia mari, specie marine e valori etici fondamentali.
Il progetto più discusso è quello promosso dalla multinazionale spagnola Nueva Pescanova, che ha annunciato l’intenzione di aprire un allevamento intensivo di polpi a Las Palmas, nelle Isole Canarie, in grado di produrre circa un milione di animali all’anno. La proposta, ancora in attesa di approvazione ufficiale da parte delle autorità delle Canarie, è stata definita da alcune istituzioni come potenzialmente “a rischio significativo” per l’ambiente circostante e gli stock selvatici.

Cos’è l’acquacoltura carnivora e perché i polpi
Quando si parla di acquacoltura, molti pensano a ostriche, cozze o pesci erbivori come la tilapia. Ma il concetto di acquacoltura carnivora include l’allevamento di specie che richiedono altre proteine animali nel loro mangime. Polpi, salmoni e alcune specie di pesci predatori non possono proliferare senza una dieta ricca di proteine che, nella pratica, deriva da altri pesci catturati in natura. Questo crea una contraddizione: l’industria che promette di “produrre” pesce finisce per consumare grandi quantità di pesce selvatico come mangime.
📌 Secondo il report più recente pubblicato dall’associazione internazionale Compassion in World Farming (CIWF), l’allevamento di polpi richiederebbe quantità enormi di mangime composto da pesce foraggio — piccoli pesci come sardine, aringhe e acciughe — catturati in mare aperto. Nel primo anno di attività, stimano gli esperti, la nuova struttura potrebbe consumare fino a circa 2 miliardi di pesci foraggio solo per soddisfare la dieta di 3.000 tonnellate di polpo, e se l’attività crescesse nei prossimi anni la cifra potrebbe salire vertiginosamente.
Questa dinamica rischia di esacerbare il problema della sovrapesca globale, già sotto osservazione da anni: molti stock ittici sono ormai fragili o in diminuzione a causa della pesca eccessiva e dei cambiamenti climatici. In un contesto simile, deviare una parte significativa di questi piccoli pesci per alimentarvi polpi da allevamento non solo mette sotto ulteriore pressione gli ecosistemi, ma sottrae risorse preziose alle comunità locali che dipendono da tali stock per la propria alimentazione e economia.

Il nodo centrale nel dibattito
Uno degli aspetti più critici e meno dibattuti pubblicamente fino a poco tempo fa è la sensibilità animale dei polpi. Questi cefalopodi sono riconosciuti come animali altamente intelligenti, curiosi e con una complessità comportamentale notevole. Studi scientifici e osservazioni di laboratorio hanno dimostrato che i polpi sono capaci di risolvere problemi, utilizzare strumenti e mostrare comportamenti esplorativi avanzati, posizionandoli tra gli invertebrati più cognitivamente sviluppati al mondo.
Le condizioni proposte per l’allevamento industriale, tuttavia, prevedono ambienti ad alta densità, luci costanti e confinamenti prolungati che non rispecchiano minimamente il comportamento naturale di questi animali, abituati a spazi ampi, solitudine e complessità ambientale. Queste condizioni possono generare stress, aggressività, cannibalismo e persino mortalità elevata, secondo critici e osservatori.
La questione del metodo di macellazione proposto è anch’essa al centro della polemica. Filmati diffusi da CIWF mostrano tecniche che causano sofferenza prolungata — ad esempio l’immersione degli animali in una miscela di acqua e ghiaccio — un metodo non considerato “umano” e che, secondo gruppi per la protezione degli animali, potrebbe provocare un lungo e doloroso processo di morte.

Per questi motivi, molte organizzazioni animaliste sostengono che i polpi non dovrebbero essere allevati in condizioni di cattività intensiva affermando che si tratta, in pratica, di una forma di crudeltà intollerabile. Alcuni addirittura paragonano la prospettiva di allevare animali così intelligenti a pratiche analoghe all’allevamento intensivo di mammiferi altamente cognitivi, ma con ancora meno tutele specifiche nel settore marino.
Impatti sugli ecosistemi
Oltre alle critiche etiche, il dibattito sull’allevamento dei polpi tocca anche riflessioni più ampie su ecosistemi marini, economia e sicurezza alimentare. Sempre secondo il report del CIWF, l’espansione dell’acquacoltura carnivora non si limita ai soli polpi, ma riguarda un settore più ampio che rischia di crescere del 30% entro il 2040 nell’Unione Europea. Se ciò si verificasse, la domanda di mangimi derivanti da pesci selvatici aumenterebbe considerevolmente, con un impatto negativo su comunità costiere in Africa occidentale, Sud‑Est asiatico e Sud America, dove le risorse ittiche sono fondamentali per la nutrizione locale.
L’allevamento di specie carnivore come polpi, salmoni o branzini richiede enormi quantità di farina di pesce e olio di pesce, prodotti dalla macinazione di grandi quantità di pesce selvatico. Già in passato, relazioni ambientali avevano evidenziato come l’uso di questi prodotti per alimentare specie d’allevamento fosse insostenibile e responsabile di una progressiva diminuzione degli stock ittici in alcune regioni.
Inoltre, l’espansione di impianti intensivi di allevamento può avere effetti diretti sull’ambiente locale, come l’inquinamento da rifiuti organici, l’eutrofizzazione delle acque e l’introduzione di malattie tra popolazioni marine vicine. Questi effetti sono stati sollevati anche durante le valutazioni ambientali preliminari del progetto di Las Palmas, che hanno richiesto procedure più approfondite per valutare i rischi prima di qualsiasi autorizzazione.

Politiche regolamentari in Europa
In risposta alle crescenti critiche, gruppi di difesa animale e ambientalisti hanno lanciato campagne e appelli internazionali per fermare l’espansione dell’acquacoltura carnivora prima che impatti ulteriormente gli oceani e la nostra idea di produzione alimentare. Una di queste iniziative è il pledge globale “Keep Them Wild”, promosso da CIWF e sostenuto da oltre 120 ONG, parlamentari e scienziati, che chiede ai decisori politici di vietare l’allevamento di polpi e specie simili e di proteggere gli ecosistemi marini selvatici.
Allo stesso tempo, alcuni governi stanno adottando normative più restrittive: il Washington Octopus Protection Law, approvato nel 2024 nello Stato di Washington (USA), proibisce qualsiasi attività di allevamento di polpi, segnando un precedente legislativo significativo.
Anche in altre aree del mondo, come il Cile, si discute di leggi simili per proibire l’allevamento di polpi e rafforzare la protezione degli animali acquatici in cattività, sostenuti da coalizioni di oltre 180 organizzazioni globali.

Un futuro sostenibile per il mare
La controversia sull’allevamento di polpi non riguarda un singolo progetto industriale: è il riflesso di un dibattito più vasto sul futuro dell’acquacoltura, dell’uso delle risorse marine e del ruolo umano nel rapporto con altre specie sensibili. Mentre alcuni vedono nell’allevamento controllato una possibile via per ridurre la pressione sulle popolazioni selvatiche, altri sottolineano che la soluzione non può basarsi sulla creazione di nuove pratiche che riproducono gli stessi problemi sotto forme diverse.
L’alimentazione globale deve confrontarsi con sfide difficili — dalla crescita demografica alla sicurezza nutrizionale — ma il caso dei polpi mostra quanto sia cruciale considerare criteri etici, ecologici e di lungo termine prima di abbracciare tecnologie o modelli produttivi che potrebbero compromettere non solo gli ecosistemi, ma anche la nostra relazione culturale e morale con il mare.
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