🌐 Carlo De Benedetti attacca Elkann sul futuro dei media italiani
L’ex editore Carlo De Benedetti lancia un duro attacco a John Elkann definendo il presidente di Exor non amato come Gianni Agnelli e criticando la gestione e la vendita delle testate del gruppo GEDI (La Repubblica, La Stampa). Nel cuore del dibattito, la trasformazione del paesaggio mediatico italiano e le implicazioni economiche, culturali e politiche di una delle più importanti transizioni nel mondo dell’informazione nazionale.
Tensioni, profezie e ricordi quello appena trascorso nel mondo dell’editoria e della grande imprenditoria italiana. A lanciare il cuore oltre l’ostacolo è stato Carlo De Benedetti, storico editore e figura di riferimento della sinistra economica e culturale italiana che ha dedicato parole dure e taglienti a John Elkann, numero uno di Exor e figura chiave nella recente ondata di vendite di asset mediatici italiani come La Repubblica e La Stampa.
L’affondo di De Benedetti non è soltanto una presa di posizione sulle scelte imprenditoriali di Elkann, ma una riflessione profonda sulla natura del potere, sulla popolarità come “capitale sociale” e sulla trasformazione del ruolo dei media nel nostro Paese.

“L’Avvocato era amato, lui no”
De Benedetti – 91 anni, recentemente protagonista anche per decisioni editoriali personali come la cessione del quotidiano Domani a una fondazione indipendente con una dote di oltre 4 milioni di euro – non ha usato mezzi termini. Nel paragone con Gianni Agnelli, l’Avvocato, Alfredo dei “quattrocentomila torinesi sul tetto del Lingotto” prima dei funerali, egli ha identificato l’elemento che secondo lui manca a Elkann: la popolarità e l’amore del pubblico, ovvero quel “capitale non scritto nei bilanci” di cui parlano i grandi costruttori di consenso.
Gianni Agnelli – simbolo indiscusso di Torino, della Fiat e per decenni dell’Italia industriale e “benevola” – rappresentava, secondo De Benedetti, non solo una figura potente ma amato dalla collettività. Elkann, al contrario, sostiene l’ingegnere, non ha mai coltivato né consolidato un rapporto di affetto con il tessuto sociale e culturale italiano: “Non ci ha nemmeno provato a farsi ben volere. E oggi se cammina per le strade di Torino non lo saluta più nessuno”.
Non è solo questione di simpatia: per De Benedetti l’“amore collettivo” è una componente strutturale del potere in una società democratica e mediatica. Senza di esso, anche chi governa patrimoni enormi e imprese simbolo rischia di apparire un semplice amministratore provvisorio, esposto alle critiche, alle polemiche e alle conseguenze di scelte impopolari.
La vendita del gruppo GEDI
Al centro della polemica c’è la vendita delle storiche testate del gruppo GEDI – tra cui La Repubblica e La Stampa – a investitori stranieri, con trattative che procedono da mesi e che hanno già innescato scioperi e proteste nelle redazioni.
L’ex editore dell’Espresso ricorda come il gruppo fosse stato un colosso dell’informazione progressista e come, con la gestione successiva di Exor e le successive cessioni di asset locali e nazionali, sia finito “frantumato, indebolito e infine venduto a pezzi”.
Questo processo di disgregazione dei media storici italiani non ha solo un valore economico: porta con sé un peso simbolico enorme, dato che queste testate – pur con difficoltà finanziarie crescenti – hanno accompagnato decenni di dibattito pubblico, inchieste, cultura e politica, e sono state punti di riferimento per milioni di lettori.

Agitazione in redazione e ruolo dello Stato
La prospettiva di una vendita estera ha avuto ripercussioni immediate nelle redazioni: giornalisti de La Stampa e La Repubblica si sono fermati in sciopero, protestando contro l’incertezza e la mancanza di comunicazioni chiare sulla direzione futura delle testate.
La situazione ha spinto anche le istituzioni a intervenire: il governo ha convocato i vertici di GEDI con i comitati di redazione, in un incontro mediato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria. Le preoccupazioni toccano la tutela dei posti di lavoro, la libertà editoriale e la responsabilità dello Stato nel garantire pluralismo e continuità dell’informazione.
Il presidente del Senato ha espresso la propria disponibilità a fare da interlocutore tra giornalisti e proprietà, ribadendo che “le proprietà hanno diritto di cambiare, cedere o vendere”, ma sostenendo anche la necessità di proteggere il lavoro e la funzione dei giornalisti.
Dalla Fiat alla Ferrari alla Juventus
Per comprendere appieno la critica di De Benedetti, va ricordato che la famiglia Agnelli‑Elkann non è nuova alle contestazioni pubbliche. Già in passato l’eredità dell’Avvocato e la leadership di Elkann sono state al centro di dibattiti, soprattutto nei momenti di difficoltà di aziende storiche come la Fiat/Stellantis, la Ferrari e la Juventus, dove risultati sportivi e industriali altalenanti hanno alimentato dubbi sulla gestione complessiva.
Il paragone con Agnelli – non solo nel mondo dell’auto ma anche nella capacità di suscitare consenso e rispetto — amplifica la critica di De Benedetti: nel passato Agnelli univa popolarità, carisma e potere; oggi, per il suo successore, rimarrebbero capacità finanziarie e investimenti, ma non il quantum sociale di ammirazione collettiva.

La “profezia” di De Benedetti
Tra i passaggi più forti dell’intervento di De Benedetti c’è l’anticipazione di un possibile trasferimento all’estero di Elkann, non soltanto per opportunità personali ma per tenersi lontano dai magistrati italiani in relazione a vicende giudiziarie passate e recenti.
Secondo De Benedetti, Elkann potrebbe decidere di andarsene a New York, dove ha radici e cittadinanza e lontano dal “peso della giustizia italiana”, dopo aver completato la vendita dei media italiani. Questa previsione ha alimentato ulteriori reazioni nel mondo politico e mediatico, soprattutto considerando come la giustizia e gli affari di grandi gruppi industriali spesso si intreccino nel dibattito pubblico italiano.
Una storia di editori e potere
Non è la prima volta che De Benedetti si trova a riflettere sulla natura e il ruolo dell’editoria nel Paese. Nel 2025 aveva deciso di lasciare il quotidiano Domani a una fondazione, ribadendo l’importanza di garantire un progetto editoriale indipendente e sostenibile sul lungo periodo.
Questa visione, che unisce impegno civico e indipendenza editoriale, si confronta oggi con un panorama in forte trasformazione, dove il mercato, la tecnologia digitale e le dinamiche familiari e patrimoniali ridefiniscono la relazione tra informazione e società.

L’attacco frontale di Carlo De Benedetti a John Elkann — tra critiche sulla popolarità, sull’editoria italiana e sulle scelte di vendita di patrimoni culturali come La Repubblica — non è soltanto uno sfogo personale. È l’espressione di un dibattito più ampio su come si costruisce e si mantiene potere e prestigio nel mondo contemporaneo, sul valore sociale dei media e sull’identità nazionale nel XXI secolo.
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