🌐 EUROVISION 2026: UNA FESTA IN MUSICA, MA ANCHE TANTE CONTROVERSIE
L’edizione 2026 del Eurovision Song Contest — che torna per la sua 70ª edizione a Vienna, dopo la vittoria dell’JJ a Basilea nel 2025 — si prepara a essere una celebrazione musicale internazionale. Tuttavia, la decisione dell’European Broadcasting Union (EBU) di confermare la partecipazione di Israele ha scatenato un’ondata di boicottaggi da parte di diversi Paesi, generando una tensione senza precedenti. L’Italia, pur tra le nazioni dissenzienti, ha confermato la sua presenza grazie alla decisione di RAI. Il contest si preannuncia quindi come un’occasione di grande spettacolo e conflitto: un crocevia tra musica, diplomazia europea e responsabilità culturale.
Musica, infrastrutture e celebrazione per il 70° anniversario
📌 Vienna ospiterà il Eurovision Song Contest 2026, sedicesima – anzi settantesima – edizione della manifestazione, con semifinali previste per il 12 e 14 maggio e gran finale il 16 maggio, all’interno della storica Wiener Stadthalle.
Non è la prima volta che la capitale austrica accoglie l’Eurovision: Vienna è già stata sede del concorso nel 1967 e nel 2015, a seguito delle vittorie dell’Austria con Udo Jürgens e Conchita Wurst.
La scelta non è casuale: secondo l’EBU e il broadcaster austriaco ORF, Vienna offre il mix ideale di infrastrutture, logistica e vocazione culturale per ospitare migliaia di delegati, troupe, giornalisti e fan provenienti da tutta Europa.
L’edizione 2026 avrà un valore simbolico: celebra i 70 anni di un format che, nato nel 1956, è diventato un’icona della cultura pop europea.
L’assegnazione del diritto di ospitare l’Eurovision 2026 all’Austria è diretta conseguenza della vittoria dell’artista JJ, che ha trionfato a Basilea nel maggio 2025 con il brano Wasted Love. Un mix suggestivo di opera e suoni elettronici, che ha convinto sia giurie che televoto, regalando all’Austria il suo terzo titolo nella storia del contest.
La vittoria è stata celebrata in tutta Europa, e subito è partita la corsa per la candidatura delle città per ospitare l’evento: alla fine, Vienna ha battuto la concorrenza di Innsbruck grazie a un progetto ritenuto più solido e capace di garantire accoglienza e logistica.
A livello organizzativo, l’edizione 2026 avrà un’edizione coraggiosa: oltre ai consueti eventi del contest, sono previste attività collaterali, concerti, spazi pubblici e iniziative urbane che coinvolgeranno la città.
Boicottaggi e polemiche: la partecipazione di Israele scuote l’Europa
Ma l’atmosfera pregustata come festa di musica e cultura viene offuscata da una scelta che ha generato forti tensioni: l’EBU ha ufficialmente confermato la partecipazione di Israele all’Eurovision 2026.
Immediata la risposta di alcuni broadcaster europei: almeno quattro Paesi — RTÉ (Irlanda), RTVE (Spagna), AVROTROS (Paesi Bassi) e l’emittente slovena — hanno annunciato il loro ritiro dal concorso in segno di protesta, definendo la decisione di includere Israele “inconcepibile” alla luce della guerra in Gaza e della gravissima situazione umanitaria.
In un comunicato, l’EBU ha cercato di stemperare le tensioni annunciando nuove regole volte a evitare “promozioni eccessive da parte di governi o terze parti” e riequilibrare il peso di televoto e giurie. Tuttavia, molti osservatori — così come alcuni broadcaster — ritengono che la decisione di non votare sull’esclusione di Israele rappresenti un errore politico e simbolico.
La protesta assume un rilievo storico: non era mai accaduto, in 70 anni di storia, che così tante nazioni boicottassero contemporaneamente l’evento. Il pericolo è che l’Eurovision, fino ad oggi simbolo di “unità nella diversità”, possa essere percepito come terreno di scontro politico.
L’Italia ci sarà
In questo scenario di forte tensione, l’Italia — come annunciato dalla RAI — conferma la propria partecipazione a Vienna.
Pur consapevole delle pressioni politiche e dell’ondata di proteste, la Rai sottolinea la lunga tradizione italiana nel contest: fin dalla prima edizione nel 1956, l’Italia è sempre stata tra le nazioni protagoniste, con tre vittorie all’attivo e un ruolo fondamentale nel consolidamento internazionale dell’evento.
Nel comunicato ufficiale si ribadisce la volontà di sostenere il principio che vede nell’Eurovision “un’occasione di musica, cultura e dialogo tra popoli e nazioni”.
La decisione non è priva di critiche interne al dibattito pubblico europeo — alcuni commentatori italiani e internazionali si chiedono se partecipare in queste condizioni significhi ignorare la tragedia di Gaza o, al contrario, rappresentare un gesto a favore della “normalità” e della cultura.
Ripercorrendo la storia del contest, si comprende quanto l’Eurovision rappresenti per molti Paesi non solo un palco musicale, ma anche un veicolo di identità culturale. Nato nel 1956, l’Eurovision ha visto affermarsi artisti poi diventati fenomeni globali: da ABBA a Céline Dion, da Olivia Newton-John fino a più recenti star contemporanee.
Per l’Italia, l’Eurovision è sempre stato un banco di prova di prestigio: tre vittorie ufficiali, una diaspora tra assenze e ritorni — dal ritiro del 1998 al rientro nel 2011 — e un impegno costante attraverso la sua emittente pubblica, che spesso seleziona l’artista tramite il celebre Festival di Sanremo.
Negli anni recenti, l’evento ha subito una trasformazione: da semplice gara di canzoni ad evento mediatico globale, capace di generare milioni di visualizzazioni online, trend sui social, memi, fandom e – inevitabilmente – dibattiti su politica, identità e valori.
L’assegnazione dell’edizione 2026 a Vienna arriva dunque in un momento particolarmente simbolico: 70 anni di storia, cambiamenti sociali e geopolitici, e il desiderio di restare fedeli allo spirito originario di unità, ma in un’Europa sempre più complessa.

Tra musica e dissenso
Con Vienna pronta a trasformarsi nuovamente nella capitale europea della musica, l’Eurovision 2026 si trova oggi al bivio tra celebrazione e contestazione.
Da un lato, la logistica, le infrastrutture e la tradizione fanno ben sperare — la Wiener Stadthalle offrirà un palco degno di un evento globale, e la città stessa si prepara a offrire un’esperienza turistica, culturale e sociale di grande portata.
Dall’altro, la decisione dell’EBU di mantenere Israele in gara, nonostante la guerra a Gaza e le richieste di esclusione da parte di più Paesi, ha trasformato il concorso in oggetto di un acceso dibattito politico e morale.
Il boicottaggio annunciato da Irlanda, Spagna, Paesi Bassi e Slovenia — potenzialmente il più ampio nella storia del Contest — rappresenta un precedente importante: molti si chiedono se l’Eurovision riuscirà a mantenere la sua neutralità culturale, o se diventerà, sempre di più, un’arena di potere, diplomazia e conflitti.
Per l’Italia, e in particolare per la Rai, la partecipazione è una scelta consapevole, che sottolinea l’importanza di promuovere cultura e musica anche in tempi turbolenti. Ma la domanda che si pongono fan, artisti e cittadini resta: l’Eurovision 2026 sarà ancora “la festa della musica che unisce l’Europa”, o un simbolo di divisione e sospetto?
Verso maggio 2026
Mancano pochi mesi all’inizio del Festival di Vienna. Intanto, già circolano ipotesi sulle possibili rappresentanze nazionali: l’Italia comincerà presto a definire la sua scelta, probabilmente passando ancora per Sanremo; altri Paesi stanno rivedendo le proprie strategie di partecipazione, mentre alcune delegazioni minacciano di rinunciare.
Vienna sarà la prova del nove: saprà l’Eurovision resistere al peso della geopolitica e continuare a essere simbolo di “unità nella diversità”?
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